domenica 25 giugno 2017

TUTTI GLI ARTICOLI DI APRILE E MAGGIO




Care lettrici, cari lettori,
torniamo ad aprire i battenti del nostro laboratorio, rimasti chiusi e impolverati in mesi di impegni folli e sfiancanti, in ogni ambito dell'espressione umana.
Un giorno tali peripezie saranno narrate da una squadra di biografi, ciascuno arruolato per settore esistenziale.
O da alcuni esperti in studi trasversali sui fenomeni di ubiquità correlati ai disturbi da personalità multiple.

Dunque, prima di infliggervi una nuova serie di deliri, credo si convenga ricordare dove eravamo rimasti negli ultimi due mesi.


Sulla La Repubblica- XL
abbiamo avuto il piacere di intervistare, con Massimo Palma, Peter Hook QUI 


Su Fumettologica
abbiamo parlato di Free Ink QUI 

Sul Blog de Il Fatto Quotidiano:

- abbiamo parlato della rappresentazione del Faust di Goethe in cinese QUI


- dell'omaggio a fumetti ad Erik Satie realizzato da Sebastiano Vilella QUI


- dello spettacolo, non convincente, Il Viaggio di Enea al Teatro Argentina QUI


Su Ultima Voce abbiamo parlato:
- dello spettacolo Anamoni di Lisa Rosamilia con le splendide musiche di Michele Sganga QUI


- di una interessante versione teatrale di Old Times di Pinter QUI

Siamo tornati su D.A.T.E. Hub
per parlare del diario autobiografico di Nicoz Born To Lose QUI


Sulle colonne di questo blog
abbiamo pubblicato l'articolo omologo sui mesi precedenti QUI
(da Bowie a Paolo Poli, da Pasolini a Giorgione, da Tim Burton a Cristina Campo, da De André a Bram Stoker).


Grazie per l'attenzione.
A presto per una nuova ondata di deliri!

sabato 15 aprile 2017

TUTTI GLI ARTICOLI DI GENNAIO, FEBBRAIO E MARZO

Care lettrici, cari lettori,
una vasta e complicata serie di impegni internazionali (oggetto di un prossimo resoconto) mi ha indotto a rallentare il ritmo usualmente febbrile delle pubblicazioni.
Ecco, dunque, svelato il perché nei primi mesi del 2017 ho pubblicato un numero di articoli che solitamente raggiungo in un mese.

Spero ciò vi abbia dato tempo e modo per approfondire spunti e motivi dei temi trattati.

David Bowie con Linsday Kemp
Sulla Repubblica-XL abbiamo pubblicato:
- Il nostro omaggio per i 70 anni di David Bowie, primo anniversario dopo la scomparsa QUI 
- la breve recensione di Palla Rossa e Palla Blu di maicol&mirco, votato miglior fumetto del 2016 dai lettori QUI 
- abbiamo parlato dell'interessante libro di Elisa Giobbi sul Club 27 QUI
 - abbiamo parlato dell'ultimo, non memorabile, film di Tim Burton QUI

maicol&mirco per il nostro blog
Sul Blog de IL FATTO QUOTIDIANO:
- abbiamo celebrato l'anniversario di Cristina Campo QUI in un articolo indicato dalla rivista Oblique, che ringraziamo, tra i migliori in Italia di Gennaio QUI

Abbiamo esordito su ULTIMA VOCE:
- con un pezzo riguardo lo spettacolo teatrale ispirato alla tragica storia della militante filopalestinese Rachel Corrie QUI 

Tuono Pettinato per il nostro blog
Su MINIMA&MORALIA:
- abbiamo ancora una volta parlato di Bowie QUI
- abbiamo ricordato Fabrizio De André con Doriano Fasoli QUI 
- abbiamo conversato con Daniele Rielli sul suo esordio per Adelphi con Storie dal mondo nuovo QUI 
- abbiamo pubblicato una nostra vecchia intervista con Paolo Poli in cui bisticciamo su Manzoni QUI 




Su le presenti colonne di SPEZZANDOLEMANETTEDELLAMENTE abbiamo pubblicato:
- l'articolo omologo di fine anno QUI 
- una riflessione su Orgia di Pasolini QUI 
- la recensione de La via del vizio di Bram Stoker QUI 
- una riflessione sul massacro dei classici QUI 
- una meditazione sulle Sette meditazioni su Giorgione QUI 


Abbiamo già ripreso a pubblicare al ritmo abituale.
Per ora ci limitiamo ad augurarvi una
Buona Lettura!

sabato 18 febbraio 2017

RIVELAZIONE - sette meditazioni intorno a Giorgione


Al Teatro India è in scena fino al 19 Febbraio, Rivelazione- sette meditazioni intorno a Giorgione.

