lunedì 24 novembre 2014

Il Giovane Favoloso di Mario Martone - una sfida impossibile



Anche per un regista serio e preparato come Mario Martone, realizzare un film biografico su Giacomo Leopardi (la più alta voce poetica italiana di tutti i tempi dopo Dante Alighieri, oltre che forse il nostro più grande filosofo moderno) rappresenta di fatto una sfida impossibile.
Troppi, mastodontici, insormontabili sono gli ostacoli che occludono un itinerario sereno e diretto, una visione limpida e illuminata dell'essenza esistenziale dell'immenso autore, tuttora ignorato, nella sua oceanica profondità, dai più. Brevemente, osserviamo i più evidenti: da un lato restituire cinematograficamente la complessità biografica di una vita che solo uno sguardo superficiale potrebbe additare come monotona, mentre al contrario fu rocambolescamente nomade; e non ci riferiamo solo alle abissali esplorazioni interiori del poeta, ma proprio alla serie fortunosa, improvvisata, quasi picaresca di spostamenti, traslochi, peregrinazioni, sostenuti in condizioni fisiche sempre più cagionevoli e in quasi completa indigenza.
Ancora, ben più arduo cimento, è affrontare il gigante Leopardi dovendo scrostare due secoli di luoghi comuni scolastici beceri e triviali, di etichette orrendamente superficiali e, proprio per questo, di immediata presa sulle menti comuni.


 Soprattutto, accostarsi a Leopardi (non all'autore, proprio alla persona) significa dover trattare la materia più delicata e preziosa che esista: la sensibilità, sublime e fragilissima, di un poeta siderale e tremendo, che ha accolto nella sua carne le sofferenze ontologiche dell'intera umanità.
Un tentativo non molto distante dal mostrare un diamante rarissimo camminando su un filo a cento metri d'altezza: le possibilità di mandare in frantumi il prodigio di bellezza sono talmente elevate da indurre al tentativo solo un incosciente. Oppure un invasato d'amore, talmente folgorato dallo splendore del prodigio,  da esser disposto a rischiare la rovina, propria e dell'oggetto, pur di mostrarlo alla massima altezza, per consentirne la  migliore visione a tutti.
Leopardi è, assieme a Baudelaire, la voce poetica più alta e universale dell'Ottocento europeo (per tacere di William Blake, che collochiamo fra i profeti mistici).
Soprattutto, è un pensatore dalla lucidità spietata e inesorabile, una mente sconfinata, in grado di vedere profeticamente la china irrimediabile della decadenza moderna: "Di questa età superba,/ Che di vote speranze si nutrica,/ Vaga di ciance, e di virtù nemica;/ Stolta, che l'util chiede,/E inutile la vita/ Quindi più sempre divenir non vede".
Impossibile accostarsi alla fiamma del suo genio senza bruciarsi.


Chiariamo subito: il film merita onore per i molti, rari pregi del cinema martoniano, applicati col massimo della cura alla materia trattata. Il film è rigorosissimo, filologicamente maniacale, molto accurato nelle ricostruzioni storiche, facendo trapelare un rispetto quasi sacrale della figura leopardiana.
E di questo siamo grati.


La selezione degli attori (si, quella che con pigra arrendevolezza linguistica chiamiamo spesso casting) è a tratti definitiva: folgorante Silvia (Gloria Ghergo, nel suo innocente splendore, sembra l'incarnazione dei versi "beltà splendea/ negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi"), impeccabile il da noi sempre apprezzato Sandro Lombardi nei panni di Don Vincenzo, fredda e tremenda la madre interpretata da Raffaella Giordano, convincente il Pietro Giordani reso da Valerio Binasco, potente Paolo Graziosi come lo zio oppressivo, fedele e credibile la Fanny Targioni Tozzetti di Anna Mouglalis.

Gloria Ghergo nei panni di Teresa Fattorini, la Silvia leopardiana
Cenno a parte meritano i veri coprotagonisti: nella prima parte, notevole Massimo Popolizio nel restituire il complesso rapporto della figura paterna col figlio geniale (da un lato grande onore e affetto, dall'altro ossessiva brama di controllo); nella seconda, Michele Riondino ci presenta un Antonio Ranieri forse troppo "bello e tenebroso", ma crediamo che, in un'opera così ragionata, l'antinomia fraterna col poeta sia stata indicata dal regista, non sia frutto capriccioso dell'attore.
E il protagonista? Ci leviamo il cappello (intendiamo una tuba di quelle lunghissime) davanti ad Elio Germano, la sua interpretazione è prodezza di pudore e sensibilità. Ogni movimento potrebbe diventare macchietta, stereotipo, sfregio; ogni verso, celeberrimo, recitato una profanazione, uno stupro culturale, un marchio vergognoso. E invece, supremo è l'equilibrio, tra commozione e profondità, tra adesione mimetica e invenzione attoriale.
Una prova che definitivamente sancisce l'ingresso di Germano tra i grandissimi attori.



Affrontiamo ora, però, gli ostacoli di cui prima abbiamo accennato.
Come qualsiasi tentativo biografico, l'autore è costretto a tagliare, a scegliere, ad enfatizzare un aspetto e a trascurare altri.
Parlando di un autore dalla produzione sterminata, e tutta fondamentale, ogni scelta, direbbe Kierkegaard, porta angoscia.
Chi scrive ha tributato subito il suo dazio di lacrime al primo verso de La sera del dì di festa, "Dolce e chiara è la notte e senza vento...", sfogando emotivamente la profonda empatia con uno dei suoi prediletti auctores, potendo così poi osservare con maggiore distacco critico l'opera.



