lunedì 25 marzo 2019

Il secolo beat - Jazz reading su Radio 3





In occasione dei cento anni di Lawrence Ferlinghetti, Radio 3 omaggia il "secolo beat" con un jazz reading dedicato a I Sotterranei di Jack Kerouac (QUI il link per l'ascolto).

La line up del jazz ensemble che accompagnerà il reading è la seguente:
Dimitri Grechi Espinoza, sax contralto, sax tenore
Gabriele Evangelista, contrabbasso
Simone Padovani, percussioni
Vladimiro Carboni, batteria

Voce recitante sarà Marco Cavalcoli, tra gli attori più versatili e prolifici del panorama attuale (ne abbiamo parlato QUI, QUI, QUI, QUI e QUI).

Dei rapporti tra la prosa di beatnik e be bop abbiamo già parlato altrove (QUI).


Riportiamo qui l'incipit del romanzo I Sotterranei, forse il più riuscito esperimento della prosa beat:
"Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato che non è piú padrone di sé e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia — questo tanto per cominciare dal principio con ordine ed enucleare la verità, perché è proprio questo che voglio fare. — Cominciò una calda notte d'estate, sì, con lei seduta su un parafango quando Julien Alexander che sarebbe... Ma cominciamo dalla storia dei sotterranei di San Francisco".

Un appuntamento di grande interesse per tutti gli appassionati di musica e letteratura.

mercoledì 13 marzo 2019

La leggerezza dell'essere - Elio Crifò tra Kundera e Schopenhauer





Vi abbiamo già parlato di Elio Crifò, soprattutto in relazione al suo EsotericArte, uno degli spettacoli più interessanti degli ultimi anni.

Rievochiamo brevemente alcune delle considerazioni che abbiamo proposto in passato:

- ne abbiamo parlato QUI sul Blog de il Fatto Quotidiano, definendo lo spettacolo ""EsotericArte, una brillante panoramica sulla storia occulta dell’Arte italiana, in cui, con giocoso tono da gigione beffardo, l’attore getta luce sull’immenso patrimonio di conoscenza esoterica sottesa ai capolavori dell’architettura e della pittura, soprattutto, medievale"

- avevamo precedentemente scritto QUI:
"Si potrebbe riscrivere l’intera Storia dell’Arte occidentale leggendo in tralìce l’immensa mole di messaggi occulti, codici simbolici, riferimenti esoterici che non solo appaiono nelle più celebri opere, ma ne sono di fatto sostanza d’ispirazione e fondamento strutturale.
Questo è l’assunto, interessantissimo, di EsotericArte: i misteri nell’arte Italiana. Un viaggio tra esoterismo, simbologia, numerologia, una ricerca colta e inusuale condotta da Elio Crifò (...)
Uno spettacolo colto, brillante, non convenzionale, il cui valore si apprezza solo al termine del percorso"

- ci rifacciamo sempre alle parole perfette di Chiara Babuin in QUESTA sua recensione:
 "l’intento di Crifò è quello di spodestare la visione scientista, tecnocratica e falsamente progressista (ricordiamo la distinzione pasoliniana tra Sviluppo e Progresso) che ormai governa il contemporaneo, in favore di un recupero – o di una presa di coscienza da parte del pubblico – di quel legame arcaico, ancestrale che era il fondamento del Sapere delle più grandi civiltà che hanno solcato questa terra".



Sabato 16 marzo alle ore 18.00 presso la Sala del Senato del Convento dei Domenicani a Roma (piazza della Minerva, 42) l'attore presenterà, accompagnato da Rosario GorgoneLa leggerezza dell'essere, evento organizzato da Terre Sommerse in collaborazione con la società Active Piano.

Già leggendo i nomi collegati all'evento (Rosario, Gorgone, Minerva, Convento) emergono atmosfere degne di un romanzo esoterico medievale.
Abbiamo chiesto a Crifò di illuminare i significati di questo evento suggestivo.



Come presenteresti l'evento di sabato?
Sabato presenterò un prototipo di pianoforte, l'innovativo Active System Piano, un connubio tra piano elettrico e piano tradizionale. Ho pensato quindi di creare una presentazione che riportasse lo stesso connubio tra tradizione e innovazione. Musiche classiche contemporanee suonate dal compositore Rosario Gorgone, unito al mio stile espositivo, contemporaneo nell'enunciazione e nella scrittura, classico nei costrutti filosofici.



Quali temi e quali autori affronterai?
La leggerezza dell’essere è un immersione nei fondali incantati della filosofia e le composizioni sonore di Gorgone sono sirene che guidano i sommozzatori-spettatori in questo paradiso sottomarino.
Un pianoforte ci tuffa nel mar della serata emettendo note di soave armonia. Note che sono ossigeno di sopravvivenza. Il piano arpeggia, vibra, vola... per poi discendere, acquistare peso e poi sprofondare nelle gravità dei suoni più cupi.   
Davvero la leggerezza è positiva e la pesantezza negativa? Questo si domandava Milan Kundera nel primo capitolo del suo famoso romanzo e questo ci domandiamo noi all’inizio dello spettacolo. Si parte da Kundera e dagli “opposti” di Eraclito per inabissarsi nell’eterno ritorno di Nietzsche, poi nella forza dell’inconscio di Schopenhauer, poi nelle grandi intuizioni di Emanuele Severino, poi nelle critiche di Umberto Galimberti... sino alla relatività di Einstein e capiremo, alla fine del viaggio, che oggi abbiamo una concezione dell’Universo identica a quella di 2600 anni fa! La filosofia ha battuto la scienza già da millenni. Ed è proprio Einstein che evidenziava la piccolezza della scienza rispetto all’immensità della filosofia, in quanto, per Einstein, “solo il Pensiero domina la realtà”