La compagnia Anagoor, che col rivoluzionario genio pittorico condivide la culla e i natali di Castelfranco Veneto, mette in scena con rispetto un dignitosissimo omaggio al maestro di Tiziano.

Uno spettacolo costruito su una struttura libera ma solo apparentemente casuale, in cui il crescendo meditativo non sembra seguire uno schema simbolicamente ragionato, piuttosto un flusso d'intuizioni che circolarmente trovano il loro compimento nel discorso d'insieme.

L'approccio disinvolto e informale, che all'inizio ci aveva fatto temere una facile quanto urticante dissacrazione, lascia presto il campo, prima, ad una vivace ricostruzione storica (sulla base degli scarni frammenti della biografia giorgionesca) e, infine, al momento cruciale della dolente riflessione poetico-filosofica sulle immagini immortali del pittore.

La drammaturgia (di Laura Curino e Simone Derai, autore anche della regia) alterna concessioni a un tono colloquiale tipico delle ormai diffuse lectio su temi artistici (con tutte le semplificazioni e gli ammiccamenti imposti dalla volgarizzazione) a improvvisi voli pindarici, che elevano il livello della riflessione a altezze non comuni.
La narrazione (affidata a Marco Menegoni) è esposta con garbo e notevole dettaglio filologico, trovando spesso un buon equilibrio tra il rigore storiografico e la necessaria invenzione romanzesca volta a colmare le voragini dell'assenza di documenti oggettivi.
L'esposizione si gioca su una voce che si sdoppia in due microfoni, uno dedicato alla narrazione presente, l'altro megafono delle citazioni passate, in vernacolo veneto o nel linguaggio alto delle citazioni letterarie.
Ritratto di giovane uomo

Avremmo forse desiderato una maggiore contemplazione dei capolavori pittorici, spesso sezionati in dettagli simbolici ove liberare la speculazione esegetica, ma parliamo, comunque, di uno spettacolo dall'intelligenza sottile e dai molteplici spunti, raramente scontati.

S'imparano molti dettagli illuminanti, ma ciò è il minimo che ci aspettiamo, soprattutto si riceve l'offerta di interpretazioni suggestive, non sempre ancorate a evidenze oggettive ma quasi sempre in grado di mostrare angolature originali e stimolanti.
Come si spiega nel testo introduttivo, e all'inizio dello spettacolo: "Giorgione è una delle figure più enigmatiche della storia dell'arte. Cercare di metterlo a fuoco è come osservare la costellazione delle sette sorelle, le Pleiadi: riesce meglio se uno non la fissa direttamente."

Sette meditazioni, giocando sul duplice significato di riflessione filosofica e stato di contemplazione, su sette opere del maestro veneto.

Pala di Castelfranco

Si parte dal dato umano, umanissimo, di affetti recisi, commerci politici e incantamenti negati per giungere alle vette nebbiose di una sapienza intrisa di neoplatonismo (come nei messaggi cifrati dei cartigli finali).

Venere dormiente di Giorgione

Intelligente la riflessione su "la morte nel desiderio" nella celebre Venere dormiente (finita dall'allievo Tiziano, che ad essa si ispirerà per la sua forse più celebre versione), nel momento di massimo espansione virale delle malattie, appunto, veneree.

Venere di Urbino di Tiziano

Apprezzabile la scelta, vorremmo dire, apofatica di non commentare lo splendore immortale de La Tempesta, affidando alla mera contemplazione del pubblico il più profondo significato di meditazione.

I tre filosofi del Giorgione
Molto interessante la riflessione sui Tre filosofi, Trimurti che non può non evocare i Tre Magi, che ispira un monologo (pericolosissimo!) sull'Anticristo: un'interpretazione ardita ma convincente che, partendo dall'Oroscopo delle Religioni molto in voga nei circoli esoterici delle corte rinascimentali (secondo la quale dopo le tre fasi storiche delle religioni monoteistiche il prossimo yuga avrebbe visto l'Apocalisse), intende la figura del giovane cristiano (non collocato cronologicamente tra il rabbino e il saggio islamico) come il Nemico, dacché il cristiano, nella contemporaneità dell'autore, è colui che guarda. Da qui una prolusione, equilibrata e non banale, sulla presenza in ognuno di noi dell'Anticristo.