Incomprensibile, come da molti segnalato, l'utilizzo di una colonna sonora moderna (del dj berlinese Sacha Ring, pur premiato a Venezia) per sottolineare i versi sublimi ed eterni de L'Infinito. Stridente, in particolare, nella scena in cui il poeta scopre il rifiuto ipocrita della Tozzetti, fugge in lacrime, inciampa e singhiozza disperato. Scena straziante, resa magistralmente da Germano, amplificata da un intelligente movimento di camera.  Grande intuizione, il poeta dilaniato dalle sofferenze, accanto alla Natura indifferente, il silenzio l'avrebbe resa indimenticabile. Perché aggiungervi un moderno lamento soul? Perché non Chopin o, ripeto, i "sovrumani silenzi" cantati dal poeta? Straniamento brechtiano? Forse, i limiti dell'impostazione "civile" di Martone, che gli conferiscono il grande dono del rigore, in questi casi affiorano nel loro tentativo di cercare il "contatto" col pubblico.


A questo riguardo, è encomiabile invece come il regista si sia svincolato dai gangli della critica marxista, per darci una visione filosoficamente più complessa  del poeta. Se parte della visione eroica e protestataria del giovane Leopardi è certo figlia del famoso saggio di Cesare Luporini (Leopardi progressivo), Martone non lesina il sarcasmo dell'autore verso i progressisti liberali, sbeffeggiati nel testamento poetico dai versi stentorei ispirati dal panorama desertico del Vesuvio: "Dipinte in queste rive/ Son dell'umana gente/ Le magnifiche sorti e progressive".
Due volte Martone fa ribadire a Leopardi la sua comunanza con la visione degli orientali, distintamente gli indiani. Impossibile non pensare alla clamorosa coincidenza di date e idee con Schopenhauer (a cui abbiamo dedicato QUI alcune considerazioni), ma ancor più difficile appare negare il valore de L'Infinito come specchio perfetto di una meditazione sul non-dualismo.



Comprensibile, invece, la scelta, comunque coraggiosa, di affrontare subito il totem della "siepe", di far recitare, nell'ispirazione a voce alta, le tre poesie forse più celebri, o di menzionare le più note tra le lettere e le Operette Morali. Certo, vedere il Canto notturno di un pastore errante nell'Asia (forse la vetta poetica della letteratura italiana moderna) ridotto ad esser citato in un dialogo su un ponte fiorentino con Giordani ci ha stretto il cuore. Ma comprendiamo la necessità di scegliere un itinerario narrativo, necessariamente manchevole e arbitrario in un'opera non seriale.
Veniamo, dunque, alle scene più controverse e coraggiose del film.


In primo luogo, sontuosa è la citazione del Dialogo della Natura e di un Islandese: per quanto ci discostiamo dalla facile lettura freudiana che identifica la madre del poeta con la Madre Natura, la resa è maestosa. Non solo, la scelta restituisce piena giustizia alla posizione filosofica di Leopardi che (come ha spiegato in un saggio fondamentale, Dio in Leopardi il grande intellettuale contemporaneo Giovanni Casoli) non si limita al freddo ateismo dei philosophes illuministi, ma diventa una titanica rivolta antiteistica, come il grandioso, e poco conosciuto, Inno ad Arimane testimonia.



Molto si è discusso, invece, sulla veridicità dell'episodio, umiliante e beffardo, con l'ermafrodito nei bassi napoletani: Martone si esalta nella rappresentazione della sua Napoli, vitale, carnascialesca, ribollente Suburra di vizio e umanità. Lo sguardo, che qui si fa quasi pasoliniano, redime ogni volgarità: è vero che gli scugnizzi bersagliavano di crudeli lazzi il povero poeta, è comunque di grande pudore, nel grottesco, l'approccio tragico del poeta al peccato misterioso della lussuria.

                                      

Alto compendio della vicenda esistenziale leopardiana è il finale, affidato ai versi sublimi de La Ginestra. Mentre il poeta enuncia le sue terribili eterne verità, lo sguardo di Martone esplora le desolazioni desertiche del Vesuvio, la pietrificata morte di Pompei, fino a condurci nel mistero annichilente del silenzio cosmico.
Una scena a livello di un finale di Tarkovskij.
Elio Germano si fa maschera tragica, visione stentorea dello sguardo poetico sull'abisso.
Ricorda il volto indimenticabile e quasi intollerabile dell'ultimo Nietzsche.


Una vetta attoriale che, crediamo, non sarebbe stata sgradita a Carmelo Bene (non a caso unica voce dei Canti nella nostra nota).
Dunque: la sfida impossibile è inevitabilmente persa. Ma, proprio come insegnano i versi leopardiani, già il tentativo, disperato, eroico, necessariamente fallimentare, merita ben più degli onori veneziani, il Leone d'Oro a Martone e il Premio Pasinetti a Elio Germano.
Merita rispetto e gratitudine.
Il tributo degno dei veri artisti.