 Come nasce il tuo interesse per le tematiche esoteriche?
Dal suo opposto, la materialità, ossia una commissione per un testo sull'arte medievale. Da lì mi sono imbattuto nei simboli. I simboli rimandano a contenuti sapienziali, a formule filosofiche, a quel pensiero del trascendente e del sacro che ha basi molto più ampie del Cristianesimo, che ha una riflessione sul divino adeguato ad un adulto, che non appartiene alla catechesi di massa ma che mira alla realizzazione di una via diretta tra l'individuo e Dio... e, a un certo punto, ti rendi conto che le religioni monopolizzano il concetto del sacro. Le grandi religioni dicono: il sacro siamo noi o quantomeno la via. Li guardi bene, li frequenti, conosci la loro via e... cambi strada, perché quel sacro di massa, non può interessare a chi interessa veramente il sacro.
 D'altronde se vuoi comprare il cibo genuino non vai certo all'ipermercato!



Qual è il tuo metodo di ricerca?
Aver smesso di ricercare scritture e aver iniziato a ricercare un senso del mio lavoro. Il mio lavoro è un arte e l'arte dona la possibilità d'interessarsi di qualunque disciplina per poi riversarla creativamente in parole, gesti, fiati, emozioni concrete. L'arte è un mondo inaccessibile ai professionisti, perché i professionisti sviluppano competenze ed eseguono, al massimo interpretano, ma nessuno crea. E la creazione è ricerca.


 Quali sono i tuoi progetti in cantiere?
Sopravvivere felice in questo mondo infelice.

martedì 5 febbraio 2019

Tutti gli articoli di Novembre, Dicembre e Gennaio





Care lettrici, cari lettori
queste sono quasi tutte le cose che abbiamo pubblicato da fine Ottobre a oggi.

William Blake ,Dante running from the Three Beasts

Su minima&moralia abbiamo parlato di:
Verlaine QUI
LRNZ QUI
Patricio Pron QUI
William Blake, Dante e Alan Moore QUI
Davide Martirani QUI
David BowieMarco Cavalcoli QUI
Suspiria di Luca Guadagnino QUI
Pillola Rossa o Loggia Nera? di Paolo Riberi QUI
Wislawa Szymborska con Luigi Marinelli QUI


Su Il Blog de Il Fatto Quotidiano abbiamo parlato di
I 50 anni del White Album QUI
Lo spettacolo Esotericarte e l'intervento urticante di Odifreddi QUI
Quelli che per noi sono migliori spettacoli del 2018
 (Davide Enia, Rezzamastrella, Andrea Colamedici) QUI
Il Bagno di Diana di Pierre Klossowski QUI

                                                   
Chet Baker
Su Repubblica XL abbiamo parlato di:
Le Icone del Rock di Tania Bucci QUI
I Villani di Don Pasta QUI
A Dictionary of Sound di Teho Teardo QUI
Moni Ovadia QUI
Oona Rea QUI
Rock Lit di Liborio Conca QUI
Lo spettacolo Chet! QUI
Enrico Pieranunzi e Roberto Gatto QUI
Ivan Talarico e Claudio Morici QUI
MARLENE D. di Riccardo Castagnari QUI
Music for Wilder Mann di Teho Teardo QUI


Su D.A.T.E. Hub

Una selezione dei libri più interessanti del 2018 QUI

Su Ultima Voce abbiamo parlato di:
Jesus Christ Superstar QUI
Claudio Morici e Ivan Talarico QUI
Banana Split QUI

A Love Supreme, John Coltrane

Su Alexanderplatzjazzclub:
Louis AULEI Siciliano QUI
Roy Hargrove QUI
Elisabetta Antonini QUI
Il Blues nel Tempio del Jazz QUI
Rosario Giuliani QUI
Reggie Washington QUI
Benito Gonzalez QUI
Roberto Sironi QUI
Alessandro Contini QUI
5 pezzi Jazz per Natale QUI
A Love Supreme di John Coltrane QUI
Bruce Ditmas QUI
L'influenza di A Love Supreme QUI
Javier Girotto QUI
Omaggio a Frank Zappa QUI
Marcello Rosa QUI
Enrico Pieranunzi QUI
Mingus di Joni Mitchell QUI
Elisabetta Antonini QUI
il Jazz al femminile QUI
Rita Marcotulli QUI
Sara Della Porta QUI
Luca Velotti QUI

Maria Callas


Su Spezzando le manette della mente abbiamo parlato di:
Valentino Bellucci QUI
Teho Teardo QUI
I Villani di Don Pasta QUI
Tiresia interpretato da Camilleri QUI
Le Ninfee di Monet QUI
Maria Callas QUI
Gli Scarabocchi di maicol&mirco QUI
Raccolta fondi per Vincenza Guzzo QUI
Ocean Vuong e Michele Sganga QUI
Marco Cavalcoli QUI
Gianni Amico QUI
Fabrizio De Andrè QUI

Rudolf Nureyev

Su Icone Metropolitane
Rudolf Nureyev QUI

Abbiamo esordito su Laziocrazia con un omaggio a Eugenio Fascetti QUI

L'intervista su Radio Elettrica QUI

A parte, ci sono stati gli incontri di 7 Libri per 7 Chakra alla Libreria Passaparola di Via della Balduina a Roma, la presentazione di maicol&mirco al MacroAsilo, gli incontri su David Bowie a Bassano del Grappa e al Cinema Trevi a Roma.

