martedì 4 dicembre 2012

L'Ultima Thule (part II)


Come promesso, nella seconda parte di questa recensione, costretta dalle circostanze a ampliarsi in una riflessione più generale, inizieremo il confronto tra  i tre grandi campioni del cantautorato nostrano: Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè e, per l'appunto, Francesco Guccini.
Stiamo parlando di tre figure alle quali molti di noi sono legate come a feticci adolescenziali, divenute, più o meno meritatamente e più o meno volontariamente, icone artistiche di generici ideali "progressisti", cantori della ribellione, alfieri della protesta, spesso con faciloneria nobilitati dell'investitura di "poeti".
Chi scrive, come credo molti fra i lettori, conosce a memoria ogni canzone dei tre, e, in diverse fasi della propria esistenza, ne ha magari prediletto uno rispetto agli altri due. Al netto delle proiezioni personali dell'ascoltatore, è certo un fenomeno interessante, dettato probabilmente dalle differenti consonanze che lo stile e le tematiche di ciascuno dei tre artisti possono ispirare nelle diverse età interiori che ognuno attraversa.

Scontato che si potrebbero scrivere 18 libri su un tema del genere, gettiamoci senza troppi indugi in quella che vuole essere una comparazione per quanto possibile sintetica, ma non per questo superficiale.

Francesco De Gregori 
ovvero dell’ermetica furbizia

Essendo romano, e altezzosamente fiero d'esserlo, il mio campanilismo esce sinceramente frustrato dal confronto tra i tre.
De Gregori (pur non potendo negare il valore di alcune sue composizioni) è sicuramente il meno originale e autentico dei tre, il più convenzionale nella forma-canzone, il più vincolato ai modelli stranieri (nel suo caso dichiaratamente ed evidentemente, Dylan, ma non solo).
E' soprattutto (peccato gravissimo per chi scrive) il più in posa, il più "convinto", il più presuntuoso.

Dei tre, non nascondiamocelo, è anche quello il cui successo, e ruolo storico, è legato a motivazioni banalmente extra-artistiche. Il giovane De Gregori, con la sua vocetta sognante e la sua barbetta poetica, ha giocato molto sul suo personaggio da "Principe" (magari non azzurro, ma rosso), sulle cui dolci note potevano sospirare le giovani "compagne" senza sentirsi delle adolescenti cretine come le loro amiche che sentivano Baglioni (almeno lui era un onesto autore di canzoni d'amore d'ispirazione popolare, spesso con soluzioni melodiche per nulla scontate).
Alcuni esempi? "Buonanotte fiorellino", oltre a essere uno sfacciato calco da "Winterlude" di Dylan (furbescamente andò a copiare un pezzo minore e sconosciuto in fondo ad un album impopolare come “New Morning”), è sicuramente una canzone gradevole, ma non azzardatevi a chiamarla poesia  (“gli uccellini nel vento non si fanno mai male/ hanno ali più grandi di me”).

"Vabbè", si obietterà, "è una canzone d'amore...anche Dylan ha scritto versi sdolcinati.."
Per carità, in "Sara", accanto a gemme poetiche, ci sono versi imbarazzanti ("Glamorous Nymph with arrow and bow"), in "Is your love in vain?" chiede alla donna di lui innamorata se sa cucinare e cucire, negli anni più recenti "To make you feel my love" è talmente smielata da sembrare una parodia scritta dal Zappa di "Freak Out!"(ed è diventata, come molti "scarti" di Dylan, brano di successo d'altri cantanti, nella fattispecie Billy Joel)...

Addirittura, Woody Allen prese in giro il ritornello di "Just Like a Woman"in "Io e Annie", dove riesce a smontare in pochi minuti i due grandi miti intoccabili (i Beatles nella loro ingenua e modaiola devozione per i falsi guru,e Dylan nel suo sacrale status di poeta e profeta).
5.18:



Certo.
 Ma a parte, che Dylan ha esordito scrivendo grandiose canzoni d'anti-amore ("It ain't me, baby", "Don't think twice, it's alright", "I don’t believe you"), mentre ancora Lennon & Mc Cartney starnazzavano "I wanna hold your hand" (nel celebre episodio in cui li iniziò all'erba Dylan si meravigliò che non l'avessero mai provata, avendo creduto che l' "i get hiiiiigh" della canzone fosse un messaggio in codice...tortuosità del genio!)...
... però dopo ha scritto alcuni dei più alti versi d'amore, non solo del rock, in brani come  “Love Minus Zero/No Limit”, “Tomorrow is a long time”, "Wedding song"...
canzoni  che De Gregori si sogna di scrivere forse sotto l'effetto incrociato di stramonio e LSD. E lo sa benissimo, visto che le studia e rielabora da 40 anni.