venerdì 21 novembre 2014

BLATTA di Alberto Ponticelli - l'inferno come destino sociale


Tutta, o quasi, l'arte del Kali Yuga è arte della nigredo.
Se dovessimo chiarire il concetto  a lettori non avvezzi al linguaggio esoterico, tradurremmo: tutta, o quasi, l'arte dell'ultimo secolo (periodo di grande confusione morale e progressivo smarrimento ideologico) è arte del dissidio, dell'esilio, della lacerazione, della disarmonia.
Tutti, o quasi, i grandi geni del Novecento, in ogni ambito artistico, sono stati in primo luogo testimoni del Nulla, cantori del fallimento, profeti della Morte, ossessivi talmudisti della mancanza di senso. Con accenti, toni e ispirazioni diverse, tutti maestosi monumenti al pessimismo più fosco.
 In letteratura, da Joyce a Beckett, da Céline a Fitzgerald a Kafka, in primo luogo: una magistrale esplorazione dello smarrimento di sé. Nel cinema, da Hitchcock a Kubrick, da Lynch a Polanski a Lars Von Trier: geni differenti, che condividono però uno sguardo spietato, crudele, implacabile sull'abisso di nequizie dell'animo umano. L'arte figurativa e la musica classica , con l'avvento di per sé destinato all'anacronismo delle avanguardie, hanno spalancato la porta dell'inferno, o meglio del subconscio, delle dissonanze, dell'impossibilità di visione (da Munch a Bacon, da Schöenberg a Luciano Berio). Nell'ambito della musica popolare, l'atmosfera è talmente intrisa di negatività, di compiacimento satanico e celebrazione del Male, da far proporre più volte addirittura la candidatura al Premio Nobel per uno dei pochi cantori universali, affrancati dal morbo collettivo di negazione esistenziale. Ci riferiamo ovviamente a Bob Dylan, che della presenza del Male fa spunto di ricerca gnostica (come dice il suo ammiratore Guccini: "la giostra dei miei simboli fluisce uguale per trarre anche dal male qualche compenso"). In filosofia tutto ciò è stato sistematizzato fin troppo: da Sartre a Ciorian, fino alle derive post-strutturaliste, registrando tardivamente ciò che l'arte aveva già intuito e manifestato (come dice il mio non amato Hegel in un'affermazione invero illuminante: "la filosofia arriva sempre troppo tardi...la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo").
Restringendo il discorso al perimetro del fumetto italiano attuale, questa visione allucinata del reale, questo iperrealismo tetro e delirante, eppure tragicamente rivelatore, ha i suoi moderni maestri: Akab ne è il più potente creatore di icone, Maicol il più geniale aforista, Ratigher il narratore più efficace.
In questo indirizzo, con autonoma personalità autoriale, si iscrive pienamente Alberto Ponticelli con Blatta (ristampato recentemente da RW Linea Chiara).



Raramente atmosfere simili, di orrore distopico, ci colpiscono o attraggono*.
Ma il libro di Ponticelli ha il carisma nero di un monolite visivo, piantato come una tomba su ogni possibile speranza nell'umanità.
Saranno state forse le circostanze della prima lettura ad amplificare l'impatto devastante dell'opera sulla mia sensibilità. Ultimo giorno del Comicon, città di Napoli paralizzata dai festeggiamenti per la Coppa Italia: dopo esservi giunto a piedi, dribblando bombe artigianali e  prostitute nigeriane coi volti dipinti d'azzurro (somma tristezza, tingere di festa altrui la propria schiavitù), mi sono barricato nella Stazione Centrale, divorando il libro mentre centinaia di tifosi impazziti provavano a buttare giù a calci le vetrate, armati di mazze a volto coperto.
Circostanze indubbiamente peculiari, quasi un corollario vivente dell'assunto dichiarato in quarta copertina: "l'uomo non è in grado di gestire la propria libertà".
A una attenta rilettura, avvenuta dopo mesi in un ambiente sicuramente meno singolare, Blatta non cede nulla in potenza d'urto interiore.


Il libro è l'epitaffio su ogni delirio laicista riguardo le "magnifiche sorti e progressive" della tecnocrazia: l'immortalità ("per un laico la massima espressione dell'affermazione della vita"  fa dire Corrado Guzzanti a Padre Pizarro, in una delle sue più geniali invenzioni satiriche) diventa un sempiterno inferno. Senza rivelare nulla al lettore interessato, Ponticelli ci cala in una distopia, più che orwelliana, ultra-huxleyana, in cui la condizione umana è ridotta al nulla automatico, ben oltre qualsiasi incubo kafkiano o beckettiano. Qualsiasi possibile rivolta è stroncata in una reincarnazione coatta, qualsiasi impeto della volontà annullato in un impermeabile esistenza meccanica.
L'anomalia del Sistema (rappresentata, appunto da una blatta, l'insetto più ripugnante diventa simbolo e porta di un'impossibile libertà) conduce a un ulteriore straniamento, a una ancor più annichilente consapevolezza.
Ponticelli implacabilmente inchioda l'uomo alla sua nuda miseria animale, qualsiasi tentativo di ricostruzione sociale, di ritorno a una purezza edenica è travolto dal male divenuto Macchina, Sistema, Espropriazione dell'Identità.
Il condominio di Polanski de L'Inquilino del Terzo Piano, che congiura contro l'identità dell'individuo fino a condurlo allo smemoramento schizofrenico di sé, è divenuto l'intera umanità.
Il finale, sospeso, tra fuga e dissoluzione, abbandona il lettore alla più desolata contemplazione del nihil ontologico.
Per chi, come chi scrive, abitualmente si nutre della luminosa saggezza di Chesterton, delle illuminazioni di Tolstoj e delle visioni mistiche di Blake, riconoscere il valore di un'opera simile credo equivalga a conferire una medaglia artistica.