In tutto ciò, è partito il progetto degli SpinDoctors con gli amici di Tlon:




Questo è solo l'inizio.

venerdì 11 gennaio 2019

Fabrizio De Andrè, il cantore dei cattivi divenuto santino dei buoni








In occasione dei venti anni dalla morte di Fabrizio De Andrè ripubblico l'ultimo parte di un articolo fluviale che vi avevo inferto su questo blog poco più di sei anni fa, all'interno di un trittico dedicato all'ultimo disco di Guccini che diventava occasione per riflettere sui grandi del cantautorato italiano (rileggendolo lo trovo estremamente severo nei confronti di Francesco De Gregori, che ho rivalutato molto negli ultimi anni). L'articolo integrale lo trovate QUI


De Andrè: snobbato per anni e dopo la morte divenuto un santino anarchico, anche lui vittima della potenza delle sue parole, più forti del suo essere selvaticamente refrattario a miti e bandiere.

Al colmo delle esagerazioni, Fernanda Pivano, lo definì il “più grande poeta del Novecento italiano”.
Del resto, c'è chi ha accostato la Silvia di Leopardi a "Albachiara" di Vasco.
E qui mi fermo, altrimenti contraddirei il mio primo post in cui ho affermato di essere contrario alle bestemmie...

Vogliamo tutti bene alla Pivano, che tradusse Lee Masters Fitzgeraldi beat e Dylan  in italiano, ma era certo una persona facile alle iperboli.
 Definì’ Dylan “L’Omero del XX secolo”, per poi dire "sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano", facendo commuovere il cantautore genovese.
Nella parabola della simpatica scrittrice c’è tutta la decadenza della cultura di sinistra in Italia.
Una carriera iniziata con Pavese, continuata incontrando Hemingway,  Kerouac  e Burroughs ,  e finita incensando Ligabue.

Una differenza fondamentale nella personalità creativa di De Andrè lo fa il rapporto con le influenze, nel suo caso molteplici e tutte d'alto livello.
Il De Andrè degli anni '60 è senza dubbio sotto l'influenza  dei cantautori in lingua francese, Brel e Brassens sopra tutti, ma anche Cohen (Dylan lo scoprirà relativamente tardi)

Ora, se siete arrivati fino a qui avrete capito che amo le digressioni, e probabilmente non vi dispiacciono molto, altrimenti mi avreste già inviato mail piene di sputi telematici.
E' obbligatorio un omaggio a uno dei più grandi artisti popolari del Novecento (non solo come cantautore ma anche come interprete): Jacques Brel.
Non francese, ma fieramente belga.

Brel, come si suol dire, dà una pista (ma di quelle da maratona) a la stragrande maggioranza dei cantautori a lui contemporanei (in tutto il mondo).
Ribelle vero in tempi non sospetti (parliamo degli anni '50), fu creatore di melodie indimenticabili, dal respiro popolare eppure dalla raffinata composizione. 
Rinomata è la precisione maniacale dei testi, traboccanti della capacità autenticamente poetica di cogliere oscuri nodi interiori ed restituirli in versi memorabili.
Fu soprattutto una creatura poetica, un uomo in cui ogni fremito nervoso, ogni intensa espressione facciale esprimevano sentimenti profondi, reali, ardenti.
Un'artista fonte di verità umana.
Nemico d'ogni improvvisazione, del mito romantico dell'ispirazione, in questo d'accordo con BaudelaireBrel era un artista dalla rara consapevolezza creativa:



Brel ha scritto forse la preghiera d'amore più bella del mondo:  "Ne me quitte pas".
Se è vero che Gigi Proietti lo ha magnificamente canzonato come 
emblema dell'esistenzialismo intellettualoide francese:



è pure vero come diceva il già citato Baudelaire: “Creare luogo comune è genio”.
Chissà che avrebbe pensato il grande poeta , lui che negli stessi appunti di questo aforisma, divideva  l'umanità in  due categorie: uomini e belgi …

E poi, l'incontenibile, drammatica, inarrivabile presenza sul palco di Brel. In confronto alla sua intensità dal vivo, Iggy Pop (che infatti lo ama) è un composto pianista da “Piano bar”(ah, altra canzonetta di De Gregori...).
Basti confrontare le due versioni di "Amsterdam"
quella straziante e travolgente di Brel




con quella, pur degna, del cantante che ha portato all'epitome la teatralità nel rock, cioè Bowie, così intelligente da studiarlo e omaggiarlo:

Pagato il giusto tributo all'amato Jacques, torniamo al buon Faber.
Il legame di De Andrè con la canzone francese è così profondo da approdare e legarsi alla tradizione letteraria delle ballate medievali di Francois Villon (“La ballata degli impiccati”“Il testamento”) ma anche da raschiare dal barile dei moralisti del '600.
In tanti anni, pochi si sono accorti di come il verso forse più bello e proverbiale di "Bocca di Rosa" (“Si sa che la gente dà buoni consigli/ quando non può più dare cattivo esempio”) sia un furto dal moralista supremo, La Rochefocauld.  Furto astutamente attenuato dal "si sa,."...