Dylan, soprattutto, è autore universale (per i motivi addotti nella prima parte).
Ma non lo dico io.
 E' stato per questo omaggiato da tutti i più grandi come un modello assoluto (da Lennon a Hendrix, da Bowie Mc Cartney, dagli Stones a Lou Reed, per non parlare degli U2 e di tutti i cantautori dopo di lui in genere)
Ma è universale anche nel senso che ha scritto per tutti, da Michael Bolton ai Kiss
E quindi ha scritto di tutto.

E' vero, qualche volta anche De Andrè ha scritto cose melense, ma dobbiamo risalire a fine anni'60.
Guccini, ad esempio non ne ha scritte (o pubblicate) mai (a essere cattivi forse "Lui e Lei", che ha comunque una sua dignità di ritratto d'amore giovanile).

Cohen addirittura è caduto nell'eccesso opposto, canzonando sardonicamente i ritornelli idioti delle canzoni d'amore, e delle ciance sentimentali da coppia in crisi ("I need you, I don't need you").
 Parliamo di "Chelsea hotel #2” (trovate la traduzione, approssimativa a mio modesto giudizio, qui:http://cohen.altervista.org/drupal/?q=node/31 ), indelicatissimo ricordo della scomparsa Janis Joplin.
Un pezzo inspiegabilmente cinico e volgare,  da parte di un signore dei sentimenti nobili, cantore spregiudicato, eppure colmo di pudore, della sensualità, un poeta quasi in mistico raccoglimento davanti alla bellezza femminile




Insomma non è da tutti, ma soprattutto non è da un gentiluomo quale senza dubbio Cohen è, ricordare una ex amante appena morta (oltreché celebre) iniziando la canzone col ricordo delle sue gesta orali, e poi terminare dicendo di non pensarci in realtà molto spesso.

Ma, per non essere accusato di critiche capziose, vorrei estendere l'accusa di banalità, o quantomeno di facile furbizia, anche ad uno dei grandi "capolavori" di De Gregori
Dico, avete presente "Viva l'Italia", l'inno patriottico dell’intellighenzia “de sinistra”?!!
Vi domando io: se il verso “viva l'italia che s'innamora" l'avesse cantato Toto Cutugno o Mino Reitano, sarebbe entrato nelle antologie scolastiche, o comunque sarebbe mai stato accostato anche solo ad una delle lettere che formano la parola: "poesia civile"!?!
Va detta però una cosa: se è vero che De Gregori ha sempre, se non copiato, attinto a mani basse dalla miniera dylaniana (ma nei '70 anche da Cohen e Simon & Garfunkel), bisogna riconoscere che l'ha sempre ammesso, riconosciuto, dichiarato, dalle interviste al look, dagli accordi ai testi,  fino addirittura al modo di cantare.
Non parlo solo del vezzo dylaniano, ripreso anche da Lou Reed, di massacrare dal vivo i propri classici rendendoli irriconoscibili, per impedire alla gente di cantarli in coro come fossero in chiesa.
E' addirittura imbarazzante il tentativo di imitare la pronuncia nasale e smangiucchiata del Dylan classico, in alcuni concerti, che rende quasi inintelleggibile, nella versione live di “Musica Leggera”, il testo di "Pablo".
Una canzone sopravvalutatissima, scritta con Dalla, che ebbe la fortuna d'uscire per caso la settimana dopo la morte di Neruda, diventando così del tutto casualmente un inno politico.

Una fedeltà, quella di De Gregori al modello dylaniano,  premiata da  in occasione della cover di “If you see her, say hello” (“Non dirle che non è così”), inserita da Dylan nella colonna sonora di “Masked & Anonymous”, con tanto di nota in cui il cantautore romano viene definito dal Maestro “italian folk hero”.

Possiamo tagliar corto affermando che il De Gregori migliore è quello che applica, da bravo scolaretto, la lectio dylaniana, variando sulle corde del sarcasmo, del disprezzo, 
dell'indignazione: si pensi a "Vecchi amici" (che è praticamente “Positevly 4 yh street” con il refrain di "Like a rolling stone"), a "Scacchi e tarocchi", a "Vai in Africa Celestino"  (praticamente la traduzione di "Everything is broken"), brani in cui il veleno dylaniano è distillato in un dettato aspro e chioccio, molto efficace.
Pregio presente anche in "Bambini venite parvulos", in generale in tutto "Miramare 19.4.89" 
Nel caso di un altro ottimo album, "Canzoni d'amore"l'omaggio al modello, chissà se inconscio, è stato per una volta più sottile.
 Intitolando così un disco improntato quasi solo all'indignazione civile,  De Gregori ha operato il gioco inverso a quello di Dylan, che a chi chiedeva canzoni di protesta rispondeva intonando canzoni d'amore non corrisposto. Due esempi a memoria:  lo fece nel ’65 con sarcasmo provocatorio  ai fan inglesi. che gli avrebbero gridato "Judas!", con la beffarda"Leopard- skin pill-box hat”, dieci anni dopo, con più complice ironia, con la commovente "Oh, sister".