*Consentitemi una brevissima digressione: ho letto Debbi la strana di Paolo Di Orazio .
È un libro estremo, tremendo, a tratti intollerabile. Ogni pagina vomita incubi tragicamente plausibili, che invadono il subconscio del lettore come barbari infoiati assalirebbero un monastero. Tutto il Male del Mondo trasuda dalle righe acide e assordanti che compongono il racconto, ossessive e sfregianti come un rosario blasfemo.
Io che non sopporto lo splatter, e disprezzo il porno, non mi sento di consigliarlo a nessuno a cui voglia bene. Per i miei parametri, la censura scatterebbe alla seconda pagina.
Ma voi, e so che siete tanti, che amate questi generi, che siete cresciuti con Stephen King e Clive Barker, che adorate Lovecraft e vi nutrite di sguardi sulla negatività, non avete alternative: incoronate Paolo come Re d'Italia.
Per stile, profondità e spietatezza, non ha eguali...

martedì 18 novembre 2014

La Cura Schopenhauer


Per Camilla Crisante

Irvin Yalom è un professore di psichiatria alla Stanford University, che da anni riversa la sua decennale esperienza sul campo associandola allo studio dei grandi filosofi.
Ha finora scritto una ideale trilogia di romanzi, ciascuno dei quali incentrati sulla figura dei pensatori più congeniali alla sua ricerca: Schopenhauer, Nietzsche, Spinoza.
Per una sorprendente coincidenza, si tratta forse dei nostri prediletti (aggiungeremmo Kierkegaard e poi, fuori d'ogni etichetta, Camus e Simone Weil).
Abbiamo, dunque iniziato (grazie all'adorabile mecenate a cui è dedicata questa nota) il primo dei tre: La cura Schopenhauer.
L'assunto narrativo è presto dichiarato: un luminare della psichiatria scopre improvvisamente di avere sei mesi di vita. Lui, punto di riferimento costante dei suoi pazienti, cade in una profonda crisi esistenziale.
Decide, dunque, come forma di estrema introspezione, di ricontattare l'unico caso che non era riuscito a risolvere: un cinico apatico, schiavo di una ossessiva compulsione sessuale.
Lo riscopre collega, guarito non dalla psichiatria, ma dalla lettura del più pessimista e distaccato dei filosofi moderni: appunto, Arthur Schopenhauer.
Non rivelo altro per non rovinare la lettura, ma la narrazione continua alternando la descrizione dell'impatto della notizia sul gruppo di terapia, e della sua conseguente traumatica evoluzione, col racconto cronologico della vita del filosofo.
Il libro è un omaggio degno e profondo alla statura elevatissima del pensiero schopenhaueriano.

Friedrich Nietzsche* (il più geniale fra i suoi allievi e, in seguito, il più veemente dei suoi contestatori) fu il primo a rimarcare l'importanza pedagogica della figura di Schopenhauer come educatore, non a caso terza delle sue cruciali Considerazioni Inattuali.
Considerato da Tolstoj "il più geniale di tutti gli uomini", Schopenhauer è in primo luogo maestro di stile (anche in questo caso eguagliato e superato solo dal menzionato discepolo/ demolitore Nietzsche).
Come scrive Thomas Mann nel saggio del 1938 dedicato al filosofo (omaggiato senza menzionarlo nel romanzo giovanile I Buddenbrook), egli possedeva un "linguaggio vigoroso, elegante, preciso, passionale e arguto, di una purezza classica e di una grandiosa e serena severità stilistica, quali mai si erano viste fino ad allora nella filosofia tedesca".

uno dei più celebri ritratti di Friedrich Nietzsche

Tornando a Yalom, innanzitutto, è apprezzabile che nel libro si ribadisca come molte delle tesi freudiane siano già presenti nelle riflessioni del pensatore di Danzica, soprattutto in quel nerissimo gioiello, capolavoro a sé stante, che è la Metafisica dell'Amor Sessuale: uno squisito distillato di pessimismo antiumanista, che illustra con mirabile distacco l'intuizione leopardiana dell'amore come "inganno estremo".
Il libro rappresenta anche l'occasione per approfondire la conoscenza biografica della burrascosa vita del pensatore, lacerata tra l'impetuosa ricerca filosofica, permanenti ristrettezze pratiche e l'indifferenza dei contemporanei, ripagati abbondantemente con la scottante moneta del disprezzo.
Solo tardivamente, negli ultimi anni di vita, a Schopenhauer verranno tributati i giusti onori.
Celebri sono le sue sfuriate da libero docente all'Università di Berlino di fronte all'aula semivuota, mentre in quella accanto gli studenti si accalcavano in fila per ascoltare come un profeta l'odiato Hegel**. Yalom non risparmia nulla alla grande mente, si inchina alla sua lucidità e alla sua coerenza intellettuale ma non nasconde certo i suoi intollerabili difetti caratteriali: un cinismo sistematico, un egoismo fiero e sprezzante, non a caso proprio di colui che eresse e incarnò un monumento filosofico alla Misantropia.
Sgradevole ed esaltante insieme è il sarcasmo incendiario con cui il saggio pessimista deride e condanna gli esseri umani, o meglio i "bipedi" com'egli gli appella, alla vana insignificanza delle loro vite.
Altri, comunque, sono i pregi del libro, al di là della mera, preziosa opera di diffusione del pensiero schopenhaueriano.

