giovedì 21 dicembre 2017

10 libri non banali (e non è poco)

Questa non è una classifica.
Questa non è una lista di fine anno.
Non ci sono premi, non ci sono medaglie, non ci sono voti.

Questi sono libri che mi hanno particolarmente colpito in un anno di letture molteplici, forsennate e bizzarramente eterogenee.
Mi sembra il minimo tributo accennarne i motivi di interesse.


- Morte ai vecchi, Franco "Bifo" Berardi e Massimiliano Geraci, Baldini&Castoldi
Non lasciatevi ingannare dal titolo.
C'è molto di più di uno scontro generazionale.
Si tratta di un libro autenticamente postmoderno, nel senso più alto e consapevole: niente citazionismo sterile alla deriva, niente plagi spacciati per omaggi, niente idee copiate con la scusa della rielaborazione.
Nessuna confusione tra archetipi e stereotipi.
Un libro di profonda intelligenza, che si muove con accortezza in ambiti insidiosi, attraversando le ardite frontiere del cyberpunk e gli abissi infernali della ricerca psichedelica.
Una distopia nemmen tanto dissimile dalla realtà di tutti i giorni, un libro che sembra scritto dopo una consultazione funesta dell'IChing sul futuro della nostra società.
Apprezzabili lo stile proteiforme, il contrasto tra folli navigazioni interiori e grigiore quotidiano, l'intreccio avvincente della vicenda, che mescola la prosa allucinata di derivazione burroughsiana agli stilemi del noir, la parodia dei tic veterocomunisti alla testimonianza lucidissima e illuminante sullo smarrimento delle nuove generazioni.
Soprattutto, un libro che trabocca cultura ad ogni riga: citazioni sottili, nascoste, occultate come doni preziosi, senza compiacimenti esoterici, né ostentazioni adolescenziali per accattivare il lettore.
Leggetelo.

- A mille c'è n'è, Cinzia Bigliosi, L'Iguana
Cinzia Bigliosi, raffinata traduttrice e intellettuale di raro pregio, ci delizia con la sua prosa rarefatta, crepuscolare, ricercata ma senza forzature nella raggiunta perfezione di una spontanea musicalità.
Non si traduce degnamente Irène Némirovsky per caso.
In questo racconto, esile quanto penetrante, per molte pagine pare non accadere nulla: pitture sognanti di atmosfere interiori, il pigro scorrere di una quotidianità incolore, addirittura la scrittrice sembra indugiare su descrizioni minuziose di dettagli insignificanti, rese con pregevole tecnica stilistica ma, apparentemente, con minore costrutto narrativo.
E, poi, all'improvviso, lo sconvolgimento.
Tremendo come solo l'insensatezza dell'apparente caso può essere.
Dal crepuscolo si cade nella notte nera senza redenzione.
Magistrale la costruzione, la capacità di cogliere gli impercettibili palpiti interiori e insieme raccontare l'indicibile del dolore.
Una penna così abile la attendiamo fiduciosi su prove più vaste e impegnative.


- L'armonia segreta, Geraldine Brooks, Neri Pozza
Un libro bellissimo.
Il racconto della vita del grande David dal punto di vista privilegiato, e condannato, del suo intimo testimone: Natan, il bimbo veggente, costretto dalla violenza numinosa del Divino a incoronare profeticamente l'assassinio di suo padre.
E ad accompagnarlo per tutta la vita come talismano temuto e venerato, inerme osservatore delle sue ingiustizie, ammirato nella contemplazione della sua gloria, unico custode del lato oscuro della sua anima estasiata.
Un libro crudele, irriverente, spietato, eretico il giusto nella veridicità storica quanto essenzialmente rispettoso del Mistero, come intelligenza impone.
David, guerriero feroce e Re capriccioso, eppure strumento potentissimo e invincibile del suo Dio: pagine potenti di ricostruzione storica, sottili riflessioni sulla maledizione dell'elezione profetica, rigorosa ricostruzione filologica e sintomatologica dell'esperienza mistica e delle lotte che condurranno David alla gloria.
Una prosa che esplora le sottigliezze insondabili del rapporto con un Dio paradossale, collerico e misericordioso e d'improvviso schiaffeggia il lettore col racconto agghiacciante dello stupro incestuoso di Tamar perpetrato dal bestiale primogenito di David, Amnon.
Non si scandalizzino gli ortodossi: questo è ciò di cui è fatta la sostanza del racconto veterotestamentario.
Le contraddizioni, le bassezze, la violenza necessaria di un guerriero esaltato non sono fango sull'idolo: l'ispirazione sublime ed eterna del Salmista, i versi supremi di David, la sua incendiaria devozione, il canto celeste e ispirato ancor più risaltano nel loro splendore divino, proprio avendo scelto dimora nella mente di un uomo divorato dalle passioni.
Dietro lo scandalo apparente, una profonda conoscenza interiore.
Commovente la dedica finale a Leonard Cohen, colui che in musica seppe tradurre, in una canzone in seguito insensatamente abusata, la tensione supremamente erotica dell'amore mistico.