Concludendo su De Gregori, nel migliore dei casi, abbiamo un ottimo allievo di un grande maestro, in ritardo però di almeno 20 anni.
Nel peggiore, un saccente scolaretto che gioca a fare Dylan che giocava a fare Rimbaud, con risultati nettamente inferiori.

Tocchiamo qui un capitolo dolente: l'ermetismo dei cantautori anni'70. Vale a dire, il diritto di poter scrivere (con la scusa della licenza poetica) dei testi sostanzialmente senza senso.
Una sorta di quadro bianco d'artista moderno improvvisato in forma di canzone. 
Siccome non voglio fare la figura della moglie di Alberto Sordi che alla Biennale si siede sulla sedia à là Duchamp  in "Vacanze intelligenti", è opportuno fare dei distinguo, come se ne dovrebbero fare tra Francis Bacon e un qualsiasi cretino che buchi le tele o in-techi (e non mantechi) i propri escrementi.
Un conto sono le "catene di immagini lampeggianti" che Ginsberg invidiava a Dylan, in cui dall’ accostamento sperimentale d’inedite associazioni d’idee potevano nascere illuminazioni poetiche.
Altro conto è scrivere la prima cosa che ti viene in mente e dargli un tono poetico.
 Per affermare la differenza abissale basterebbe menzionare un verso solo:
 "the sky cracked its poems in naked wonder"
 tratto da “Chimes of Freedom “(canto di liberazione universale per cui veramente His Bobbiness si meriterebbe un Nobel) .
Ma prendiamo anche il Dylan più oscuro, lisergico, apparentemente incomprensibile: 
“The harmonicas play the skeleton keys and the rain”
 alla fine di “Visions of Johanna”.
E’ un verso pieno di suggestioni sonore, oltreché visionarie, che è superiore per musicalità e potenza ai deliri di Ginsberg, a tutti i beat, e tanta poesia americana ignara o indifferente verso gli equilibri formali classici.

Prendiamo invece una strofa del De Gregori classico, quello di “Rimmel”.
“Sig. Hood”, canzone dedicata (“con autonomia”) al Marco Pannella dei tempi eroici, appena reduce dalla vittoria del referendum sul divorzio:
“E adesso anche quando piove,/ lo vedi sempre con le spalle al sole, /con un canestro di parole nuove calpestare nuove aiuole, /con un canestro di parole nuove calpestare nuove aiuole. /E tutti lo chiamavano Signor Hood /ma il suo vero nome era spina di pesce,/ E tutti lo chiamavano Signor Hood”.

No comment.

Su questo devo scomodare un genio contemporaneo (è un'anticipazione di un omaggio a venire), un disegnatore che amo con trasporto quasi erotico (le sue opere, intendo): il magistrale Tuono Pettinato.
C'è una striscia pubblicata da XL per i 60 anni di Bowie, in cui egli sfotte, con sapiente ironia, la seconda strofa di "Life on mars?!" :
"It's on Amerika's tortured brow/ That Mickey Mouse has grown up a cow/ Now the workers have struck for fame/'Cause Lennon's on sale again/ See the mice in their million hordes/ From Ibeza to the Norfolk Broads/ Rule Britannia is out of bounds/To my mother, my dog, and clowns". ( "E' sulla fronte torturata dell'America/ Che Topolino è diventato una mucca/ Ora i lavoratori hanno scioperato per la fama/Perché Lennon è di nuovo in vendita/ Guardate i topi nelle loro milioni di orde/ Da Ibiza alle Norfolk Broads/"Rule Britannia" è stato messo al bando/ Per mia madre, il mio cane e i clown" , traduzione tratta da http://www.velvetgoldmine.it/testi/hunkydory.html dove trovate anche note esplicative)


Versi apparentemente senza senso, ma che ne acquistano pensando che Bowie sta elencando i pensieri confusi della bambina protagonista della canzone,  mescolando con la sua lunare fantasia ricordi distorti e frasi fraintese dal megafono straniante dei media.
Ma la stoccata funziona. C'è un'altra storia di Tuono Pettinato  ("Buckethead e la Malasanità") che è pertinente. La trovate in "Apocalypso, Tuono Pettinato-gli anni dozzinali", opera che sta al Nostro come "The piper at the gates of dawn" sta ai Pink Floyd .
Questa storia è la nemesi dei cantautori che vengono per sempre etichettati come l'opposto di quello che vorrebbero essere, inchiodati alla loro canzone più famosa (es. Dylan con "Blowin'in the wind",  Guccini con la "Locomotiva"). 
Questo karma artistico viene conclamato in una spassosa vignetta, dove Pino Daniele paga il fio del suo recente sputtanamento commerciale, vedendo la sua "Tazzulella 'è caffè", che nasceva come satira al vetriolo dei luoghi comuni su Napoli, proprio come emblema di quegli intollerabili stereotipi .
Ben gli sta, per aver scritto il distico peggiore della storia di tutte le letterature: "Che Dio ti benedica/che f..." , scusate non voglio scriverlo!
Come gli ammiratori hanno detto d’ogni personalità forte ed esuberante (da Cesare a Napoleone, da Mussolini a Chinaglia), Tuono Pettinato anche quando apparentemente sbaglia, alla fine ha sempre ragione!!

