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martedì 11 dicembre 2012

L'Ultima Thule (part III)

a Piergiuseppe Caporale



Finalmente arriviamo alla terza e ultima parte di questo tributo gucciniano, conferendo finalmente senso al titolo del trittico che lo compone.
Partiremo infatti dall'analisi dell'ultimo disco del Maestrone,  per rievocare picchi e tematiche ricorrenti nella sua ricchissima e costantemente alta produzione.

Iniziamo dalla prima traccia, "Canzone di notte n.4", che dà subito il senso del compimento d'una carriera, raggiunto con giocosa malinconia. Nel disco dell'addio, il cantautore ritorna all'inizio della sua avventura poetica, facendoci rivivere con graziosa ironia i rimbrotti dei genitori al ragazzino dalla fantasia avida di sogno, che passa la notte a leggere invece che a dormire.
La traccia è, proprio numericamente, la quadratura del cerchio delle "canzoni di notte" di Guccini, che hanno scanditole fasi della sua carriera, direbbe lui "da allora sempre diversa ed uguale".
Se la prima, ("Canzone di notte", dal disco "L'isola non trovata") era l'ingresso scanzonato e scettico nel grande mare dell'ispirazione notturna, in perfetta armonia con l'atmosfera crepuscolare del disco ("Mattino o notte, hai perso il tempo,/ la malinconia ti sembra di toccarla, ma forse è l'ora dell' avvento e chiami l' ironia per aiutarla./E forse c'è qualcuno che ora muore, e forse c'è qualcuno che ora nasce,/ qualcuno compie un crimine d' onore, passeggiano sui viali le bagasce./ Bagasce sono i tuoi ricordi che fra canzoni e vino ti disturbano,/ che ti molestano pian piano e il giorno sembra ormai così lontano,/ e il giorno sembra ormai così lontano...."); se la seconda ("Canzone di notte n.2" dallo storico album "Via Paolo Fabbri, 43") era il corrosivo e disincantato inno anarchico, che ha regalato, involontariamente, tanti slogan ai libertari di tre generazioni ("E' facile tornare con le tante/ Stanche pecore bianche./ Scusate, non mi lego a questa schiera:/ Morro' pecora nera."): se la terza ("Canzone di notte n.3" da "Signora Bovary") era l'ironico ripiego interiore di una stagione talmente colma di disillusione da rinunciare a qualsiasi orgoglio di rivalsa ("Ogni giorno è un altro giorno regalato, ogni notte è un buco nero da riempire, / ma per quanto non l' ho mai visto colmato, così per dire,/ resta solo l' urlo solito gridato, tentare e agire,/ ma si pianga solo un po' perchè è un peccato/ e si rida poi sul come andrà a finire..."; quest'ultima, definitiva "Canzone di notte n.4", partendo dal capriccio del bimbo nottambulo (le battute iniziali), e ricordando ovviamente le grandi esperienze passate ("ehi notte, larga e oscura di altre notti/ rabbiose, fatte a morsi, divorate,/ prendendo a gabbo ipocriti e bigotti/ lunghe d'inverno, eterne nelle estati/chitarra e vino e via come cazzotti,/ notti passate"), arriva a vedere la notte come porto della pace agognata,  sospesa tra il tuffo nel mistero e il sempre latente cupio dissolvi ("ehi notte, che mi lasci immaginare,/ fra buio e luci quando tutto tace/ i giorni per la quiete e per lottare/ il tempo di tempesta e di bonacce/ notte tranquilla che mi fai trovare forse, la pace").

Proseguiamo con il secondo brano, "L'ultima volta": un nuovo classico della poetica gucciniana della rimembranza.
Si ritrova subito il magistero del grande autore, ormai maturo ed equilibrato.
Ci avvolge familiare quella poesia dai tratti bucolici e domestici, quel canto quasi  parlato, intimo e confidenziale, tratto peculiare di  recenti capolavori come "Vorrei"  e "E un giorno" (anche se chi scrive ne predilige la prima parte, cioè "Culodritto", in cui il cinismo negatore dell'uomo disilluso si scioglie in giocoso stupore di fronte alla saggezza infantile)
La morte, da sempre interlocutore silente dei monologhi gucciniani, appare fin dalla prima canzone, presenza discreta e pacificante,  quasi attesa con pazienza nella sua naturale ineluttabilità.
In tutto il disco (fin dal titolo), l'evocazione di quest'orizzonte misterioso, ma non minaccioso, viene declinata nei suoi vari aspetti, a seconda delle diverse ispirazioni che  di volta in volta risuonano nel grande animo di questo impenitente Gemelli.