- La vedova Van Gogh, Camilo Sánchez, Marcos y Marcos
Libro differente dal precedente, ma con uno sguardo simile: il racconto laterale, postumo dell'intima testimone di un Eletto.
Un'elezione più vicina a quella di Natan che a quella di David.
Van Gogh, artista profetico e in quanto tale inascoltato dai contemporanei, destinato a una vita di ossessivo isolamento intellettuale e emotivo.
La storia raccontata è l'avventurosa e testarda ri-costruzione del mito Van Gogh da parte della cognata, rimasta vedova del fratello Theo.
Tramite la lettura del carteggio ritrovato fra i due fratelli, la protagonista Johanna scopre le profondità del genio, i significati reconditi, impara a "vedere", a contemplare il miracolo della creazione artistica di quello che l'altro grande folle "suicidato della società" Antonin Artaud  in un saggio memorabile per vertiginosa affinità interiore celebrò così: "I suoi girasoli d’oro e bronzo sono dipinti;, sono dipinti come girasoli e nient’altro, ma per capire un girasole in natura, bisogna adesso rifarsi a Van Gogh, così come per capire un temporale in natura, un cielo tempestoso, una pianura in natura, non si potrà più non rifarsi a Van Gogh".
In questo libro scopriamo a chi dobbiamo questa scoperta dal valore incommensurabile.


- Challenger, Guillem López, Eris
Libro stupefacente, ambizioso, non distante dal primo di questo elenco libero e disordinato per sguardo narrativo caleidoscopico, tentacolare, apparentemente delirante ma in realtà minuziosamente costruito su una serie di incastri precisi, in un gioco di complementarità e rivelazione reciproca nei 73 frammenti che ne compongono l'impressionante mosaico.
L'esplosione (sconvolgente memoria per tutti i bimbi degli anni '80) della navetta spaziale Challenger diventa il Big Bang per una catena inesorabile di sincronicità sempre più inquietanti, nel parrossismo di una stretta narrativa progressivamente più confusa fino alla rivelazione del disegno complessivo.
Non è facile raccogliere sfide così complesse dopo che nel mondo non solo è esistito Borges, ma anche Ballard.
Queste sono letture che al termine non ti fanno rimpiangere il tempo che vi hai dedicato: stimolante, ben costruito, quasi mai prevedibile.



- Il Sancane/ Il Sancane volume II, Simone Amicucci, Ultra
Il libro che tutti dovrebbero avere sul comodino per leggerne una pagina ogni sera.
E meditare.

Andrea Foschini
- Merlino, L'Ultimo dei Danaan, Andrea Foschini, Nuove Edizioni Aldine
Amiamo la prosa di Andrea Foschini.
Una prosa feroce, visionaria, delirante, sempre in continua tensione verso l'ineffabile e l'infame, sempre sul punto di incendiare la pagina, tra Mishima e Majakosvkij, per citare una nota canzone, sempre magnificamente, terribilmente, atrocemente identica a sé stessa.
Stavolta, dopo Giovanna D'Arco, Caligola, Caracalla, Ulisse, Nerone, Edoardo II, è Merlino il grande alter ego su cui l'autore chiaramente proietta un palese trasferimento di personalità, nel supremo disprezzo del mondo contemporaneo.
Stavolta l'atmosfera consente all'autore di evocare atmosfere meno arcaiche e più affini a quello che superficialmente viene definito fantasy.
Ecco un brevissimo saggio della prosa ardente di Foschini: "Il drago era l'architettura del mondo invisibile. Ma questa è una definizione rozza. Per quanto allora tale volli darla a me stesso...Caddi e fui l'uomo selvaggio. Preso a sassate dai giovani che per primi incontrai nel mondo degli uomini, selvaggio, essere informe come gobbo apparivo loro finché un cavaliere armato di lancia si pose in difesa della fattoria dove i suoi bambini avevano bersagliato di pietre me, il mostro. Si lanciò in armi anche lui nella mia direzione e non ebbi pietà".