Ma poi, a differenza di De Gregori, pur procedendo a tentoni tra varie influenze, il cantautore genovese ha saputo creare una propria forte e inconfondibile personalità autoriale.
E’ stato, soprattutto, sempre coerente e integrato con la sua poetica, incentrata su l'identificazione col diverso, in tutte le sue più grottesche e tragiche declinazioni: l’ oppresso, l’  umiliato e offeso,  l'alienato, “sfruttato represso calpestato odiato” (insomma tutti gli aggettivi del fratello figlio unico di Rino Gaetano).
Una sorta di “Desolation Row” (da lui tradotta miseramente sempre con De Gregori, fino a cambiarne addirittura il senso) lunga tutta una carriera, un microcosmo anti-borghese abitato da icone popolari quali il matto, il tossico, il fallito, la puttana,  il trans, il nano, quest'ultimo anche nelle sue versioni meno apprezzabili: il nano che si vende la madre, (anzi compra quella altrui),  il nano giudice infame.

Nel primo caso il riferimento ovviamente è a una delle più riuscite "commedie umane" balzachiane in tre minuti del primo De Andrè“La città vecchia”.
Canzone nata non solo come atto d’amore per il porto malfamato di Genova, ma per divenire ritratto e manifesto dell’umanità che popolava quei vicoli brulicanti di vita e peccato.

Nel secondo caso,( “Un giudice” ) assistiamo alla vetta espressiva dell'odio di De Andrè verso l'autorità in genere,.
Un tema ricorrente  (si pensi a “Il Bombarolo" o a "Il pescatore”),  espresso stupendamente nel verso di un'altra canzone dello stesso album,  "Un medico"
"un giudice, un giudice con la faccia da uomo".
Differenza antropologica dei giudici...ricordate chi l'ha detto?!!
Del resto Silvio e Faber cantavano sulle navi insieme...

Fa ridere come tale atteggiamento di rivolta contro la giustizia istituzionale abbia come padri nobili Bakunin e Malatesta, e  come ignobili eredi attuali Sallusti e la Santanchè.
Torniamo  al rovesciamento pasoliniano operato dal Potere, analizzato nel primo post:
gli opinion leader dell’opposizione localizzati a sinistra parlano di autorità e legalità;
TravaglioDe MagistrisDi Pietro (nel suo caso fin dal nome del partito),  in un paese normale sarebbero figure di destra, di una destra liberale e legalitaria;  la destra, invece, attacca la Giustizia e predica la “libertà”, con rivendicazioni e linguaggio da anarchici, non da ex-fascisti, men che mai da moderati.
Qui mi è imposto il richiamo al più grande analista politico degli ultimi 20 anni.
Ovviamente, Corrado Guzzanti:





L'originalità e la grandezza di De Andrè sono molto nell' aver cantato la cruda realtà dei sottofondi, con una simbiotica aderenza formale.
Pur attingendo, come visto, a destra e a manca (ma il tesoro della canzone popolare è stato ed è, oggi più che mai, saccheggiato a piene mani dallo stesso Dylan), De Andrè è stato in grado di creare, e incarnare, dei "tòpoi" validi per il cantautorato mondiale.
Se ci pensiamo  un attimo, “Where the wild roses grow" è la versione dark e omicida de
 “La Canzone di Marinella”.
Tornando a Baudelaire, nella misura in cui Faber ha creato qualche luogo comune, dobbiamo riconoscerli un certo genio.

Anche qui, già che ci siamo, spazziamo via un po' di stereotipi.

De Andrè, rinomato per i toni depressivi e funebri, ha in realtà aperto le porte della satira nel cantautorato, componendo col suo grande amico Paolo Villaggio la famosa parodia di Carlo Martello (graziosa anche l'altra composizione dei due, "Il fannullone").
Gustatevi quando avete tempo i suoi cattivissimi e divertentissimi ricordi.

                                        Altro grande merito storico, è quello d'aver messo  l'attenzione sui "Vangeli Apocrifi", nel disco "La Buona Novella", anche se operando un'umanizzazione della storia evangelica troppo facile. Un rovesciamento che può si deliziare gli anti-teisti, ma oltre ad essere disturbante per i credenti, è debole e forzoso anche per gli atei onesti.

Il limite di De Andrè è stato quello (comune a tanti grandi artisti "contro") di ridursi alla "pars destruens", e quindi ad esaltare sempre comunque ciò che è oscuro, diverso, illegale.
Certo,  nell' Italia ipocrita e democristiana ipnotizzata dal benessere, benedette le voci coraggiose e discordanti che hanno mostrato l'altra faccia della medaglia.
Ma ora, con distacco storico, possiamo riconoscere che si tratta d'un vizio romantico, di un limite di visione. Per contestare ciò che formalmente è Bene, si simpatizza, spesso forzosamente, per ciò che è Male.
Del resto, il rapporto di De Andrè con la spiritualità è stato alterno, non sempre fecondo, viziato da filtri ideologici (o antideologici che dir si voglia).
Parlo dell'opera, non della santità laica sfiorata nel perdono ai rapitori che lo avevano sottoposto ad un umiliante prigionia assieme alla moglie (rievocata nella fin troppo celebrata "Hotel Supramonte").