Irvin D.Yalom
Per quanto chi scrive non riesca a celare un certo imbarazzo per l'atmosfera tipicamente americana delle terapie di gruppo (quella positività fittizia e sgradevole, quella superficialità di giudizio e quella scarsa istintiva conoscenza di sé che induce a confessarsi in pubblico appoggiandosi alla stampella precaria dell'approvazione altrui), Yalom conduce il gioco egregiamente, conciliando le esigenze di plausibilità della narrazione (e la conseguente presenza di banalità sciorinate da alcuni partecipanti al gruppo) con la progressiva agnizione di eterne verità filosofiche a cui il lettore è indotto.
Non sbrigativa e abbastanza affidabile è l'esplorazione delle pratiche meditative, in questo caso la vipassana, tra le più diffuse negli Stati Uniti e non solo (chi scrive non vi aderisce, ma è altro discorso).
Del resto, Schopenhauer è il pensatore occidentale che più ha attinto dichiaratamente all'oceano di saggezza della conoscenza orientale, come rivelano toni, concetti e visione di un passo del genere: "L’uomo che, dopo tanti angosciosi conflitti con sé stesso, riesce infine a ottenere una così piena vittoria, non è più altro, ormai, che un soggetto puro di conoscenza, un limpido specchio del mondo. Nulla può più angustiarlo e commuoverlo, perché egli ha spezzato i mille fili del volere che ci tengono legati alla terra: il desiderio, il timore, l’invidia, la collera, e simili passioni, che ci sconvolgono e ci dilaniano. Con volto placido e sorridente, contempla le immagini illusorie di questo mondo...".
I personaggi del romanzo, all'inizio eccessivamente stilizzati, col tempo assumono una complessità verosimile e rendono dialetticamente viva l'attualità del pensiero del filosofo.
La trama si svolge avvolgente, ritmata da colpi di scena  (alcuni prevedibili, altri meno), mantenendo alta l'attenzione della ricerca filosofica.
Di grande interesse la riflessione sull'incombenza della morte, tema di un testo cruciale di James Hillman del quale presto tratteremo.

Un libro valido, degno di una lettura attenta, che può rappresentare un confortevole viatico per addentrarsi nel pensiero di una delle più grandi menti filosofiche dell'Occidente moderno.

un celebre e tardo ritratto di Schopenhauer


* ne abbiamo parlato QUI e QUI
** ne abbiamo parlato QUI

giovedì 13 novembre 2014

TUTTI GLI ARTICOLI DI OTTOBRE






Cari lettori,
il vortice di impegni, progetti, articoli, deliri è tale che perfino queste comode note escono con ritardo ormai regolare.

Siate consapevoli però che nelle prossime settimane un cannoneggiamento di prelibate primizie intellettuali abbatterà i muri della vostra attenzione per conquistare il centro del vostro desco mentale.

Detto ciò, ecco a voi il mosto d'Ottobre.

Su FUMETTOLOGICA abbiamo pubblicato:

- L'intervista per #tavolidadisegno a Mabel Morri QUI.
In realtà, in questo caso ha fatto tutto lei, onorandoci col graditissimo dono di un'intervista disegnata.
Presto vi racconterò di una splendida serata in sua compagnia. In chiesa.



- Il racconto di Selfy, il progetto di Inuit, che combina un'importante visione culturale dell' autoproduzione con interessanti esplorazioni nelle nuove tecnologie di stampa QUI


- La conversazione iniziatica col Dr.Pira, tra le cui ardenti righe potreste trovare il senso recondito della vostra esistenza QUI



Su queste deliranti colonne, invece vi abbiamo inflitto:

- il recap del mese precedente;) QUI

Carmelo Bene visto da Tuono Pettinato


- il racconto del primo concerto romano di Morrissey QUI



- la recensione del film La Trattativa di Sabina Guzzanti (in realtà un appello ad andarlo a vedere) QUI



- Le celebrazioni per il primo anno di FUMETTOLOGICA QUI



- il racconto del Comicsday a Monterotondo, soffermandoci sulla scoperta di Metamorphosis di Giacomo Bevilacqua QUI



Vi dico solo che i prossimi articoli (sul blog) avranno come tema:
- Schopenhauer
- i rapporti fra il e la Kabbalah
- Ratigher
- Caligola e Edoardo II
- Zerocalcare
- Bowie/ Baudelaire e Dylan/Fitzgerald
- Chesterton e Wilde
senza citare un'intervista a un signore che non è esagerato definire il maestro di molte leggende viventi.

Più tutto quello che nel frattempo accadrà e scompaginerà come sempre i progetti d'ognuno.

Buona Lettura
e a presto con nuove mirabolanti avventure!

mercoledì 29 ottobre 2014

COMICSDAY - e la scoperta di "Metamorphosis"





Il racconto della giornata
Questa rapida nota  è il racconto di una bellissima giornata trascorsa a Monterotondo presso la Libreria Ubik (QUI la pagina Facebook con tutti gli eventi):  un luogo di lettura incantevole che può vantare un catalogo di qualità peculiare.
Non è esagerato definirla un'oasi di cultura e cortesia, visti i tempi.
Da abituale frequentatore compulsivo di librerie dall'età di 13 anni ho assistito all'inesorabile trasformazione di luoghi culturali storici del centro di Roma da templi della ricerca a supermercati per intellettualoidi (ogni riferimento alla Feltrinelli di Largo Argentina, e di tutta Italia, è puramente voluto), in cui si crede sia postmoderno accostare l'immagine di Pieraccioni a quella di Pasternak.
Dunque, è balsamo la cortese competenza di Chiara Caiò e Lucia Garaio che hanno seguito con grande premura e attenzione lo svolgersi del programma.
Sono state talmente cortesi nei nostri confronti che a un certo punto, contro ogni intenzione e evidenza, durante le presentazioni ci siamo quasi presi sul serio.