- Dietro le dune, Paolo Basili, Augh!
Un libro completamente diverso da quelli che abbiamo affrontato finora.
Niente deliri, niente visioni, niente archetipi, niente illuminazioni.
Una storia d'amore, scritta in modo semplice, volutamente dimesso.
Una sorta di erede dell'inetto sveviano alle prese con le pressioni illusorie e crudeli della vita contemporanea.
All'improvviso, il ritorno di una vecchia fiamma.
Salvezza o trappola?
Un libro che rende benissimo il grigiore intollerabile della vita quotidiana, ma che nelle ultime pagine trova un'accelerazione irreale in cui accade di tutto.
L'ambiguità dei sentimenti, la vanità dei progetti, l'inganno dei sensi esplorati in un'introspezione da "uomo qualunque", in cui chiunque, anche il più geniale e avventuroso dei lettori, può rispecchiarsi.
Paolo Basili, al suo esordio sulla lunga distanza narrativa, supera la prova non solo con l'entusiasmo del principiante, ma soprattutto grazie al più importante dei doni letterari: l'autenticità.


- SuperDio, Franco Sardo, Blonk
Visto che il presente è orrido, le distopie si moltiplicano, ma non hanno bisogno di molta fantasia per dipingere scenari da far intimorire Orwell.
Franco Sardo, esperto autore satirico, mescola giocosamente vari elementi della sua cultura postmoderna, erigendo una parodia della religione organizzata che ha la struttura di un videogioco e il percorso di un viaggio simbolico.
Intuizioni irresistibili si avvicendano a comode soluzioni comiche, ma nel complesso l'eruzione di spunti satirici, di riflessioni metanarrative, di colte parodie filosofiche (e qualche concessione scollacciata) rendono SuperDio una lettura interessante.
Splendidi i titoli dei capitoli, che descrivono, tappe concettuali del percorso controiniziatico di uccisione del dio inesistente: Il Clero dei Morti, Il Sesso degli Angeli, La Palude Sociale.
Se in breve tempo, Sardo può creare un "quasi" romanzo del genere, in cui solo si intravedono le potenzialità di un'intelligenza comica brillante, ci aspettiamo molto da opere successive, più meditate e strutturate.


- La Nave dei Folli, Marco Taddei (illustrazioni di Michele Rocchetti), Orecchio Acerbo
Dunque, che Marco Taddei sapesse scrivere, e bene, lo sapevamo da tempo.
Siamo stati sostenitori tra più facinorosi nel tambureggiare della Curva in sostegno di Anubi.
Qui dimostra di non padroneggiare solo il registro grottesco e graffiante, ma di saper declinare la sua abilità di scrittura anche nell'incanto, nella meraviglia, nello stupore.
Accompagnato dalle belle illustrazioni di Michele Rocchetti, il racconto esalta il talento di giocoliere linguistico di Taddei, di chiava ispirazione rabelaisiana ma che certo non ignora l'omonimo precedente rinascimentale  di Sebastian Brant.
Un'opera di non comune pregio stilistico.

giovedì 14 dicembre 2017

Feldenkrais - Armonia spontanea

Il fondatore della tecnica Moshe Feldenkrais

Confesso la mia ignoranza.
Avevo sempre snobbato il metodo Feldenkrais.
La mia quasi ventennale frequentazione delle discipline meditative orientali mi aveva sempre distanziato da un approccio meramente fisico al rilassamento.
Eppure, come il titolo di questo blog testimonia, sono sempre pronto a rimettermi in discussione.


Seguendo, dunque, la guida sapiente della mia amica Minoo Samii mi sono volentieri sottoposto a una seduta di prova.
Al di là della gradevolezza della pratica, della estrema semplicità dei movimenti e della grazia elegante che intuisco possa essere sviluppata spontaneamente tramite la cura del gesto, ciò che mi ha colpito è la conferma "meditativa".
Non solo la disciplina non è in contrasto con la quiete interiore, bensì ho potuto apprezzare, in primo luogo, una profonda consonanza concettuale e, prova ancora più importante, il raggiungimento spontaneo di uno stato meditativo durante i semplici esercizi che il metodo propone.

L'ennesima conferma della fittizia contrapposizione tra corpo e spirito, che tanto ha infestato la metafisica occidentale, dalla scissione di natura religiosa (etimologicamente ossimorica) al delirio indiscriminato del Kali Yuga, schiuso ormai un secolo fa circa a Berggasse, 19 a Vienna.


Il prossimo sabato, alle ore 12,30, alla Casa della Pace, a Roma (Testaccio), la Dr.ssa Samii terrà un primo workshop introduttivo.
Un'ottima occasione per chi ricerca l'armonia con se stessi.