Una delle, tante, benedizioni artistiche di Guccini, è che questo sterile vezzo ermetico non lo ha mai avuto.
L'utilizzo della forma classica della ballata lo avrà reso apparentemente monotono, ma lui certo non ha mai avuto bisogno di rifugiarsi negli sperimentalismi ambigui.
Un vizio a tratti anche di De Andrè,  soprattutto a metà anni'70,  guarda caso proprio durante la collaborazione con De Gregori, nel disco “Volume 8”.
Si dice che De Andrè temesse d'aver ricevuto dal collega romano gli scarti dei testi di "Rimmel".
Riposa in pace, Fabrizio.
Non è che:
 “Vorrei sapere, quanto è grande il verde /come è bello il mare, quanto dura una stanza/ 
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male " (“Oceano” da “Volume 8”)
 sia tanto peggio di:
“Ma mio padre è un ragazzo tranquillo/ la mattina legge molti giornali è convinto di avere delle idee/ e suo figlio è una nave pirata/ e suo figlio è una nave pirata” 
(“Le storie di ieri”, presente sia in “Rimmel “ cantata da De Gregori, che in “Volume 8” cantata da De Andrè)


Fabrizio De Andrè
il cantore dei cattivi divenuto santino dei buoni

De Andrè: snobbato per anni e dopo la morte divenuto un santino anarchico, anche lui vittima della potenza delle sue parole, più forti della suo essere selvaticamente refrattario a miti e bandiere.

Al colmo delle esagerazioni, Fernanda Pivano, lo definì il “più grande poeta del Novecento italiano”.
Del resto, c'è chi ha accostato la Silvia di Leopardi a "Albachiara" di Vasco.
E qui mi fermo, altrimenti contraddirei il mio primo post in cui ho affermato di essere contrario alle bestemmie...

Vogliamo tutti bene alla Pivano, che tradusse Lee Masters,  Fitzgerald, i beat e Dylan  in italiano, ma era certo una persona facile alle iperboli.
 Definì’ Dylan “L’Omero del XX secolo”, per poi dire "sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio De André è il Bob Dylan italiano si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio De André americano", facendo commuovere il cantautore genovese.
Nella parabola della simpatica scrittrice c’è tutta la decadenza della cultura di sinistra in Italia.
Una carriera iniziata con Pavese, continuata incontrando Hemingway,  Kerouac  e Burroughs ,  e finita incensando Ligabue.

Una differenza fondamentale nella personalità creativa di De Andrè lo fa il rapporto con le influenze, nel suo caso molteplici e tutte d'alto livello.
Il De Andrè degli anni '60 è senza dubbio sotto l'influenza  dei cantautori in lingua francese, Brel e Brassens sopra tutti, ma anche Cohen (Dylan lo scoprirà relativamente tardi)

Ora, se siete arrivati fino a qui avrete capito che amo le digressioni, e probabilmente non vi dispiacciono molto, altrimenti mi avreste già inviato mail piene di sputi telematici.
E' obbligatorio un omaggio a uno dei più grandi artisti popolari del Novecento (non solo come cantautore ma anche come interprete): Jacques Brel.
Non francese, ma fieramente belga.

Brel, come si suol dire, dà una pista (ma di quelle da maratona) a la stragrande maggioranza dei cantautori a lui contemporanei (in tutto il mondo).
Ribelle vero in tempi non sospetti (parliamo degli anni '50), fu creatore di melodie indimenticabili, dal respiro popolare eppure dalla raffinata composizione. 
Rinomata è la precisione maniacale dei testi, traboccanti della capacità autenticamente poetica di cogliere oscuri nodi interiori ed restituirli in versi memorabili.
Fu soprattutto una creatura poetica, un uomo in cui ogni fremito nervoso, ogni intensa espressione facciale esprimevano sentimenti profondi, reali, ardenti.
Un'artista fonte di verità umana.
Nemico d'ogni improvvisazione, del mito romantico dell'ispirazione, in questo d'accordo con Baudelaire, Brel era un artista dalla rara consapevolezza creativa:



Brel ha scritto forse la preghiera d'amore più bella del mondo:  "Ne me quitte pas".
Se è vero che Gigi Proietti lo ha magnificamente canzonato come 
emblema dell'esistenzialismo intellettualoide francese:



è pure vero come diceva il già citato Baudelaire: “Creare luogo comune è genio”.
Chissà che avrebbe pensato il grande poeta , lui che negli stessi appunti di questo aforisma, divideva  l'umanità in  due categorie: uomini e belgi …