Con Alessandro e Francesca Di Virgilio

La giornata è stata ribattezzata Comicsday, organizzata da Alessandro Di Virgilio, una delle persone più garbate e colte di quello che, con un'espressione meritevole della fucilazione pubblica istantanea, viene definito il "fumettomondo" italiano.
Lo ringrazio per la considerazione d'avermi invitato a moderare gli incontri, pur avendo io dichiarato da sempre il mio non essere un esperto di fumetti (riporto ancora e ancora la mia dichiarazione QUI)




Come da programma la giornata è iniziata con Nicoletta Baldari, disegnatrice di Ciak si gira, Geronimo Stilton, e la festosa accoglienza di tanti bambini che hanno imparato con lei a disegnare il loro beniamino (quando si parla di bimbi e personaggi di fantasia il lessico va subito in modalità Istituto Luce). 


                                     
Oltre a sottolineare la grande disponibilità e simpatia di Nicoletta, vorrei consegnare ai posteri un documento eccezionale: la testimonianza unica di un nuovo fulminante talento nel mondo del fumetto italiano.

Finalmente ho trovato un mestiere...

L'incontro successivo è stato con Stefano Simeone, nostra vecchia conoscenza.
Prima dell'intervista abbiamo stipulato un mutuo (e muto) accordo paramassonico per cui avremmo parlato di tutto tranne che dei suoi libri: dalle sentinelle in piedi a Juventus-Roma alla Leopolda al'argomento ontologico di S.Anselmo.
La formula si è rivelata vincente, siamo molto soddisfatti, la riproporremo vieppiù.
Non vi dirò le sue opinioni, saranno un prezioso lascito esoterico per i presenti a quell'incontro indimenticabile.
Consolatevi leggendo QUI e QUI le nostre precedenti interviste.
                            


Esattamente all'ora del tè (considerando un doppio quarto d'ora accademico), è iniziato il terzo incontro.
Alessandro Di Virgilio è passato (pur rimanendo magicamente sulla stessa sedia) da intervistatore a intervistato, accanto alla sua adorabile erede d'arte Francesca Di Virgilio e al disegnatore Mauro Cao.

Mauro Cao
Riguardo a Mauro devo dire una cosa: è una delle poche persone che quando parla di alcuni argomenti (sottoculture e  arti marziali su tutti) ascolto volentieri senza reagire in maniera scomposta.
Un privilegio raro.
Anche in questo caso, vi rimando alle nostre precedenti conversazioni riguardo il loro libro ...E tutto il resto appresso  QUI e QUI.

                           


E veniamo all'ultimo incontro, quello probabilmente più atteso dal pubblico: A Bevilacqua piace...
Giacomo Keison Bevilacqua  era, fra gli autori invitati, forse l'unico che non avevo precedentemente intervistato. 

Con Alessandro Di Virgilio e Giacomo Keison Bevilacqua

 Non certo un ostacolo, considerando la disarmante simpatia di Giacomo e non potendo  il sottoscritto annoverare la timidezza fra i suoi molti difetti.




La scoperta di Metamorphosis
La fama di Keison è legata senza dubbio al personaggio della serie A Panda piace.
Giacomo ha trovato l'Uovo di Colombo del fumetto pop: un personaggio tenero e simpatico (cute, si direbbe in inglese) che esprime semplicemente e liberamente la sua personalità. Un gioco infantile e accattivante, in cui tutti i lettori possono riconoscersi o dissentire sorridendo. Un'intuizione semplicissima ma efficace che apre a uno sviluppo seriale pressoché infinito: innumerevoli le variazioni comiche, alcune riuscite, alcune brillanti, alcune facili, alcune furbe, alcune spiazzanti con cui negli anni Giacomo ha declinato le possibilità del personaggio.
Un'invenzione che ha raccolto un notevole seguito, mostrando (prima del ciclone Zerocalcare) le potenzialità di successo di un certo approccio al fumetto popolare.
Eppure, nel nostro incontro non si sarebbe dovuto parlare solo dell'ormai celebre Panda.
Un altro libro, meno famoso, di Giacomo è la storia a fumetti Metamorophosis, una miniserie in tre capitoli pubblicata verso la fine del 2012 per i tipi dell'Editoriale Aurea.