P.S.
QUI un articolo divulgativo su una testata nazionale
QUI la pagina Facebook internazionale di riferimento della dottoressa


mercoledì 22 novembre 2017

Vastu e Feng-Shui - La dimora interiore


Dopo mesi che meriterebbero tre saggi filosofici, due romanzi autobiografici e un poema lirico-introspettivo per essere degnamente raccontati, mi ritrovo qui a parlare di un argomento di cui, per mera coincidenza, avevo parlato esattamente un anno fa (QUI).
Le sincronicità, da sempre, governano queste deliranti colonne.
Buona Lettura!

Abbiamo già affrontato in più occasioni i libri di Valentino Bellucci (QUI e QUI), studioso attento e versatile la cui ricerca ruota attorno alla dimostrazione del primato della cultura vedica, come origine e ispirazione di tutta la cultura esoterica nelle diverse tradizioni successive.
Nella sua vasta e prolifica produzione, abbiamo trovato molto interessante il suo testo Vastu- L'antica scienza indiana dell'architettura (Enigma Edizioni) un'ottima introduzione a una delle più affascinanti discipline di applicazione pratica di principi spirituali nella vita quotidiana.
Citiamo le parole precise di Bellucci: "Per millenni la scienza sacra dell'architettura ha reso un grande servizio all'umanità. Dal tempio alla cattedrale ogni forma geometrica aveva una particolare risonanza che formava una certa armonia tra la psiche individuale e la terra stessa. Energie che oggi la maggior parte degli studiosi ignora, venivano equilibrate attraverso una sapiente costruzione degli edifici, e da quel particolare equilibrio la vita dell'essere umano traeva forza per una vita sana e colma di successo interiore ed esteriore.".
Troviamo definitive le considerazioni successive, ispirate al nitore di una saggezza primordiale: "Oggi molte persone soffrono a causa di un abitare del tutto deformante, a causa di un'edilizia folle che ha un solo scopo: vendere scatole di cemento. Ma la casa è un luogo sacro e sacro dovrebbe essere l'intero processo di progettazione e costruzione".
Bellucci squaderna la sua dettagliata erudizione in un volume comunque agile (un centinaio scarso di pagine) elencando le connessioni sottili e zodiacali che regolano, o dovrebbero regolare, un'abitazione costruita e arredata secondo le antiche regole vediche.
Vorremmo ricordare le parole conclusive del testo, che sottoscriviamo pienamente: "il padrone di casa dovrebbe invitare la Dea Lakshmi ad abitare la propria dimora: essa è il divino femminile, Madre Natura e la Dea della fortuna. Ecco una sua immagine che non dovrebbe mai mancare nella nostra casa:


Invito il lettore a ricordare che la casa è materna, è simbolo del grembo che ci ha dato vita e che continua a darci vita e fortuna, a patto che ognuno riesca a onorare il divino femminile che si trova in noi e nel cosmo".

Visione differente anche se apparentemente simile rispetto al Vastu è quella del Feng Shui, di cui abbiamo già parlato su questo blog.

L'esplorazione degli elementi comuni (rapporto con i 5 elementi, armonia interiore/esteriore, scoperta del potere energetico dei luoghi) e delle divergenze (gli elementi sono cinque ma differenti, il Vastu si concentra sulla necessità di rinnovamento energetico del luogo, il valore del Nord è diverso nelle due dottrine) pretenderebbe un libro a parte.

Ci limitiamo a segnalare per un approfondimento consapevole l'incontro con Marta Cristina Ceccarelli, che al tema ha dedicato una pagina Facebook, presso la libreria Passaparola di Roma, a Via della Balduina, 122, Domenica 25 Novembre alle ore 17.30.

domenica 25 giugno 2017

TUTTI GLI ARTICOLI DI APRILE E MAGGIO




Care lettrici, cari lettori,
torniamo ad aprire i battenti del nostro laboratorio, rimasti chiusi e impolverati in mesi di impegni folli e sfiancanti, in ogni ambito dell'espressione umana.
Un giorno tali peripezie saranno narrate da una squadra di biografi, ciascuno arruolato per settore esistenziale.
O da alcuni esperti in studi trasversali sui fenomeni di ubiquità correlati ai disturbi da personalità multiple.

Dunque, prima di infliggervi una nuova serie di deliri, credo si convenga ricordare dove eravamo rimasti negli ultimi due mesi.