Giuditta e Oloferne
Facile? No, perché apre intelligentemente al riconoscimento del più potente degli archetipi (Jung docet), nel suo aspetto veterotestamentario: Giuditta contro Oloferne, Giovanna d'Arco ante litteram, fanciulla guerriera, vergine sacrificata e vendicativa. Dal Devi Mahatmyam a Kill Bill, mutatis mutandi abissalmente nella profondità di rivelazione e manifestazione del Vero, riconosciamo le variazioni di un'icona inscritta a caratteri d'oro nell'Inconscio Collettivo.
Se il Gran Nemico è in noi, dobbiamo dare nascita dentro di noi alla fanciulla guerriera che ne reciderà l'osceno capo.
Quale migliore metafora della seconda nascita, del risveglio della Kundalini, delle Nozze Mistiche, dell'albedo interiore?

particolare dei fregi della Casa Museo di Giorgione
C'è sicuramente nel testo una traccia, sapiente, di riflessione orientale, forse di derivazione specificamente buddhista, ben declinata nel riconoscimento del filo d'oro della Tradizione esoterica dei grandi iniziati, una traccia che guida il percorso meditativo, solo apparentemente affidato al capriccio della suggestione, verso la splendida riflessione finale sull'ultimo cartiglio dei fregi nella casa detta di "Giorgione" a Castelfranco (quello lasciato in bianco per lasciare all'Uomo il monito e l'invito a giocare saggiamente le carte del proprio libero arbitrio): "bisognerà lottare per affrontare il caos...chissà che la via d'uscita non sia data proprio dall'arte, arte rinnovata e magica, per tracciare o incidere sulla tavola bianca immagini con il potere di sanare, curare il mondo nostro, con amore, corpuscolo che ci lega al tutto con necessari e invisibili legami".







lunedì 6 febbraio 2017

Da Omero a Shakespeare: ha ancora senso il massacro dei classici?



Tutto il Novecento ha applicato ossessivamente la rivisitazione dei testi classici, una corsa inizialmente avventurosa, un'impervia scalata alle vette da dissacrare, divenuta presto rassicurante promenade borghese nella prassi abusata e fintamente originale della cultura di massa.


La triste parabola del postmoderno: dall'oltraggio delle avanguardie, passando per i grandi visionari diversamente apocalittici (Artaud, Bene, Pasolini, in misura diversa Beck e Barba), fino all'impoverimento contemporaneo.
Il brivido blasfemo di un  Buñuel  mantiene, nel rovesciamento programmatico, il senso della sacralità degli archetipi: La Voie lactée è un comodo prontuario gnostico.
Ciò che non si può dire per nessuno dei Romeo e Giulietta in jeans e maglietta che ci sono stati inflitti negli ultimi trent'anni.

"Massacro dei classici", questa la potente definizione di Bartolucci, applicata al primo Bene, quello che inscenava la Salomé di Wilde con Franco Citti nei panni di Giovanni Battista, rendendo le cantine trasteverine templi del Grande Teatro, per la delizia di Flaiano e Arbasino, il fastidio di Visconti, il fascino e il rispetto di Pasolini ed Elsa Morante.

"Ero un ragazzo, allora", risponderà CB al grande Bruno Zevi, che evocava tale definizione: certo uno sguardo efficace ma non comprensivo della sua opera di rivoluzione teatrale.

Ma, al giorno d'oggi, nel quale è praticamente impossibile assistere ad una rappresentazione lirica, teatrale o cinematografica che non ceda alle lusinghe di una attualizzazione "contemporanea" o conformisticamente dissacrante, invece di aderire filologicamente alla forma classica, tutto ciò ha ancora senso?
Di Bene, di Pasolini, di Buñuel, ne nascono pochi.
Scimmiottarli è un pessimo servizio, in primo luogo alla loro memoria, prima che ai classici banalmente "rivoluzionati".

Queste riflessioni nascono dalla visione di Odissea A/R al Teatro Argentina, per la regia di Emma Dante.
La Dante è regista abile, intelligente, fautrice di una ricerca senza dubbio interessante.
Stavolta, però, il massacro del classico appare forse involontario.