E poi, l'incontenibile, drammatica, inarrivabile presenza sul palco di Brel. In confronto alla sua intensità dal vivo, Iggy Pop (che infatti lo ama) è un composto pianista da “Piano bar” (ah, altra canzonetta di De Gregori...).
Basti confrontare le due versioni di "Amsterdam"
quella straziante e travolgente di Brel




con quella, pur degna, del cantante che ha portato all'epitome la teatralità nel rock, cioè Bowie, così intelligente da studiarlo e omaggiarlo:

Pagato il giusto tributo all'amato Jacques, torniamo al buon Faber.
Il legame di De Andrè con la canzone francese è così profondo da approdare e legarsi alla tradizione letteraria delle ballate medievali di Francois Villon (“La ballata degli impiccati” e “Il testamento”) ma anche da raschiare dal barile dei moralisti del '600.
In tanti anni, pochi si sono accorti di come il verso forse più bello e proverbiale di "Bocca di Rosa" (“Si sa che la gente dà buoni consigli/ quando non può più dare cattivo esempio”) sia un furto dal moralista supremo, La Rochefocauld.  Furto astutamente attenuato dal "si sa,."...


Ma poi, a differenza di De Gregori, pur procedendo a tentoni tra varie influenze, il cantautore genovese ha saputo creare una propria forte e inconfondibile personalità autoriale.
E’ stato, soprattutto, sempre coerente e integrato con la sua poetica, incentrata su l'identificazione col diverso, in tutte le sue più grottesche e tragiche declinazioni: l’ oppresso, l’  umiliato e offeso,  l'alienato, “sfruttato represso calpestato odiato” (insomma tutti gli aggettivi del fratello figlio unico di Rino Gaetano).
Una sorta di “Desolation Row” (da lui tradotta miseramente sempre con De Gregori, fino a cambiarne addirittura il senso) lunga tutta una carriera, un microcosmo anti-borghese abitato da icone popolari quali il matto, il tossico, il fallito, la puttana,  il trans, il nano, quest'ultimo anche nelle sue versioni meno apprezzabili: il nano che si vende la madre, (anzi compra quella altrui),  il nano giudice infame.

Nel primo caso il riferimento ovviamente è a una delle più riuscite "commedie umane" balzachiane in tre minuti del primo De Andrè: “La città vecchia”.
Canzone nata non solo come atto d’amore per il porto malfamato di Genova, ma per divenire ritratto e manifesto dell’umanità che popolava quei vicoli brulicanti di vita e peccato.

Nel secondo caso,( “Un giudice” ) assistiamo alla vetta espressiva dell'odio di De Andrè verso l'autorità in genere,.
Un tema ricorrente  (si pensi a “Il Bombarolo" o a "Il pescatore”),  espresso stupendamente nel verso di un'altra canzone dello stesso album,  "Un medico"
"un giudice, un giudice con la faccia da uomo".
Differenza antropologica dei giudici...ricordate chi l'ha detto?!!
Del resto Silvio e Faber cantavano sulle navi insieme...

Fa ridere come tale atteggiamento di rivolta contro la giustizia istituzionale abbia come padri nobili Bakunin e Malatesta, e  come ignobili eredi attuali Sallusti e la Santanchè.
Torniamo  al rovesciamento pasoliniano operato dal Potere, analizzato nel primo post:
gli opinion leader dell’opposizione localizzati a sinistra parlano di autorità e legalità;
Travaglio, De Magistris, Di Pietro (nel suo caso fin dal nome del partito),  in un paese normale sarebbero figure di destra, di una destra liberale e legalitaria;  la destra, invece, attacca la Giustizia e predica la “libertà”, con rivendicazioni e linguaggio da anarchici, non da ex-fascisti, men che mai da moderati.
Qui mi è imposto il richiamo al più grande analista politico degli ultimi 20 anni.
Ovviamente, Corrado Guzzanti:




L'originalità e la grandezza di De Andrè sono molto nell' aver cantato la cruda realtà dei sottofondi, con una simbiotica aderenza formale.
Pur attingendo, come visto, a destra e a manca (ma il tesoro della canzone popolare è stato ed è, oggi più che mai, saccheggiato a piene mani dallo stesso Dylan), De Andrè è stato in grado di creare, e incarnare, dei "tòpoi" validi per il cantautorato mondiale.
Se ci pensiamo  un attimo, “Where the wild roses grow" è la versione dark e omicida de
 “La Canzone di Marinella”.
Tornando a Baudelaire, nella misura in cui Faber ha creato qualche luogo comune, dobbiamo riconoscerli un certo genio.

Anche qui, già che ci siamo, spazziamo via un pò di stereotipi.

De Andrè, rinomato per i toni depressivi e funebri, ha in realtà aperto le porte della satira nel cantautorato, componendo col suo grande amico Paolo Villaggio la famosa parodia di Carlo Martello (graziosa anche l'altra composizione dei due, "Il fannullone").
Gustatevi quando avete tempo i suoi cattivissimi e divertentissimi ricordi.