Sulla La Repubblica- XL
abbiamo avuto il piacere di intervistare, con Massimo Palma, Peter Hook QUI 


Su Fumettologica
abbiamo parlato di Free Ink QUI 

Sul Blog de Il Fatto Quotidiano:

- abbiamo parlato della rappresentazione del Faust di Goethe in cinese QUI


- dell'omaggio a fumetti ad Erik Satie realizzato da Sebastiano Vilella QUI


- dello spettacolo, non convincente, Il Viaggio di Enea al Teatro Argentina QUI


Su Ultima Voce abbiamo parlato:
- dello spettacolo Anamoni di Lisa Rosamilia con le splendide musiche di Michele Sganga QUI


- di una interessante versione teatrale di Old Times di Pinter QUI

Siamo tornati su D.A.T.E. Hub
per parlare del diario autobiografico di Nicoz Born To Lose QUI


Sulle colonne di questo blog
abbiamo pubblicato l'articolo omologo sui mesi precedenti QUI
(da Bowie a Paolo Poli, da Pasolini a Giorgione, da Tim Burton a Cristina Campo, da De André a Bram Stoker).


Grazie per l'attenzione.
A presto per una nuova ondata di deliri!

sabato 15 aprile 2017

TUTTI GLI ARTICOLI DI GENNAIO, FEBBRAIO E MARZO

Care lettrici, cari lettori,
una vasta e complicata serie di impegni internazionali (oggetto di un prossimo resoconto) mi ha indotto a rallentare il ritmo usualmente febbrile delle pubblicazioni.
Ecco, dunque, svelato il perché nei primi mesi del 2017 ho pubblicato un numero di articoli che solitamente raggiungo in un mese.

Spero ciò vi abbia dato tempo e modo per approfondire spunti e motivi dei temi trattati.

David Bowie con Linsday Kemp
Sulla Repubblica-XL abbiamo pubblicato:
- Il nostro omaggio per i 70 anni di David Bowie, primo anniversario dopo la scomparsa QUI 
- la breve recensione di Palla Rossa e Palla Blu di maicol&mirco, votato miglior fumetto del 2016 dai lettori QUI 
- abbiamo parlato dell'interessante libro di Elisa Giobbi sul Club 27 QUI
 - abbiamo parlato dell'ultimo, non memorabile, film di Tim Burton QUI

maicol&mirco per il nostro blog
Sul Blog de IL FATTO QUOTIDIANO:
- abbiamo celebrato l'anniversario di Cristina Campo QUI in un articolo indicato dalla rivista Oblique, che ringraziamo, tra i migliori in Italia di Gennaio QUI

Abbiamo esordito su ULTIMA VOCE:
- con un pezzo riguardo lo spettacolo teatrale ispirato alla tragica storia della militante filopalestinese Rachel Corrie QUI 

Tuono Pettinato per il nostro blog
Su MINIMA&MORALIA:
- abbiamo ancora una volta parlato di Bowie QUI
- abbiamo ricordato Fabrizio De André con Doriano Fasoli QUI 
- abbiamo conversato con Daniele Rielli sul suo esordio per Adelphi con Storie dal mondo nuovo QUI 
- abbiamo pubblicato una nostra vecchia intervista con Paolo Poli in cui bisticciamo su Manzoni QUI 




Su le presenti colonne di SPEZZANDOLEMANETTEDELLAMENTE abbiamo pubblicato:
- l'articolo omologo di fine anno QUI 
- una riflessione su Orgia di Pasolini QUI 
- la recensione de La via del vizio di Bram Stoker QUI 
- una riflessione sul massacro dei classici QUI 
- una meditazione sulle Sette meditazioni su Giorgione QUI 


Abbiamo già ripreso a pubblicare al ritmo abituale.
Per ora ci limitiamo ad augurarvi una
Buona Lettura!

sabato 18 febbraio 2017

RIVELAZIONE - sette meditazioni intorno a Giorgione


Al Teatro India è in scena fino al 19 Febbraio, Rivelazione- sette meditazioni intorno a Giorgione.

La compagnia Anagoor, che col rivoluzionario genio pittorico condivide la culla e i natali di Castelfranco Veneto, mette in scena con rispetto un dignitosissimo omaggio al maestro di Tiziano.

Uno spettacolo costruito su una struttura libera ma solo apparentemente casuale, in cui il crescendo meditativo non sembra seguire uno schema simbolicamente ragionato, piuttosto un flusso d'intuizioni che circolarmente trovano il loro compimento nel discorso d'insieme.