 Lo spettacolo può vantare tutti i pregi e le caratteristiche della ricerca "dantesca": interessante utilizzo dei corpi in scena, complesso gioco coreografico di sincronie e giochi visuali creati dalla coralità fisica dei soggetti, uso creativo e brillante del vernacolo siciliano, una certa seducente freschezza espressiva.
Molte le risate (facili) e gli applausi (generosi) strappati a scena aperta.
C'è però un problema: stiamo parlando dell'Odissea di Omero.
Per un caso beffardo, abbiamo visto lo spettacolo il giorno dell'anniversario di James Joyce, un autore che sulla rivisitazione dissacrante del poema omerico ha costruito un monumento all'(anti)letteratura.

Nel pieno rispetto della carriera della regista, ci sentiamo di affermare senza timore: non si può affrontare un classico fondativo della cultura occidentale ignorando (se non disprezzando) il valore sacro degli archetipi.
Comprendiamo la volontà di rendere attuale, viva, pulsante, contemporanea la perenne urgenza della vicenda mitica: ma ciò può avvenire solo nella luce eterna, e per ciò perennemente attuale, del simbolo intatto.
Vedere Atena come una Sora Cecioni sicula, Hermes come un frivolo gay da caricatura o Zeus come un palestrato vanesio può farci sorridere in una versione del Trio Marchesini-Solenghi-Lopez.
Da una regista della cultura di Emma Dante ci aspettiamo di più.
L'unica scena che ci ha convinto è stata quella del canto Rapimi la porta di Bruno Di Chiara, davanti a Penelope seppellita dal suo telo (divenuto sudario attraverso un'intuizione brillante ma tirata forse un po' troppo per le lunghe), in cui la poesia del vernacolo siciliano evoca il contrasto tra crudeltà e innocenza del canto del pappone napoletano prima della violenza sulla prostituta traditrice in Accattone.

Una scena che Pasolini definì "idillio" rispetto al successivo massacro del Circeo, segnando nettamente la "mutazione antropologica" drammaticamente avvenuta.
Ma Pasolini (colui che fece interpretare Tiresia da Julian Beck, Creonte da Carmelo Bene, coraggiosamente Giasone dall'atleta olimpico Giuseppe Gentile e meno scandalosamente Medea da Maria Callas) era il primo ad essere "scandalizzato dalla mancanza di senso del sacro" dei suoi contemporanei.
Concludo sullo spettacolo di Emma Dante, sottoscrivendo le parole puntuali di Chiara Babuin:
"Lo spettacolo non ha il senso del Sacro (e, se peschi a piene mani da uno dei poemi mitologici per eccellenza, è grave); gli dèi, le rare volte che appaiono, sono trattati in maniera macchiettistica (che poi, il bello della mitologia è che le divinità sono sempre personaggi con determinate caratteristiche, ma non sono mai stereotipi); la natura, espressione della volontà e dei capricci divini, non è mai veramente agente, declassata a mero accenno nei discorsi dei personaggi.
La sensazione è che la Dante abbia ridotto la mitologia a dramma borghese (...) soprattutto, a questo spettacolo manca il pathos; e le musiche contemporanee che ogni tanto imbellettano (inutilmente) la scena non fanno altro che smorzare ancora di più qualche accenno di emozione.
Un vero peccato, perché gli attori hanno dimostrato di avere una preparazione al canto, alla danza, alla respirazione e alla recitazione davvero notevole: Emma Dante è infatti famosa per creare poetica attraverso i corpi, eludendo il linguaggio verbale - epifanico in ciò, il suo MPALERMU del 2001.
Ma questa volta no, non ci è riuscita. ODISSEA A/R sembra una forzosa e forzata lettura contemporanea del poema omerico, che però lascia nella sua epoca antica il dissidio esistenziale dell'uomo, come anche la sua bellezza".


A questo punto, confessiamo d'aver apprezzato di più la rappresentazione, meno ambiziosa, ma più fedele, del Winter's Tale di William Shakespeare al Teatro Genesio di Roma.
Spettacolo rigorosamente in lingua, realizzato dalla già apprezzata compagnia The Rome Savoyards/Plays in Rome, per la regia di Sandra Provost.