Confesso che non l'avevo letta.
Confesso che l'ho divorata nel pomeriggio prima della presentazione.
Confesso che mi ha colpito molto.
Mi ha colpito innanzitutto per la scelta, comunque apprezzabile, di rompere il facile schema di A Panda Piace (anzi, dopo questa esperienza narrativa anche le storie del Panda troveranno una nuova formula, più vivace e interessante). Il libro è, di per sé, coraggioso: non solo perché spiazza un pubblico che attende tutt'altro, ma perché affronta tematiche complesse e già trattate ai massimi livelli in tutte le forme. Se i maliziosi potevano accusare le opere precedenti di eccessiva facilità, di adagiarsi sugli allori di un apprezzamento garantito dei lettori, certo questa è tutto il contrario di un'operazione ruffiana.  Lo sforzo è ambizioso fin dalla struttura dell'opera: un modulo ternario in cui, fedele al titolo, la metamorfosi informa sia lo stile (che cambia di scenario in scenario, su diversi piani psichici e temporali) che i personaggi stessi (della ricchezza semantica di questo concetto ne parlammo in tutt'altro modo con Rita Petruccioli QUI).
Bevilacqua attinge dichiaratamente a tutti gli stilemi e moduli della narrazione pop contemporanea, collaudati da serie tv, fumetti di successo, film di culto: la ragazza fragile e adorabile, il trauma infantile, la storia d'amore apparentemente impossibile, il serial killer geniale vittima del delirio di onnipotenza et similia. Il tutto condito dalla sua consueta facilità narrativa, l'umorismo immediato e sempre gradevole, una sapiente gestione di ritmi e colpi di scena.
Giacomo dichiara onestamente tutti i debiti e i prestiti,  tramite citazioni evidentissime o affettuosi omaggi.
C'è però qualcosa di più: l'autore ha qualcosa da dire. Non è scontato, in questi tempi in cui la confezione meccanica di stereotipi viene spesso salutata come una nuova frontiera dell'arte.
Giacomo gioca col fuoco (le citazioni dei miti greci), rischia di scottarsi più volte (cedendo alla tentazione di mostrarci la protagonista nuda mentre si fa la doccia o sdrammatizzando con battutine maliziose l'acme drammatico del racconto), ma alla fine la lettura è sorprendente.
Non è facile trattare una materia come le ripercussioni psichiche di un trauma infantile, quando le orme del Gigante Urasawa  ne hanno già calcato in maniera definitiva il cammino (su Monster un giorno scriveremo un trattato). Per il discorso opposto, dopo il successo planetario del furbissimo Dan Brown mi viene l'orticaria a pensare a un serial killer che manda messaggi cifrati attraverso citazioni dalla cultura alta.
Eppure, il libro funziona.
Appassiona, diverte, sorprende.
Ben vengano tentativi ambiziosi come questo nel fumetto popolare, ben venga il coraggio di differire la propria personalità autoriale, ben vengano la spontaneità e la freschezza di un autore che, pur con molta umiltà, non ha paura di giocare su un livello più alto.
Con l'innocenza del suo approccio, Bevilacqua riesce ad essere molto più sottile psicologicamente di tanti autori "seri". 
Lo ringraziamo per questa lezione di semplicità.
E non vediamo l'ora di vederlo affrontare il totem Dylan Dog.

mercoledì 22 ottobre 2014

Un anno di Fumettologica

L'omaggio sempre intelligente di Tuono Pettinato

 È con grande soddisfazione che celebro oggi il primo compleanno di FUMETTOLOGICA, il Magazine quotidiano di informazione e cultura del Fumetto che in breve tempo si è imposto, oggettivamente, come il punto di riferimento informativo del mondo del fumetto italiano.
Da un lato, mi fa sorridere pensare di essere tra i collaboratori più prolifici, stante che non mi considero per nulla un esperto di fumetti (come dichiarato in tempi non sospetti QUI).
Dall'altro, sono fiero di far parte di una squadra così prestigiosa (senza far nomi, basta consultare l'elenco delle firme che vi pubblicano).



Sono confluito in questa avventura dall'esperienza di Conversazioni sul Fumetto (di cui QUI riportiamo tutti gli articoli) e, come si sarà immediatamente accorto chiunque abbia seguito entrambi i blog, l'approccio fumettologico è stato, soprattutto all'inizio, più informativo che squisitamente critico.
I pochi coraggiosi lettori di questo blog, abituati alle deliranti cascate di subordinate e parentesi discorsive che regolarmente gli infliggo, non faranno fatica a realizzare quale palestra di sintesi e linearità ha rappresentato per il sottoscrivente modellarsi su quel parametro giornalistico.
Per un verso, questa ascesi espressiva mi ha indotto a erompere ancora più sfrenatamente su queste deliranti colonne, dall'altro (si spera) è stato un passaggio obbligato di maturazione stilistica.
Oltre a ciò, FUMETTOLOGICA mi ha dato la possibilità di incontrare di persona autori che stimavo fin dalla gioventù (come Bruno Bozzetto QUI , Dave McKean QUI o Simon Bisley QUI), ricevendone reciproco apprezzamento.
Non è poco.
Ringrazio per questo Matteo Stefanelli e Andrea Queirolo, che mi invitò a collaborare con lui dai tempi di Conversazioni sul Fumetto.
QUI trovate tutti i miei articoli, non solo la rubrica (quasi fissa) #tavolidadisegno che, nel tempo, ho condiviso con altri colleghi (che ricordo nacque da un'intuizione di quel vulcano di Maicol).

Ecco QUI l'articolo che oggi celebra il primo anno della testata.
Ci auguriamo che sia solo l'inizio di una lunga, gloriosa storia di cultura e informazione del Fumetto.
Buona Lettura!

giovedì 16 ottobre 2014

La Trattativa di Sabina Guzzanti - un film importante



Ho visto "La Trattativa".
Lasciate perdere visioni politiche, antipatie o simpatie per l'autrice.
È un film serio, coraggioso, importante.
Realizzato con durezza e inaspettata asciuttezza.