L'approccio disinvolto e informale, che all'inizio ci aveva fatto temere una facile quanto urticante dissacrazione, lascia presto il campo, prima, ad una vivace ricostruzione storica (sulla base degli scarni frammenti della biografia giorgionesca) e, infine, al momento cruciale della dolente riflessione poetico-filosofica sulle immagini immortali del pittore.

La drammaturgia (di Laura Curino e Simone Derai, autore anche della regia) alterna concessioni a un tono colloquiale tipico delle ormai diffuse lectio su temi artistici (con tutte le semplificazioni e gli ammiccamenti imposti dalla volgarizzazione) a improvvisi voli pindarici, che elevano il livello della riflessione a altezze non comuni.
La narrazione (affidata a Marco Menegoni) è esposta con garbo e notevole dettaglio filologico, trovando spesso un buon equilibrio tra il rigore storiografico e la necessaria invenzione romanzesca volta a colmare le voragini dell'assenza di documenti oggettivi.
L'esposizione si gioca su una voce che si sdoppia in due microfoni, uno dedicato alla narrazione presente, l'altro megafono delle citazioni passate, in vernacolo veneto o nel linguaggio alto delle citazioni letterarie.
Ritratto di giovane uomo

Avremmo forse desiderato una maggiore contemplazione dei capolavori pittorici, spesso sezionati in dettagli simbolici ove liberare la speculazione esegetica, ma parliamo, comunque, di uno spettacolo dall'intelligenza sottile e dai molteplici spunti, raramente scontati.

S'imparano molti dettagli illuminanti, ma ciò è il minimo che ci aspettiamo, soprattutto si riceve l'offerta di interpretazioni suggestive, non sempre ancorate a evidenze oggettive ma quasi sempre in grado di mostrare angolature originali e stimolanti.
Come si spiega nel testo introduttivo, e all'inizio dello spettacolo: "Giorgione è una delle figure più enigmatiche della storia dell'arte. Cercare di metterlo a fuoco è come osservare la costellazione delle sette sorelle, le Pleiadi: riesce meglio se uno non la fissa direttamente."

Sette meditazioni, giocando sul duplice significato di riflessione filosofica e stato di contemplazione, su sette opere del maestro veneto.

Pala di Castelfranco

Si parte dal dato umano, umanissimo, di affetti recisi, commerci politici e incantamenti negati per giungere alle vette nebbiose di una sapienza intrisa di neoplatonismo (come nei messaggi cifrati dei cartigli finali).

Venere dormiente di Giorgione

Intelligente la riflessione su "la morte nel desiderio" nella celebre Venere dormiente (finita dall'allievo Tiziano, che ad essa si ispirerà per la sua forse più celebre versione), nel momento di massimo espansione virale delle malattie, appunto, veneree.

Venere di Urbino di Tiziano

Apprezzabile la scelta, vorremmo dire, apofatica di non commentare lo splendore immortale de La Tempesta, affidando alla mera contemplazione del pubblico il più profondo significato di meditazione.

I tre filosofi del Giorgione
Molto interessante la riflessione sui Tre filosofi, Trimurti che non può non evocare i Tre Magi, che ispira un monologo (pericolosissimo!) sull'Anticristo: un'interpretazione ardita ma convincente che, partendo dall'Oroscopo delle Religioni molto in voga nei circoli esoterici delle corte rinascimentali (secondo la quale dopo le tre fasi storiche delle religioni monoteistiche il prossimo yuga avrebbe visto l'Apocalisse), intende la figura del giovane cristiano (non collocato cronologicamente tra il rabbino e il saggio islamico) come il Nemico, dacché il cristiano, nella contemporaneità dell'autore, è colui che guarda. Da qui una prolusione, equilibrata e non banale, sulla presenza in ognuno di noi dell'Anticristo.

Giuditta e Oloferne
Facile? No, perché apre intelligentemente al riconoscimento del più potente degli archetipi (Jung docet), nel suo aspetto veterotestamentario: Giuditta contro Oloferne, Giovanna d'Arco ante litteram, fanciulla guerriera, vergine sacrificata e vendicativa. Dal Devi Mahatmyam a Kill Bill, mutatis mutandi abissalmente nella profondità di rivelazione e manifestazione del Vero, riconosciamo le variazioni di un'icona inscritta a caratteri d'oro nell'Inconscio Collettivo.
Se il Gran Nemico è in noi, dobbiamo dare nascita dentro di noi alla fanciulla guerriera che ne reciderà l'osceno capo.
Quale migliore metafora della seconda nascita, del risveglio della Kundalini, delle Nozze Mistiche, dell'albedo interiore?