Anche qui la vicenda è calata nella contemporaneità, forse più per facilità nella realizzazione che per vezzo interpretativo.
La fedeltà all'opera è però impeccabile.
Un testo non facile, tra i più intricati della produzione shakespeariana: cinque atti, di cui tre di cupa ingiustizia, di tortura psicologica, di trionfo del sospetto e dell'ignoranza, con morti innocenti, oracoli profanati e atroci sensi di colpa, una fosca tragedia sulla stupidità umana che poi negli ultimi due si scioglie nel più clamoroso dei lieto fine.
La compagnia, ben collaudata nella commedia brillante, cerca un equilibrio non facile in una recitazione didascalica e misurata, eppure, nel finale miracoloso, è in grado di emozionarci.
Il motivo è semplice: perché, pur nella semplicità di una messa in scena non certo faraonica, gli archetipi vengono rispettati.
E ciò (T.S.Eliot docet) è il segreto della vera, sapiente modernità: la scena finale, in cui i protagonisti sono disposti, nei loro diversi caratteri (il re affranto dalla colpa, i giovani innamorati, il ladro nato sotto gli auspici di Mercurio, il consigliere fedele e onesto, le coraggiose serve della regina), assistono alla meraviglia del Mistero, alla Resurrezione rituale dell'Amor perduto, della Giustizia offesa, sembra una risposta felice con 304 anni d'anticipo all'abisso del dubbio di Cosi è, se vi pare.


Shakespeare, come tutti i grandi geni, dialoga al di là del tempo con i suoi eredi: come Dante ispira Eliot e Pound, così il Bardo dispone le carte sul tavolo di Pirandello.
Un plauso alla commovente resa della regina/statua di Fabiana De Rose.

Ancora una volta, less is more.

venerdì 13 gennaio 2017

La via del vizio - la novella moralistica del giovane Bram Stoker


Bram Stoker, pur avendo creato con Dracula una delle figure più iconiche della letteratura moderna, non può essere certo annoverato tra i supremi maestri di stile della letteratura moderna.
Nelle sue pagine non ritroviamo lo scavo psicologico di E.A.Poe, la diabolica immaginazione di Lovecraft, lo slancio travolgente di Mary Shelley, il delirio parossistico del "monaco" M.G. Lewis, men che mai il magistrale possesso della tensione narrativa di Henry James.

La creazione del suo romanzo più celebre, composto sotto forma di frammenti epistolari e note di diario, è chiaramente ispirata al precedente de Il Vampiro di Polidori.
Sono note le circostanze che videro nella stessa notte "buia e tempestosa" riunirsi Byron, il suo segretario Polidori, appunto, Shelley con la sua futura moglie Mary, assieme alla sorellastra di quest'ultima, in una villa a Ginevra: una notte in cui l'Inconscio Collettivo, complice una gara letteraria sorta in seguito alla lettura dell'antologia tedesca Fantasmagoriana, concesse nella stessa casa l'accesso a due figure archetipiche, Frankenstein alla Shelley e Il Vampiro a Polidori.
Stoker scriverà Dracula sessantuno anni dopo quel supremo momento di creatività oscura: il suo libro più famoso in realtà chiude il grande fiume sotterraneo del racconto gotico, che avrà i suoi campioni, oltre agli autori citati, in Horace Walpole e Charles Robert Maturin.

Ma il suo esordio letterario era avvenuto ventidue anni prima di raggiungere il proprio picco creativo.
Ed è proprio questa rarità letteraria che viene finalmente tradotta in italiano da Edizioni della Sera, casa editrice che ci ha ormai abituato ad anomale preziosità.
Il libro si chiama La via del vizio, e come il titolo rivela si tratta di un cupo apologo moralista, sulla scorta di un naturalismo spietato che in quegli anni stava raggiungendo il suo culmine grazie al genio inflessibile che scandiva la prosa chirurgica di Émile Zola (Il ventre di Parigi uscì tre anni prima, L'Ammazzatoio un anno dopo).
La parabola è quasi da memento mori, da exemplum medievale (non a caso l'ispirazione si dice "gotica") in negativo,  tecnicamente si tratta di una temperance novel, o meglio di una novella a tesi, volta a mostrare le conseguenze del bere: una coppia felice e serena, piena d'amore e di speranze, perderà l'innocenza primordiale quando il marito si recherà nella diabolica Londra, covo d'ogni vizio, ove in breve conoscerà alcool, gioco d'azzardo, lussuria, fino a scendere ogni grado dell'abiezione.
Scontata la tragedia finale autodistruttiva.