Strano e affascinante il destino dei fratelli Guzzanti, menti brillanti, comici di innegabile talento, lucidissimi osservatori della contemporaneità, nel cui DNA è inscritto il segno della grande riflessione intellettuale, clamorosamente virata dalla figura paterna (comunque notevole intelligenza dialettica) sul fronte opposto. 
Non è esagerazione dire che le analisi politiche più lucide e centrate sul fallimento sleale e il progressivo smarrimento d'identità della Sinistra italiana sono state da loro dispensate in tempi non sospetti.

Amaro privilegio che dividono in Italia con altri intellettuali di ambito artistico e non strettamente politico, come Nanni Moretti e Giorgio Gaber (per non scomodare Pasolini, ma lì si entra nell'ambito del dono profetico). 


Col potere liberatorio della risata, secondo l'assunto ruzantiano del giullare medievale, hanno rivelato, e spesso puntualmente anticipato, le derive grottesche della politica italiana degli ultimi vent'anni.



Tra i due fratelli maggiori, Corrado e Sabina. l'autrice è sicuramente quella più esplicitamente impegnata civilmente, più diretta e "politica" nel senso alto del termine. A questo riguardo, un rilievo che spesso si può muovere al suo approccio satirico è di mancare di quella leggerezza, propria del genio, che è tratto peculiare delle riflessioni di Corrado. Usiamo il termine nella ormai comune accezione profonda, conferitagli da Italo Calvino nelle sue celebri Lezioni Americane: "leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore".
Un eccesso di sarcasmo acido, di livore dialettico, di pesantezza mentale inquinava le sue ultime (pur sempre interessanti) prove satirico-documentaristiche.
Se da un lato tale implacabile rancore poteva essere giustificato dalla gravità delle accuse rivolte al Potere, dall'altro innegabilmente indeboliva la potenza delle sue argomentazioni.



Quando raggiunge l'equilibrio, come tutte le donne coraggiose, la regista riflette incosciamente la potenza dell'archetipo di Shri Mahakali: il purissimo potere femminile che, nella tradizione indù, sfida e massacra i demoni dell'ingiustizia.
Quando lo smarrisce, spunta da sola le proprie armi con l'eccesso di arrovellamento fegatoso.



Nulla di tutto ciò nel suo ultimo film, La Trattativa.

Un film importante.
Un esempio, serio e rigoroso, di cinema civile.
Ciò che colpisce non è il grande dettaglio documentale, o la potenza espressiva. Sono qualità a cui la Guzzanti ci ha abituato. Ciò che colpisce è proprio l'asciuttezza della progressione argomentativa.
Ed appunto, ciò che mancava in passato: un solido equilibrio formale, una grazia interiore (non a caso tema circolare del film)  che ispira il racconto, anche nei momenti di più intollerabile cupezza.
La fotografia di Ciprì garantisce una qualità visiva di livello internazionale.
Un plauso agli attori, tutti notevoli, nel bilanciare realismo e caratterizzazione di personaggi a volte stra-famosi, altre volte oscure comparse o cruciali marionette del sordido disegno criminale che di fatto ci governa da decenni.



Lo straniamento brechtiano è utilizzato con saggezza, senza appesantire. La cornice del racconto conferisce al teatro il suo antico ruolo di luogo della crisi, dell'analisi sociale, dell'introspezione collettiva: nello svelare il trucco della finzione recitativa dall'inizio  (gli attori che si truccano all'interno del teatro prima di interpretare i protagonisti reali), ancor più appare deflagrante il messaggio della finzione manipolatoria delle versioni ufficiali.
Possiamo dire che si tratta di una compiuta evoluzione della teoria e pratica del teatro di Dario Fo.
Detto da un ammiratore di Carmelo Bene, è indubbiamente un complimento.

Non voglio rivelare nulla delle rivelazioni (scusate il bisticcio), perché desidero intimamente che tutti vediate il film. Quello che ne Il Divo di Paolo Sorrentino veniva suggerito con la sottile ambiguità ontologica del protagonista, qui viene esposto con preciso rigore logico-argomentativo e una convincente asciuttezza formale.



Bellissima l'intuizione dell'esame di teologia del pentito Spatuzza, che non riesce inizialmente a rispondere alla definizione del concetto di Grazia.
La Guzzanti ha l'intelligenza e la sensibilità di non esplicitare come la risposta giusta non sia nelle elucubrazioni filosofiche di millenni di dibattiti, ma nell'esempio luminoso e commovente di Don Puglisi, che in punto di morte sorride ai suoi sicari . 



Abbiamo già omaggiato simili accecanti momenti di luce nella storia italiana (QUI).
Dopo quasi due ore di indignazione e di rovesciamento dei ruoli (ci si ritrova ad ammirare il coraggio di un pentito e a disprezzare l'ignavia delle istituzioni, questo spiega anche la controversa battuta dell'autrice sulla "solidarietà" a Riina e Bagarella degli ultimi giorni), si avverte la sensazione fisica di oppressione che i latini chiamavano angustia.



Ma il finale del film, centratissimo, scioglie ed eleva il cuore in una commozione spirituale, in un profondo anelito ideale. Un imperativo morale spontaneo, imposto dal rispetto delle poche figure che hanno combattuto a testa alta nel pantano immondo della trattativa: su tutti, Falcone, Borsellino, Don Puglisi.
Ha ragione il  caro collega Giorgio Brusco, del blog dedicato alla meditazione benvenutinparadiso: questo film, affermando QUI che se questo film venisse visto da tutti, potrebbe rappresentare la catarsi collettiva della storia recente italiana.
Vedetelo.
E parlatene.