particolare dei fregi della Casa Museo di Giorgione
C'è sicuramente nel testo una traccia, sapiente, di riflessione orientale, forse di derivazione specificamente buddhista, ben declinata nel riconoscimento del filo d'oro della Tradizione esoterica dei grandi iniziati, una traccia che guida il percorso meditativo, solo apparentemente affidato al capriccio della suggestione, verso la splendida riflessione finale sull'ultimo cartiglio dei fregi nella casa detta di "Giorgione" a Castelfranco (quello lasciato in bianco per lasciare all'Uomo il monito e l'invito a giocare saggiamente le carte del proprio libero arbitrio): "bisognerà lottare per affrontare il caos...chissà che la via d'uscita non sia data proprio dall'arte, arte rinnovata e magica, per tracciare o incidere sulla tavola bianca immagini con il potere di sanare, curare il mondo nostro, con amore, corpuscolo che ci lega al tutto con necessari e invisibili legami".







lunedì 6 febbraio 2017

Da Omero a Shakespeare: ha ancora senso il massacro dei classici?



Tutto il Novecento ha applicato ossessivamente la rivisitazione dei testi classici, una corsa inizialmente avventurosa, un'impervia scalata alle vette da dissacrare, divenuta presto rassicurante promenade borghese nella prassi abusata e fintamente originale della cultura di massa.


La triste parabola del postmoderno: dall'oltraggio delle avanguardie, passando per i grandi visionari diversamente apocalittici (Artaud, Bene, Pasolini, in misura diversa Beck e Barba), fino all'impoverimento contemporaneo.
Il brivido blasfemo di un  Buñuel  mantiene, nel rovesciamento programmatico, il senso della sacralità degli archetipi: La Voie lactée è un comodo prontuario gnostico.
Ciò che non si può dire per nessuno dei Romeo e Giulietta in jeans e maglietta che ci sono stati inflitti negli ultimi trent'anni.

"Massacro dei classici", questa la potente definizione di Bartolucci, applicata al primo Bene, quello che inscenava la Salomé di Wilde con Franco Citti nei panni di Giovanni Battista, rendendo le cantine trasteverine templi del Grande Teatro, per la delizia di Flaiano e Arbasino, il fastidio di Visconti, il fascino e il rispetto di Pasolini ed Elsa Morante.

"Ero un ragazzo, allora", risponderà CB al grande Bruno Zevi, che evocava tale definizione: certo uno sguardo efficace ma non comprensivo della sua opera di rivoluzione teatrale.

Ma, al giorno d'oggi, nel quale è praticamente impossibile assistere ad una rappresentazione lirica, teatrale o cinematografica che non ceda alle lusinghe di una attualizzazione "contemporanea" o conformisticamente dissacrante, invece di aderire filologicamente alla forma classica, tutto ciò ha ancora senso?
Di Bene, di Pasolini, di Buñuel, ne nascono pochi.
Scimmiottarli è un pessimo servizio, in primo luogo alla loro memoria, prima che ai classici banalmente "rivoluzionati".

Queste riflessioni nascono dalla visione di Odissea A/R al Teatro Argentina, per la regia di Emma Dante.
La Dante è regista abile, intelligente, fautrice di una ricerca senza dubbio interessante.
Stavolta, però, il massacro del classico appare forse involontario.


 Lo spettacolo può vantare tutti i pregi e le caratteristiche della ricerca "dantesca": interessante utilizzo dei corpi in scena, complesso gioco coreografico di sincronie e giochi visuali creati dalla coralità fisica dei soggetti, uso creativo e brillante del vernacolo siciliano, una certa seducente freschezza espressiva.
Molte le risate (facili) e gli applausi (generosi) strappati a scena aperta.
C'è però un problema: stiamo parlando dell'Odissea di Omero.
Per un caso beffardo, abbiamo visto lo spettacolo il giorno dell'anniversario di James Joyce, un autore che sulla rivisitazione dissacrante del poema omerico ha costruito un monumento all'(anti)letteratura.

Nel pieno rispetto della carriera della regista, ci sentiamo di affermare senza timore: non si può affrontare un classico fondativo della cultura occidentale ignorando (se non disprezzando) il valore sacro degli archetipi.
Comprendiamo la volontà di rendere attuale, viva, pulsante, contemporanea la perenne urgenza della vicenda mitica: ma ciò può avvenire solo nella luce eterna, e per ciò perennemente attuale, del simbolo intatto.
Vedere Atena come una Sora Cecioni sicula, Hermes come un frivolo gay da caricatura o Zeus come un palestrato vanesio può farci sorridere in una versione del Trio Marchesini-Solenghi-Lopez.
Da una regista della cultura di Emma Dante ci aspettiamo di più.
L'unica scena che ci ha convinto è stata quella del canto Rapimi la porta di Bruno Di Chiara, davanti a Penelope seppellita dal suo telo (divenuto sudario attraverso un'intuizione brillante ma tirata forse un po' troppo per le lunghe), in cui la poesia del vernacolo siciliano evoca il contrasto tra crudeltà e innocenza del canto del pappone napoletano prima della violenza sulla prostituta traditrice in Accattone.