Nella traduzione si smarrisce una dotta citazione dall'inizio dell'Amleto: The Primrose Path, il sentiero di primule calpestato da coloro che non obbediscono alla morale.
Parole tristemente profetiche che Ofelia rivolge a Laerte.
Ofelia secondo J.W.Waterhouse, 1894
Ma è la stessa ottima cura di Elisa Bolchi a rivelarcelo, nella interessante traduzione che rende più apprezzabile la lettura di un testo non certo memorabile per originalità o lodevole per assenza di schematismo.
Ciò che interessa è però riconoscere lo stile germinale dell'autore destinato a una fama duratura, entrare nel laboratorio giovanile della mente di Stoker, dove già si delineano alcuni luoghi interiori, alcuni trucchi narrativi, alcune astuzie che ritroveremo nel più celebre romanzo ispirato a Vlad l'Impalatore.

Stoker scrisse diciotto libri, ma la grande massa dei lettori ne conosce solo uno.
Questa è l'occasione per esplorare i suoi primi tentativi con la misura del racconto lungo, i suoi passi iniziali nell'analisi dei meccanismi di perversione dell'animo umano.
Una lettura che, pur nei suoi limiti estetici, consigliamo come dovuta a tutti gli appassionati e studiosi della letteratura del terrore.


Da Tasso a Pasolini, passando per Sade (ed Eleusi)



A Leopoldo Carloni

Ieri sera al Teatro India di Roma il cartellone ha offerto una serata di particolare interesse, forse più per le stimolanti suggestioni concettuali dell'accostamento fra i due spettacoli in scena che per la riuscita degli stessi.
Parliamo di Aminta - S'èi piace ei lice, ispirato alla fiaba pastorale di Torquato Tasso, e Orgia di Pier Paolo Pasolini, crudissimo testo del 1968 in cui già affiora la riflessione tra violenza e Potere che esploderà in Salò - Le Centoventi giornate di Sodoma e che ritroviamo nelle pagine più tremende di Petrolio.


Cosa lega questi testi così distanti? Cosa lega la classica compostezza rinascimentale dei versi del Tasso alla confessione ferina e crudele di Pasolini? Cosa lega l'atmosfera arcadica e leggiadra, sospesa fra castità sdegnosa e richiamo dei sensi, della vicenda di Silvia con le ripetute umiliazioni carnali a cui viene costretta programmaticamente la moglie del protagonista di Orgia?
C'è un legame, in una figura nerissima e imprevedibile: il Marchese de Sade.
O, se volete, il suo opposto metafisico: Dante Alighieri.

No, non mi riferisco alle scene di stupro (scampato in Aminta, reiterato bestialmente in Orgia) presenti nelle due opere originali e poste in scena nelle due rappresentazioni (in maniera paradossalmente più urtante nel primo caso).
Mi riferisco a un filo rosso concettuale, di cui sono debitore a uno dei miei grandi maestri, quel grande intellettuale, cristiano illuminato, che è Giovanni Casoli.
Il verso "S'ei piace, ei lice", con sprezzatura lasciato cadere dal Tasso nel ritmo armonioso delle rime leggiadre, è in realtà un manifesto programmatico che sancisce, nella storia della letteratura, una frattura tra etica ed estetica.
La visione per cui Dante poneva "Cleopatràs lussuriosa" nel V° dell'Inferno ("che libito fé licito in sua legge"), diviene, nei fasti spensierati della corte estense, completamente  rovesciata, in un apparente richiamo alla "lieta giovinezza" medicea, evocata il secolo precedente.
Tasso, come il più scaltro dei personaggi di Shakespeare, dice ciò che non si può dire tra gli applausi della corte: nell'elegante cornice dell'Età dell'Oro, nel racconto giocondo della vicenda di Silvia (nome che ispirerà i versi celebri di Leopardi), sacerdotessa di Diana che alla fine cede alle lusinghe di Natura e Amore, distrugge concetti fondanti della cultura cristiana europea d'allora, come onore e castità.
A rigore, queste sono le premesse che conducono, sviluppate nel frattempo dai filosofi libertini, a Sade: "S'ei piace, ei lice". Se dona piacere, è lecito.
Arriverà solo dopo Freud, a fornire false giustificazioni pseudo-scientifiche.
Non  a caso, il verso è titolo dello spettacolo, slogan e mantra, addirittura tatuato all'inizio della rappresentazione sul dito di uno dei registi/attori.