E' da sottolineare, osservando la sua lunga produzione, un paradosso illuminante.
De Andrè è sempre stato un autore irriverente, irreligioso, anticlericale, spesso blasfemo.
A volte gratuitamente come in "Coda di Lupo", a volte programmaticamente come ne "Il Testamento di Tito" (brano in cui il rovesciamento polemico dei Dieci Comandamenti  non appare sempre convincente).
Però, se andiamo a vedere la prima traccia del primo disco e l'ultima dell'ultimo sono entrambe "preghiere".

La prima ("Preghiera in gennaio" si dice ispirata dalla morte di Luigi Tenco) così commovente e intensa da vincere  l'effetto datato degli archi e del birignao.

(A PROPOSITO, VI  SVELO UN SEGRETO:
se amate fare parodie oscene di canzoni famose, De Andrè è una manna dal cielo: il tono serio e malinconico, la pronuncia lenta e staccata delle sillabe, la voce impostata, il susseguirsi di rime interne e baciate, tutto congiura a creare tempi comici devastanti.
Usate questo consiglio con cura preziosa, mi raccomando.)

La seconda, "Smisurata preghiera", è il vero testamento spirituale di De Andrè.
E' uno dei vertici della sua maturità poetica.
Una sintesi finale dei diversi stili della sua carriera, dove c'è l'abilità di intagliare versi perentori e perfetti, da manifesto eterno:
 "per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/ col suo marchio speciale di speciale disperazione/ e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi/ per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità, di verità".

Una "Chimes of Freedom" senza visione, un auspicio sospeso tra pessimismo e scaramanzia, ma comunque una preghiera di giustizia. Giustizia che nel finale, coerente con lo scetticismo d'una intera vita, viene considerata, quasi gnosticamente, "un'anomalia".
Una carriera di bestemmie circolarmente conchiusa da due preghiere.


Ma va riconosciuto a De Andrè soprattutto il grande valore di essersi reinventato, con grande lungimiranza,  a inizio anni'80. Prima che i suoi grandi modelli  (come Dylan e Cohen) flirtassero, registrando alterni esiti, con videoclip e sintetizzatori, De Andrè  con "Creuza de ma" mostrava la via dell'l'impasto etnico e  strumentale, donando alta dignità poetica al vernacolo genovese.
In anticipo netto (come riconosciuto da tutti) sul Paul Simon di "Graceland" e su quell' artista benedetto di Peter Gabriel, in uno dei suoi capolavori, "Passion" (Dio lo abbia in gloria anche, solo per il semplice motivo d'aver fatto conoscere all'Occidente la più bella voce in natura, Nusrat Fateh Ali Khan!)

Dobbiamo concedere a De Andrè il dono di aver saputo estrarre dal magma di una ispirazione spesso approssimativa e limitata (la poetica degli esclusi), comunque, dei versi di grande potenza e di profonda incisività, degni d'essere entrati nella memoria collettiva.

Sottovalutato per anni, esageratamente incensato dopo, De Andrè rimane un cantautore importante, che ci ha lasciato in dono alcuni brani d'intatta bellezza, e che anche nei suoi esperimenti meno riusciti, ha mantenuto alta la barra della ricerca.
Un esempio di coerenza e di perfetta aderenza tra forma e contenuto.
Negli ultimi scampoli di questo infernale Kali Yuga, merita d'essere messo sull'altare.

giovedì 27 dicembre 2018

Jazz e altre visioni - in memoria di Gianni Amico



Oggi sarebbe stato l'ottantacinquesimo compleanno di Gianni Amico, il grande agitatore culturale scomparso (proprio nel giorno dedicato ai morti, come Pier Paolo Pasolini) nel 1990.

Gianni Amico è una figura a cui ispirarsi.

Protagonista della esaltante stagione culturale degli anni'60 e '70 (fino ai primi '80, prima che la cultura popolare venisse dominata dall'ossessione commerciale), Amico è stato amico (un bisticcio costante nelle sue biografie, mantrico e rivelatore della sua profonda empatia) ispiratore e collaboratore di alcune delle più grandi menti cinematografiche del Dopoguerra: Bernardo Bertolucci (col quale scrisse Prima della la Rivoluzione e Partner), Jean-Luc Godard (del quale fu aiuto regista in Vento dell'Est e che gli dedicherà il capitolo italiano di Histoire(s) du cinéma), Glauber Rocha (uno dei pochi registi stimati da Carmelo Bene, col quale il Nostro ha scritto Il leone a sette teste).
 
                                                 

                                                     
Basti pensare che nel 1960 con il padre gesuita Angelo Arpa ha ideato e organizzato la Rassegna Internazionale del Cinema Latinoamericano di Santa Margherita Ligure.
Parteciparono i più grandi registi sudamericani emergenti dell'epoca: Glauber Rocha, Fernando Birri, Nelson Pereira dos Santos, Tomás Gutiérrez Alea.
Per comunicarvi l'importanza dell'evento, fu la prima volta che si ruppe l'isolamento diplomatico di Cuba, grazie al suo invito in Italia delle autorità cubane.
                                             
Amico è stato determinante per portare in Italia alcuni dei pilastri dell'immaginario collettivo: la novelle vague (le collaborazioni con Godard non sono casuali, il suo stile documentaristico era perfettamente in linea con la rivoluzione dei francesi), il jazz (il suo Appunti per un film sul Jazz è un gioiello pionieristico sul Festival di Bologna del 1965 con esibizioni di Gato Barbieri, Steve Lacy, Don Cherry e Mal Waldron) e la musica brasiliana (organizzò nel 1983 a Roma il grande evento musicale Bahia de todos os sambas, allestito al Circo Massimo nell'ambito delle iniziative dell'Estate Romana, con nomi quali Gilberto Gil, Caetano Veloso, Gal Costa, Naná Vasconcelos e João Gilberto).