Una scena che Pasolini definì "idillio" rispetto al successivo massacro del Circeo, segnando nettamente la "mutazione antropologica" drammaticamente avvenuta.
Ma Pasolini (colui che fece interpretare Tiresia da Julian Beck, Creonte da Carmelo Bene, coraggiosamente Giasone dall'atleta olimpico Giuseppe Gentile e meno scandalosamente Medea da Maria Callas) era il primo ad essere "scandalizzato dalla mancanza di senso del sacro" dei suoi contemporanei.
Concludo sullo spettacolo di Emma Dante, sottoscrivendo le parole puntuali di Chiara Babuin:
"Lo spettacolo non ha il senso del Sacro (e, se peschi a piene mani da uno dei poemi mitologici per eccellenza, è grave); gli dèi, le rare volte che appaiono, sono trattati in maniera macchiettistica (che poi, il bello della mitologia è che le divinità sono sempre personaggi con determinate caratteristiche, ma non sono mai stereotipi); la natura, espressione della volontà e dei capricci divini, non è mai veramente agente, declassata a mero accenno nei discorsi dei personaggi.
La sensazione è che la Dante abbia ridotto la mitologia a dramma borghese (...) soprattutto, a questo spettacolo manca il pathos; e le musiche contemporanee che ogni tanto imbellettano (inutilmente) la scena non fanno altro che smorzare ancora di più qualche accenno di emozione.
Un vero peccato, perché gli attori hanno dimostrato di avere una preparazione al canto, alla danza, alla respirazione e alla recitazione davvero notevole: Emma Dante è infatti famosa per creare poetica attraverso i corpi, eludendo il linguaggio verbale - epifanico in ciò, il suo MPALERMU del 2001.
Ma questa volta no, non ci è riuscita. ODISSEA A/R sembra una forzosa e forzata lettura contemporanea del poema omerico, che però lascia nella sua epoca antica il dissidio esistenziale dell'uomo, come anche la sua bellezza".


A questo punto, confessiamo d'aver apprezzato di più la rappresentazione, meno ambiziosa, ma più fedele, del Winter's Tale di William Shakespeare al Teatro Genesio di Roma.
Spettacolo rigorosamente in lingua, realizzato dalla già apprezzata compagnia The Rome Savoyards/Plays in Rome, per la regia di Sandra Provost.


Anche qui la vicenda è calata nella contemporaneità, forse più per facilità nella realizzazione che per vezzo interpretativo.
La fedeltà all'opera è però impeccabile.
Un testo non facile, tra i più intricati della produzione shakespeariana: cinque atti, di cui tre di cupa ingiustizia, di tortura psicologica, di trionfo del sospetto e dell'ignoranza, con morti innocenti, oracoli profanati e atroci sensi di colpa, una fosca tragedia sulla stupidità umana che poi negli ultimi due si scioglie nel più clamoroso dei lieto fine.
La compagnia, ben collaudata nella commedia brillante, cerca un equilibrio non facile in una recitazione didascalica e misurata, eppure, nel finale miracoloso, è in grado di emozionarci.
Il motivo è semplice: perché, pur nella semplicità di una messa in scena non certo faraonica, gli archetipi vengono rispettati.
E ciò (T.S.Eliot docet) è il segreto della vera, sapiente modernità: la scena finale, in cui i protagonisti sono disposti, nei loro diversi caratteri (il re affranto dalla colpa, i giovani innamorati, il ladro nato sotto gli auspici di Mercurio, il consigliere fedele e onesto, le coraggiose serve della regina), assistono alla meraviglia del Mistero, alla Resurrezione rituale dell'Amor perduto, della Giustizia offesa, sembra una risposta felice con 304 anni d'anticipo all'abisso del dubbio di Cosi è, se vi pare.


Shakespeare, come tutti i grandi geni, dialoga al di là del tempo con i suoi eredi: come Dante ispira Eliot e Pound, così il Bardo dispone le carte sul tavolo di Pirandello.
Un plauso alla commovente resa della regina/statua di Fabiana De Rose.

Ancora una volta, less is more.