La rappresentazione, dunque, ha il pregio di riportare al centro dell'attualità un testo straordinario, e coglierne intelligentemente la potenza culturalmente rivoluzionaria, con un attento lavoro di scavo filologico.
Dall'altro, molte cose ci hanno lasciato perplesso della rappresentazione: se apprezziamo l'idea di una versione contemporanea, che rompa la convenzione recitativa in un "percorso visuale e sensoriale"  dell'opera (riprese in esterna che si legano a presenze mute sulla scena, proiezioni su teli, voci registrate emesse da inquietanti megafoni, effetti sonori assordanti, giochi di luci e vento), non ci ha entusiasmato la realizzazione.
Non basta la bellezza dei tratti rinascimentali di Clelia Scarpellini, in un elegante vestito trasparente, a rendere lo sdegnosa fierezza di Silvia, non bastano alcune riprese in esterna a Villa Pamphili a ricreare l'ambientazione arcadica, non convince la scena di rappresentare il tentato stupro da parte di un satiro con le immagini della ragazza che si dimena seminuda legata sullo schermo, mentre un bodybuilder mostra la sua feroce muscolarità sulla scena.
Le intuizioni sul gioco sinestetico sono valide (le doppie voci registrate, che echeggiano un super-io paradossalmente in vece di Es, non possono non far pensare all'Erodiade interpretata simultaneamente da Lydia Mancinelli e Alfiero Vincenti nella Salomé di Bene) ma l'estetica appare al nostro gusto troppo laccata, i personaggi sembrano uscire dalle pagine di riviste di moda più patinate e il senso dell'opera secondo noi non è approfondito come promesso nel convincente inizio.

Licia Lanera in Orgia
Il legame sadiano ci conduce alla seconda rappresentazione, paradossalmente più convenzionale ed equilibrata, pur nella estrema crudezza dei contenuti esposti.
Licia Lanera, regista e protagonista, sceglie coraggiosamente di dominare la scena, in entrambi i ruoli (marito carnefice e moglie vittima), condividendola solo nella seconda parte con Nina Martorana, nel ruolo della prostituta che scampa al massacro.
Lo sforzo è notevole, il gioco di contrapposizione tra lo squallore delle violenze evocate in scena e lo splendore delle tele che fanno da sfondo (Lorrain, Caravaggio e Furini) è facile (soprattutto nel caso della Maddalena caravaggesca) quanto efficace.
Licia Lanera sceglie per la sua versione del testo, delirante e spietato, un tono confidenziale, emotivo, tra lamenti infantili e animaleschi della vittima e la folle serenità programmatica del boia, assieme a una serie di scelte (dal vestiario alle musiche) appartenenti all'immaginario rap e hip hop; non esattamente scelte che avremmo consigliato.
Come anche certi ammiccamenti alla pornografia ci sembrano superflui; uno potrebbe dire: "Ma come? Si tratta di un testo che parla di sesso estremo e violento!". Appunto, non c'è  bisogno di caricarlo ulteriormente con pose cagnesche e ovvie allusioni con microfoni e yogurt.
Più riuscita, invece, ci appare la scelta di mimare la violenza subita nei corpi nudi e offesi, spasmodicamente rantolanti sul palco, nella camera nuziale che diventa tana e prigione.
Siamo però qui nell'ambito del gusto personale, lo spettacolo merita comunque apprezzamento per il coraggio di portare in scena un testo difficile, duro, violento, scandaloso.
La Grotta di Plutone ad Eleusi
Il testo, oltre a riproporre i temi chiave della riflessione apocalittica pasoliniana (lo smarrimento della sacralità del mondo arcaico contrapposto al genocidio culturale della Neo Preistoria capitalistica), fa da trait d'union nella deriva freudiana dell'ultimo Pasolini, tra Teorema e Salò.
Parliamo di un testo scritto nell'anno chiave 1968, in cui Pasolini, sempre avanti ai tempi, non solo prenderà come è noto le distanze dalla contestazione studentesca (frutto, ricordiamo, di una innaturale alleanza rossobruna), ma inizierà a svelare il trucco borghese della cosiddetta "rivoluzione sessuale".
Emerge, nel testo, non solo la seduzione estetica che ha intrappolato il poeta nella spirale autodistruttiva del sadomasochismo (il protagonista sa che "questo è Male" ma non sa resistere poiché esso è per lui "infinitamente più bello di ogni Bene"), ma soprattutto, emergono delle illuminanti definizioni: l'orgia animalesca con cui il protagonista vuole "morire" uccidendo la moglie (e la sua dignità) viene presentata prima come "spettacolo", viene sottolineato ossessivamente come tutto non sia "un gioco".
Ma ciò che ci interessa è che nel testo a un certo punto affiori come lo stupro sistematico e la distruzione della famiglia siano vissuti come "una cerimonia".
Non è un'espressione casuale: tornerà dichiaratamente in Petrolio.
Su questo non possiamo non citare le riflessioni di Emanuele Trevi in Qualcosa di scritto, libro interessantissimo, metà gustosamente autobiografico (l'autore descrive i suoi anni al Fondo Pasolini, accanto alla furiosa, folle decadenza di Laura Betti), metà ardito saggio sul significato segreto di Petrolio (e di Salò).
Rimandiamo a una centratissima recensione di Pietro Citati QUI per uno sguardo d'insieme sul libro.
Un testo che consigliamo a chiunque sia interessato alla figura del poeta ucciso.
Anche se non condividiamo il disprezzo di Trevi per le tesi "complottistiche" (ci sembra eccessivo sostenere che a Pasolini di Cefis non fregasse nulla), troviamo di grande interesse le intuizioni sul legame tra metamorfosi e violenza rituale in Petrolio, considerate come ricerca e recupero dei Misteri Eleusini.
Già in Orgia, prima di Petrolio, è presente la metamorfosi sessuale tra Uomo e Donna.
Scrive Trevi: "Diventare donne, da uomini che si era: questa è la suprema, la perfetta, la decisiva metamorfosi. È la porta stretta che deve imboccare qualunque iniziazione veramente efficace".
Linguaggio evangelico: dalla equivalenza Lenin/Cristo Pasolini si muoverà verso le spire della follia sacra, in un percorso a ritroso del percorso di trasmissione dei rituali e dei simboli.
Tema cruciale, illuminante e, per noi, che non contraddice per nulla il fatto che Pasolini possa essere stato ucciso per motivi politici.