                                        

Altro grande merito storico, è quello d'aver messo  l'attenzione sui "Vangeli Apocrifi", nel disco "La Buona Novella", anche se operando un'umanizzazione della storia evangelica troppo facile. Un rovesciamento che può si deliziare gli anti-teisti, ma oltre ad essere disturbante per i credenti, è debole e forzoso anche per gli atei onesti.

Il limite di De Andrè è stato quello (comune a tanti grandi artisti "contro") di ridursi alla "pars destruens", e quindi ad esaltare sempre comunque ciò che è oscuro, diverso, illegale.
Certo,  nell' Italia ipocrita e democristiana ipnotizzata dal benessere, benedette le voci coraggiose e discordanti che hanno mostrato l'altra faccia della medaglia.
Ma ora, con distacco storico, possiamo riconoscere che si tratta d'un vizio romantico, di un limite di visione. Per contestare ciò che formalmente è Bene, si simpatizza, spesso forzosamente, per ciò che è Male.
Del resto, il rapporto di De Andrè con la spiritualità è stato alterno, non sempre fecondo, viziato da filtri ideologici (o antideologici che dir si voglia).
Parlo dell'opera, non della santità laica sfiorata nel perdono ai rapitori che lo avevano sottoposto ad un umiliante prigionia assieme alla moglie (rievocata nella fin troppo celebrata "Hotel Supramonte").

E' da sottolineare, osservando la sua lunga produzione, un paradosso illuminante.
De Andrè è sempre stato un autore irriverente, irreligioso, anticlericale, spesso blasfemo.
A volte gratuitamente come in "Coda di Lupo", a volte programmaticamente come ne "Il Testamento di Tito" (brano in cui il rovesciamento polemico dei Dieci Comandamenti  non appare sempre convincente).
Però, se andiamo a vedere la prima traccia del primo disco e l'ultima dell'ultimo sono entrambe "preghiere".

La prima ("Preghiera in gennaio" si dice ispirata dalla morte di Luigi Tenco) così commovente e intensa da vincere  l'effetto datato degli archi e del birignao.

(A PROPOSITO, VI  SVELO UN SEGRETO:
se amate fare parodie oscene di canzoni famose, De Andrè è una manna dal cielo: il tono serio e malinconico, la pronuncia lenta e staccata delle sillabe, la voce impostata, il susseguirsi di rime interne e baciate, tutto congiura a creare tempi comici devastanti.
Usate questo consiglio con cura preziosa, mi raccomando.)

La seconda, "Smisurata preghiera", è il vero testamento spirituale di De Andrè.
E' uno dei vertici della sua maturità poetica.
Una sintesi finale dei diversi stili della sua carriera, dove c'è l'abilità di intagliare versi perentori e perfetti, da manifesto eterno:
 "per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/ col suo marchio speciale di speciale disperazione/ e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi/ per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità, di verità".

Una "Chimes of Freedom" senza visione, un auspicio sospeso tra pessimismo e scaramanzia, ma comunque una preghiera di giustizia. Giustizia che nel finale, coerente con lo scetticismo d'una intera vita, viene considerata, quasi gnosticamente, "un'anomalia".
Una carriera di bestemmie circolarmente conchiusa da due preghiere.


Ma va riconosciuto a De Andrè soprattutto il grande valore di essersi reinventato, con grande lungimiranza,  a inizio anni'80. Prima che i suoi grandi modelli  (come Dylan e Cohen) flirtassero, registrando alterni esiti, con videoclip e sintetizzatori, De Andrè  con "Creuza de ma" mostrava la via dell'l'impasto etnico e  strumentale, donando alta dignità poetica al vernacolo genovese.
In anticipo netto (come riconosciuto da tutti) sul Paul Simon di "Graceland" e su quell' artista benedetto di Peter Gabriel, in uno dei suoi capolavori, "Passion" (Dio lo abbia in gloria anche, solo per il semplice motivo d'aver fatto conoscere all'Occidente la più bella voce in natura, Nusrat Fateh Ali Khan!)

Dobbiamo concedere a De Andrè il dono di aver saputo estrarre dal magma di una ispirazione spesso approssimativa e limitata (la poetica degli esclusi), comunque, dei versi di grande potenza e di profonda incisività, degni d'essere entrati nella memoria collettiva.

Sottovalutato per anni, esageratamente incensato dopo, De Andrè rimane un cantautore importante, che ci lasciato in dono alcuni brani d'intatta bellezza, e che anche nei suoi esperimenti meno riusciti, ha mantenuto alta la barra della ricerca.
Un esempio di coerenza e di perfetta aderenza tra forma e contenuto.
Negli ultimi scampoli di questo infernale Kali Yuga, merita d'essere messo sull'altare.