                                   
Importanti anche i suoi documentari e film tv per la Rai verso la fine degli anni'70, in cui emerge tutta la sua grande passione politica (Lo specchio rovesciato. Un'esperienza di autogestione operaia, Your love is like the sea, L'inchiesta, Ritorno, Le cinque stagioni, Le affinità elettive, Giovani, donne, fabbrica), testimonianze esemplari di come uno sguardo artistico potesse essere messo al servizio di una ricerca sociologica e di una esplorazione approfondita del reale.
Lo sguardo di Amico è anche presente nel documentario collettivo L'addio a Enrico Berlinguer del 1984.


                           

Per sottolineare l'importanza del regista genovese basterebbe dire che Gato Barbieri a Bertolucci lo presentò lui: senza di lui non avremmo avuto una delle colonne sonore più belle della storia (per quello che mi riguarda, l'unica cosa che amo di Ultimo tango a Parigi).
Ricordiamo anche che il suo Tropici fu il primo lungometraggio prodotto dalla Rai.


                                     


Ecco qui un video che testimonia un incontro del 2015 al Cinema Trevi, appunto intitolato Un uomo chiamato Amico (Gianni),moderato da Bruno Torri con Olmo Amico, Francesca Archibugi, Nino Castelnuovo, Enrico Ghezzi, Marco Giusti, Germano Maccioni, Elio Rumma, che ben riassume il valore dell'opera di Gianni Amico.


                                             

L'incontro era l'occasione per presentare il bel dvd Jazz e altre visioni, raccolta di tre brevi folgoranti film di Amico che offrono un ritratto necessariamente parziale ma comunque esauriente dello straordinario eclettismo dell'autore:
Noi insistiamo! Suite per la libertà subito, del 1964, è fin dal titolo ispirato da We insist! Freedom Now Suite di Max Roach, storico disco manifesto del Free Jazz e del nascente Movimento per i Diritti Civili. Amico impone in maniera spietata allo spettatore lo spettacolo brutale della barbarie razzista.
Andrebbe proiettato in tutte le scuole, al giorno d'oggi.



                                         

Il secondo film è appunto Appunti per un film sul Jazz (1965): meraviglioso nel suo cogliere l'atmosfera straordinaria del fermento musicale di quegli anni. Amico mostra i jazzisti non solo sul palco, ma li segue nei loro incontri dietro le quinte, nelle improvvisazioni concordate con pochi cenni, nel miracolo del duende che li possiede nei momenti più felici.
Bellissime le parole raccolte dalla viva voce di Don Cherry: "La musica non appartiene a nessuno, non ha prezzo. Lo scopo di tutta la musica...È come ai vecchi tempi, quando la gente lottava per il cibo.La gente lottava per il cibo, ma si riuniva per cantare, per cantare e suonare. Secondo me questo è il vero scopo della musica. Ma gli esseri umani spesso vogliono possedere la musica. Però gli uccelli avevano la musica prima di noi. Quindi non appartiene a noi. Io penso che la musica sia l'unica vera prova che dimostra l'esistenza dello spirito, perché è una cosa che non puoi vedere, né toccare".
La potenza e la semplicità di un testo sacro indiano.


                                         

L'ultimo contributo è Il cinema della realtà (1969), interessantissimo approfondimento sul neorealismo, con interviste a nomi quali Rossellini, De Sica, Zavattini, Antonioni, Pasolini e Bernardo Bertolucci.
Come descritto nel video precedente, Amico era davvero in grado "di unire Gramsci a John Coltrane, Socrates a Jung, Godard a Glauber Rocha", "un visionario affascinato dal potere rivoluzionario degli choc culturali".
Il dvd si conclude con il contenuto extra L'uomo Amico, documentario di Germano Maccioni, da un'idea di Olmo Amico, con interviste inedite a Bernardo Bertolucci, Tatti Sanguineti e Stefano Zenni.

QUI dal minuto 20 (dopo una rara e potente intervista a Carmelo Bene) ci sono bellissime testimonianze di Gilberto Gil, Caetano Veloso e Bernardo Bertolucci.

                                                 


 Potremmo concludere con un ricordo Roberto Benigni (quando era ancora un adorabile fool shakespeariano e non una suora progressista), ma scegliamo questo splendido omaggio di Glauber Rocha al cinema (e a Gianni Amico):

L'innocenza di Lumière
La scenografia di Méliès
La grandezza di Griffith
La dialettica di Ėjzenštejn
La poesia di Renoir
La forza di Welles
L'invenzione di Godard
L'irriverenza di Buñuel (più il romanticismo)
Il sentimento di Visconti, di Bernardo l'amore
L'intuizione di Rossellini, di Gianni il rigore...

domenica 16 dicembre 2018

Marco Cavalcoli: essere Paolo Poli, David Bowie e Djagilev


Marco Cavalcoli nei panni di Sergej Djagilev


Uno degli spettacoli più particolari a cui abbiamo assistito nel 2018 è Santa Rita & The Spiders from Mars: il doppio omaggio a David Bowie e Paolo Poli (in occasione della bella mostra al Teatro Valle dedicata a quest'ultimo), di cui abbiamo diffusamente parlato nel mese di Ottobre QUI e QUI.