Emanuele Trevi

Non ci sediamo fra complottisti o mistici nel gran calderone delle tesi sulla morte di Pasolini: l'analisi della complessità nelle ricerche simboliche di Pasolini non va derubricata a mistificazione, la volontà di cercare la verità sull'omicidio non può essere bollata come paranoia.
Entrambi i filoni intraprendono sentieri di ricerca fondati da evidenze.
Nel caso di Trevi (che conclude il suo atipico romanzo/saggio/diario con un reportage commovente e straniante proprio da Eleusi, un ateo alla ricerca del sacro smarrito) riportiamo una delle definizioni più suggestive dell'ultima opera incompiuta di Pasolini: "fin dal momento della prima concezione, è un libro sacro, un annuncio, una rivelazione. Le gesta sovrannaturali dei suoi burattini allegorici rimandano a un processo in atto, a una verità che sta accadendo".

Dunque, al di là della riuscita dei singoli spettacoli, confermiamo come la programmazione del Teatro India sia sempre feconda di spunti, riflessioni, sguardi non consuetudinari, un laboratorio di sperimentazione culturale che merita sempre uno sguardo attento.


venerdì 6 gennaio 2017

TUTTI GLI ARTICOLI DI DICEMBRE




Care lettrici, cari lettori,
Ecco il riassunto degli articoli di Dicembre pubblicati su varie testate.

Su Repubblica XL:
- abbiamo stilato con Gianmaria Tammaro la Top 10 dei migliori fumetti del 2016 QUI


Su Minima&moralia:
- abbiamo intervistato Massimo Popolizio sul suo rapporto con Pasolini, Roth e Luca Ronconi QUI

- abbiamo partecipato alla lista collettiva dei libri del 2016 QUI


Su il Blog de Il Fatto Quotidiano:
- abbiamo parlato di come in Eros e Priapo di Gadda ci siano delle spiegazioni illuminanti sul presente QUI



Su spezzandolemanette:
- il riassunto degli articoli di Agosto e Settembre (da Blake ai Genesis, da Tolkien a Pound, da Aldo Manuzio a Einstein) QUI 



- una riflessione su Il Rinoceronte di Ionesco QUI



- il riassunto degli articoli di Ottobre e Novembre (da Gipi a Dylan, da Elio a Leonard Cohen, da Lauren Groff a Robert Darnton) QUI



- una serie di appunti su alcuni libri che ci hanno colpito nel 2016 QUI

Buona lettura e buon anno a tutti i miei venticinque lettori!