E Guccini?
Al Guccio (a ai motivi della sua superiorità!) sarà interamente dedicata la terza parte del nostro discorso.
Vi posso solo anticipare questo:
 De Gregori lo amavo a 13 anni, De Andrè a 20. 
Guccini ora, e per sempre.

6 commenti:

  1. Ottimo articolo! se posso darti un consiglio, traduci le citazioni dai brani in inglese :)

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  2. Grazie. Qualsiasi commento o consiglio è benvenuto.
    d'accordo, provvederò ad integrare;)

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  3. Ho aggiunto le traduzioni e la vignetta di Tuono Pettinato su Bowie, come richiesto da te e altri lettori. A presto

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  4. Ciao.
    Scrivi cose interessanti, e molte a me paiono condivisibili, ma mi permetto di segnalarti alcuni guai (diciamo così).

    1- la tua analisi è (mi pare) unicamente contenutistica, e unicamente centrata sui testi. De Andrè è stato (anche) un musicista. Ha saputo e voluto rinnovarsi musicalmente (vi fai cenno, è vero, per Creuza de Ma, però lasci cadere subito l'argomento), e lo ha saputo fare in modo davvero sorprendente.

    L'attenzione non banale per l'aspetto musicale in Faber data a molto prima di Creuza de Ma, basta ricordare la collaborazione con la PFM (gruppo che a tutta prima si sarebbe potuto giudicare molto lontano dal mondo musicale di De Andrè) per La buona novella, colaborazione poi ripresa molti anni dopo per una memorabile tournè (con album, grazie a Dio).

    2- Non sei di sinistra (tuo diritto, ovviamente) ma ogni tanto devi fare un capo di imputazione agli altri di esserlo. Questo è evidente soprattutto per De Gregori (su cui certo dici molte cose giuste), ma ti porta a qualche caduta anche nel caso di De Andrè. In una infelicessima frase mischi Bakunin e la Santanchè: era proprio necessario? E' ridicolo, semplicemente.
    La rivolta di De Andrè contro il potere non ha nulla degli atteggiamenti alla Travaglio o Di Pietro. Nulla.
    Faber era anarchico dichiarato, con gli anarchici e le loro strutture ha più volte collaborato, ne ha sostenuto la stampa. Può piacere o meno la cosa, ma parlando delle sue idee tacerla è reticenza.
    Ah, piccola cosa: a proposito di Città vecchia non si può non citare il precedente rappresentato dalla omonima poesia di Saba (dove il porto è quello di Trieste, ovviamente, e le strofe -vò a memoria- due o tre di meno, ma le parentele sono numerose e evidenti).

    3- Il tuo lavoro, certamente non disprezzabile, non improvvisato, trascura però in modo pressochè totale l'ultimo, e uno dei più originali, alti e significativi lavori di De Andrè: Anime salve.
    Forse perchè è impossibile far rientare quell'album negli schemi che hai approntato per parlare di De Andrè? E' una domanda.

    Gualtiero (un appassionato, semplicemente)

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  5. Caro Gualtiero, grazie per la tua attenzione.
    Conosco, e ri-conosco in me (su Dylan ad esempio), la tua foga da appassionato nel difendere il proprio autore di riferimento. Dunque, la comprendo. L’amore però è cieco, e in questo caso ti ha impedito di vedere il contesto, rischiando di farti fraintendere, o addirittura capovolgere i concetti da me esposti.
    Ma andiamo con ordine.
    1)Hai ragione, l’analisi è prettamente contenutisitica, ma lo è dichiaratamente. L’articolo che hai commentato in realtà è la seconda parte di una recensione-omaggio a Guccini nella doppia occasione del suo ultimo disco e del suo addio alla musica. Come dichiarato all’inizio del primo articolo: “...dalla semplice recensione credo che il discorso possa divenire bilancio d'una intera, impareggiabile carriera, espandendo la riflessione all'intero cantautorato italiano, al suo senso, alla sua eredità. Quindi confronteremo, per sommi i capi, i principali cantautori italiani classici (De Andrè, De Gregori e, appunto, Guccini), in relazione anche alle loro influenze ai loro maestri comuni, da Leonard Cohen ai cantautori francesi, fino, ovviamente, a Bob Dylan”.