Lo spettacolo è tornato in scena, sempre a Roma, al Brancaccio e vi rimarrà fino al 23 Dicembre.

Nel frattempo, abbiamo potuto vedere il protagonista Marco Cavalcoli in scena, in un altro spettacolo, completamente diverso per spirito, struttura e approccio (anche se condivide l'idea di omaggiare una grande icona della cultura).

                                             

Stiamo parlando di Serge, tributo alla parabola straordinaria del geniale impresario Sergei Djagilev  andato in scena il 20 e 21 Novembre alla Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica di Roma all'interno dell'interessante rassegna Romaeuropa.
L'importanza di Djagilev nella musica del Novecento è determinante: in un certo senso, egli è l'inventore dei Balletti Russi, ha lanciato leggende della danza come Anna Pavlova e Vaclav Nijinskij, ha collaborato con Picasso, ha commissionato opere a  DebussyRavelSatieProkofievDe FallaRespighiPoulenc; soprattutto, è stato l'impresario e il committente delle opere più famose di Igor Stravinskij.


Djagilev fu una figura dal carisma straordinario, un dandy luciferino dal fascino arcano e dall'invincibile potere di seduzione.
Balletti Russi furono una ventata sconvolgente di grazia e provocazione, bellezza e sensualità, trasgressione ed eleganza.
Djagilev divenne un'icona di stile.
Basti pensare ad una semplice nota di costume: le spese delle sue esequie veneziane (Djagilev riposa nel cimitero monumentale dell'Isola di San Michele, accanto al suo sodale Stravinskij, a Josif Brodskij e a Ezra Pound) furono interamente sostenute da Coco Chanel.



Veniamo allo spettacolo.
Lo spettacolo è esaltante. E terribile.
 È uno degli spettacoli più strabilianti che abbia visto in vita mia. Non è per niente riuscito.
Ci sono momenti di pura estasi estetica. Ci sono momenti in cui volevo salire sul palco e fermare tutto.
È un'opera di straordinaria cura filologica. È un'opera incomprensibile per la maggior parte del pubblico.
Cavalcoli in scena è perfetto. È sprecato per una parte così.
Lo vorrei rivedere più volte. Più volte durante la visione volevo alzarmi e andarmene.

Sono preda di un improvviso disturbo bipolare?
No, no, sono lucidissimo. E posso spiegare tutto.



Lo spettacolo è così de-strutturato: Cavalcoli entra in scena nei panni di Djagilev, in divisa da dandy, frac e cappello a tuba.
 Sulla scena solo un pianoforte, e alcuni strumenti di orchestra appesi per aria; inizia una fase surreale intollerabilmente lunga in cui Cavalcoli accorda il pianoforte (l'attore ha preso appositamente lezioni di accordatura!), creando un'atmosfera straniante grazie agli effetti di risonanza amplificati dal sound designer Hubert Westkemper.
Entrano progressivamente in scena, evocati dalle accordature di Cavalcoli, sette musicisti, sette incarnazioni spettrali in kimono (omaggio a Nijinskij) sui quali discendono dall'alto gli strumenti: 2 violini, 2 viole, 2 violoncelli e un contrabbasso.
Inizia lo "spettacolo" vero e proprio: il tappeto musicale è composto (idea geniale quanto al limite dell'inaccettabilità per gli appassionati ortodossi) da L'après-midi d'un faune di Debussy, strecciato elettronicamente per 72 minuti.