    Ora De Andrè ha pubblicato 13 album ufficiali, Guccini 16 in studio più svariati live, De Gregori 20 in studio più 15 live. Se ci aggiungiamo anche la pietra di paragone Dylan, che tra studio e live ha pubblicato quasi 50 dischi, arriviamo a più di 100 album. E’ evidente che non si può affrontare una disamina dettagliata come tu pretendi, in tre post. Forse, nemmeno in tre libri. E non si può nemmeno citare tutto il citabile (già i miei post sono lunghi e colmi di citazioni;)).
    Tanto per risponderti: ne "La città vecchia" Faber non s'ispira solo a Saba, ma rubacchia pure un verso a Prévert.
    Per affrontare un argomento cosi ampio si deve scegliere un chiave di lettura, un filo rosso che leghi le riflessioni. E in questo caso era appunto il confronto fra i tre, e le loro comuni influenze.
    Quindi, nell’economia della trattazione, mi sembra d’aver dato il giusto risalto a”Creuza de Ma”, dicendo che De Andrè con esso si è portato in anticipo su Dylan, Cohen, Gabriel e Paul Simon!
    Per quello che riguarda “Anime Salve”, semplicemente parlo del brano conclusivo, e forse più famoso, di quell’album in questi termini: "Smisurata preghiera", è il vero testamento spirituale di De Andrè.
    E' uno dei vertici della sua maturità poetica.
    Una sintesi finale dei diversi stili della sua carriera, dove c'è l'abilità di intagliare versi perentori e perfetti, da manifesto eterno”.
    Considerando le premesse sull'impossibilità di recensire 100 album, mi sembra l'espressione di una predilezione.

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  6. 2)Se però posso comprendere le obiezioni del primo punto(ogni opinione, se validamente argomentata,la rispetto) non posso accettare quelle del secondo.
    Ma ti concedo un’attenuante: accecato dalla foga avvocatoria nei confronti del tuo amato Faber, secondo me non hai letto bene. Altrimenti, avresti capito che ho detto esattamente quello che tu hai sostenuto. E’ ridicolo citare Bakunin e la Santanchè nella stessa frase? Perdonami, è ridicolo difendere il più grande pensatore anarchico (parlando poi di un cantautore che ha fatto degli accostamenti provocatori e blasfemi la sua cifra stilistica) come un santino. La prima volta che ho letto Bakunin avevo 12 anni (poi, certo l'ho riletto anche dopo;)).
    E’ ovvio che sarebbe ridicolo accostarli come figure politiche. E’ ovvio. Ma ho scritto un'altra cosa. Infatti la frase inizia: “Fa ridere pensare che...” e si parla di "padri nobili" nel caso di Bakunin, e di "ignobili eredi attuali" nel caso della oscena strillatrice al Botox.
    Se non l’hai capito, stavo dicendo proprio il contrario di ciò di cui mi accusi. Alludevo a come le forme più volgari del potere abbiano acquisito gli atteggiamenti anarcoidi per fagocitare e svuotare il linguaggio, e quindi il senso, della protesta. Sono cose che diceva Pasolini 40 anni fa, come ricordo diffusamente nel primo articolo di questo blog. Prenditela allora con lui, e con De Andrè che gli dedico “Una storia sbagliata” (non certo la sua canzone più bella). E’ chiaro che De Andrè non c’entra nulla con Travaglio. Infatti, il paradosso (reale, non mio) è che l’atteggiamento anti-giudici alla Brassens o alla De Andrè, ora è del Potere. Mentre l'opposizione, formalmente di sinistra, difende i giudici, che George e Fabrizio sognavano di far violentare dai gorilla. E’un paradossale capovolgimento delle categorie tradizionali, messo a punto da abilissimi manipolatori (se ti rileggi il piano della P2 c'è tutto il lavoro sporco sulle coscienze fatto da Silvio, non a caso Gelli gli chiese il copyright del programma di Forza Italia).
    3)Fin dal titolo del blog qui si lotta contro gli schemi mentali, di cui mi accusi. Se però ti s’annebbia la vista , consentimi, al primo paradosso, De Andrè negli schemi ce lo imbrigli tu. Da questo tuo anacronistico atteggiamento da barricata ideologica scaturice pure l’errata assunzione che io non sia di sinistra (non sono mai stato marxista, ma certo non sono di destra). Perchè poi, perchè avrei assunto Di Pietro e Travaglio come destrorsi? O perchè satireggio sulle canzonette d’amore di De Gregori? Nel primo caso entrambi hanno come riferimento intellettuale Montanelli, nel secondo le critiche erano rivolte alla sua scarsa originalità. E ala sua posa da intellettuale poetastro. Proprio chi è di Sinistra dovrebbe essere il primo (come fa ad esempio il geniale Guzzanti) a prendere in giro e a smontare i tic e i vezzi della Sinistra stessa. Una delle principali cause del fallimento storico dela Sinistra in Italia è stata per me proprio questa mancanza di introspezione e di auto-ironia. Come uno osava criticare i “santini” (come ora, suo malgrado, è diventato De Andrè) era un fascista.
    Sto in buona compagnia, proprio con Pasolini, crocifisso a sinistra dopo la sua poesia contro gli studenti nel ’68. Ora, molti di questi studenti sono alla corte del Cavaliere.
    Nemo propheta in patria.

    Concludendo, accetto i rilievi sul primo punto (sono argomenti che si possono prendere da cento punti di vista diversi) e, tutto sommato, credo che siamo d’accordo anche sul punto 2, semplicemente mi hai frainteso.
    Nuovamente, grazie per l’attenzione ed è benvenuta ogni tua risposta o commento su questo o altri post.

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