Su questa base irreale come un sogno inquietante, agiscono i sette musicisti più Cavalcoli che rimane come una muta marionetta, apparendo a un certo punto col volto deformato da un enorme lente, a metà tra una visione di Magritte e un incubo di David Lynch.
La parola chiave è caleidoscopio: visivo, sonoro, concettuale.
Non a caso l'ensemble musicale in scena si chiama Solistenensemble Kaleidoskop, composto da Paul Valikoski (violino), Mari Sawada (violino), Ildiko Ludwig (viola), Yodfat Miron (viola), Michael Rauter (violoncello), Ulrike Ruf (violoncello), Clara Gervais (contrabbasso).
Ora, perdonate il mio entusiasmo da profano (che è causa della reazione uguale e contraria ispiratami dallo spettacolo) ma mi è apparsa semplicemente memorabile la performance della piccola orchestra: per 80 minuti suonano, danzano, si incrociano, saltellano, alludono, ammiccano, compiono assoli deliranti e fenomenali giochi di interazione sonora.
Il tutto proponendo una partitura di Michael Rauter (in scena, come detto, al violoncello), che è una stratificata commistione di citazioni dalle opere che hanno ritmato trionfalmente la carriera di Djagilev: echi di Parade di SatieDaphnis et Chloé di Ravel e ovviamente Le Sacre du Printemps di Stravinskij, decostruite e rimontate follemente in un apparente delirio faunesco.
Interessantissima la modalità coreografica: "Accade qualcosa che non sarebbe stato possibile se non inserendo l’invenzione primaria di Fanny&Alexander (NdC: la compagnia teatrale): l’etero-direzione. Ciascun performer sul palco indossa un auricolare. In regia, otto “manovratori” inviano agli interpreti in un timpano la traccia musicale da eseguire in tempo reale, nell’altro indicazioni sulla postura da assumere, sui salti da compiere, sulle diagonali da attraversare, sulle espressioni facciali da consegnare al pubblico. Cavalcoli si aggira tra i musicisti come un gaio fantasma alla ricerca dei propri migliori ricordi. Li osserva, li commenta con quella straordinaria capacità mimica che lo contraddistingue. E finirà per interagire con loro. Ciò che accade agli spettatori, che attraversano anche – non senza fatica – certi momenti di programmatica oscillazione del ritmo scenico, è un processo che solo l’etero-direzione può creare. La sensazione è che esista un piano di comunicazione ulteriore e invisibile che insiste sulla distribuzione dell’attenzione. Comprendiamo di star assistendo a un dialogo complesso, parte del quale si rende disponibile nell’evidenza radicale della sua invisibilità. Qui gli strumentisti sfuggono alla prigionia di una posizione fissa, abitano la scena, sono chiamati dalle indicazioni a saltare sul posto, a raggiungere un punto preciso – marcato da segni verdi o rossi che si vedono solo avvicinandosi al palco con le luci di sala accese; ad abbandonare arco e legno per andare a sussurrare chissà cosa all’orecchio del collega di sezione; a rompere il volto in espressioni ora disgustate, ora divertite, ora preoccupate. Sentiamo la loro voce mentre, sopra al flusso delle note, si spezza in un pianto e poi risorge in una risata, consegnando il buio di fine spettacolo".
Bello, no?
Sì.
Il problema è che per saperlo (e comprenderlo e apprezzarlo), mi sono dovuto documentare dopo lo spettacolo (nella fattispecie ho citato questa recensione di Sergio Lo Gatto su Teatro e Critica QUI).

Luigi De Angelis
Certo, nell'intervista distribuita all'entrata ad ogni spettatore, il regista Luigi De Angelis (fondatore di Fanny & Alexander con Chiara Lagani, due volte Premio Speciale Ubu) spiega il concetto di etero-direzione e spiega di aver condotto uno studio sull'annotazione originale (la 'labanotion'), basandosi"sulle coreografie d'epoca" e riferendosi anche "ad interpretazioni più recenti", come Le Sacre du Printemps di Pina Bausch: "Abbiamo così creato un grane lemmario, un vocabolo di gesti comuni traslati dalle coreografie, che sono stati poi reinterpretati dai musicisti stessi".



Lo spettacolo si conclude con un'esecuzione integrale, "normale", del Prélude à l'après-midi d'un faune di Debussy.
I sette musicisti prima si struggono in un crescendo di tristezza fino al pianto dirotto e poi esplodono in una risata fragorosa, irritante, beffarda.
E lo spettacolo finisce.

Tutto chiaro: l'evocazione sognante della propria carriera, il fumo dei Tabarin, i trionfi in scena, il dionisiaco, lo spirito panico, la visione, la simulazione delle emozioni, l'effettiva realtà delle stesse, la beffa e lo scandalo, la sensualità e la poesia, l'oltraggio e l'omaggio, la destrutturazione e la fedeltà accademica, l'improvvisazione come disciplina rigorosa, solve et coagula....
Ora, tutto bello, interessante, stimolante, a tratti cruciale: ma il pubblico non lo sa.

Il problema è che il pubblico, si sa, purtroppo, è distratto, pigro, disinformato, spesso va a teatro pescando dal mucchio quello che viene offerto.
Certo, non è colpa del regista: ma perfino il sommo disprezzatore Carmelo Bene si premuniva di diffondere note di regia o proclami programmatici per (anche se non lo avrebbe mai accettato) "spiegare" o comunque dare chiavi di lettura ulteriore.

Lo spettacolo è occasione per riflettere sul limite dell'approccio di molta arte contemporanea, della musica colta e in generale di gran parte della produzione artistica.

In questo caso abbiamo: un attore bravissimo (solo Cavalcoli in scena può tenere il pubblico per lunghi minuti in silenzio senza creare isterismi, proprio lui capace di sdoppiarsi da perfetto imitatore in due lingue di Poli e Bowie si è messo a studiare gli studi sulla mimica dello psicologo Paul Ekman); sette musicisti eccezionali; un lavoro tecnico e registico di alta qualità; una passione filologica notevole unita a una profonda conoscenza culturale; un materiale originale che si annovera tra le vette estetiche del Novecento.

Eppure....eppure il pubblico esce affaticato, annoiato, scandalizzato.
Oppure, certo, in alcuni casi deliziato e esaltato.
Ma siamo stati in pochi: coloro che GIÀ conoscevano e amano Stravinskij, Nijinskij, Djagilev, Satie e Pina Bausch.


Un così imponente impianto artistico non può essere sprecato per épater le bourgeois nel 2018.
Capisco la fierezza esoterica, ma un minimo di sforzo, non dico didascalico, almeno di contestualizzazione critica prima dello spettacolo è obbligatorio, se si vuole rendere questo spettacolo un'occasione di meraviglia per tutti, invece che un gioco compiaciuto per pochi e una tortura per molti.

Per cui, al termine dello spettacolo mi sono ritrovato profondamente contrariato, mentre applaudivo ammirato.