Nella traccia successiva, "Su in collina" (da anni già in scaletta nei concerti), la morte torna a essere, come in un Foscolo furioso, matrice di  indignazione, e promessa di rabbiosa giustizia.
Vibra qui, certamente, il Guccini poeta civile, fieramente antifascista, testimone coraggioso dell'eroismo e accusatore indignato della violenza del potere (dalla memorabile "Primavera di Praga", ispirata al suicidio in Piazza Venceslao dello studente  Jan Palach, fino a "Piazza Alimonda", commovente ed equilibrata ricostruzione degli incidenti del G8 di Genova che portarono alla morte di Carlo Giuliani, passando per "Canzone per Silvia", j'accuse alla "nazione di bigotti" per ottenere la liberazione di Silvia Baraldini).
Ma c'è sicuramente anche il talento del grande narratore, non a caso gli avvenimenti del brano sono quasi una narrazione parallela del libro "Tango e gli altri", scritto da Guccini con Loriano Machiavelli.
Visto che ha detto che la sua principale attività d'ora in poi sarà la scrittura, vale la pena cominciare a prendere confidenza con le sue opere precedenti.
Un filo rosso lega al brano precedente "Quel giorno d'aprile", in cui la Resistenza e la Liberazione vengono visti dall'altra parte della medaglia, non nella condizione ungarettiana di foglie su un ramo d'autunno dei combattenti sui monti, ma nella gioia festosa del popolo, a guerra finita ("E l'Italia cantando ormai libera allaga le strade/ sventolando nel cielo bandiere impazzite di luce/ e tua madre prendendoti in braccio piangendo sorride/ mentre attorno qualcuno una storia o una vita ricuce").
Non poteva mancare, in questa grande parata finale dei  leit-motiv gucciniani, la risata provocatoria, lo sberleffo clownesco, la satira graffiante ed amara.
Ecco, quindi, "Il testamento del pagliaccio" (anch'essa già nota ai devoti fan dei concerti), figlia sia di "Nostra signora dell'ipocrisia" e de "Il Matto", ma con ricordi anche de "Gli Amici" e "Addio", forse un omaggio al De Andrè villoniano dei primi anni.
E qui la morte, in un atmosfera da carnasciale medievale con ovvi riferimenti all'attualità ("Vi vuole tutti, amici, al funerale/ con gli abiti migliori come a festa; /sarà civile, ma ci vuole in testa/sei politici servi e un cardinale./ Vaniloqui ed incenso siano attorno/ promesse non risolte, altri rumori,/non risparmiate amici peccatori/qualche laica bestemmia per contorno./Poi ci vorrebbe qualche "mi consenta", / uno stilista mago del sublime,/ un vip con la troietta di regime, /e chi si svende per denari trenta;/un onesto mafioso riciclato,
un duro e puro e cuore di nostalgico,/travestito da quasi democratico/ che si sente padrone dello stato./E per chiusura del mesto corteo/noi tutti fingeremo un'orazione/ricordando quel povero coglione/cantando in gregoriano "marameo"."), diventa supremo punto d'osservazione, un pò come il patibolo diviene palco privilegiato in una famosa scena, forse la più bella, de "Il Marchese del Grillo"



E, quasi, a ribadire la centralità dell'ispirazione notturna, il brano successivo si intitola "Notti".
Con la stessa abilità poetica di brani come "Acque" o "Una canzone", il cantautore è ormai espertissimo nell'elencazione delle varianti descrittive del medesimo tema ("Notti che durano non so quante ore/ cascate impetuose o gocce in un mare/ notti che bruciano su una ferita, notti boccate di vita").

La notte, è da sempre, tempio dell'ispirazione gucciniana.
Come tutti i cantautori (e proverbialmente i poeti, anche se non tutti) Guccini attinge, o meglio quasi vive interamente la sua creatività, in una dimensione interiore, in una atmosfera psicologica ben delineata.
Quella che i sapienti orientali hanno definito, con diversi nomi e sfumature a seconda della dottrina di riferimento: tamo guna, yin, lato sinistro...cioè, il cosmo interiore delle emozioni, dei ricordi, della malinconia, del rimpianto, dei sogni etc...

Guccini è poeta sommo di questo oscuro regno interiore, che tutti quanti, non solo nell'adolescenza, abbiamo visitato.
E da grande conoscitore ha saputo definirlo in versi stentorei, che ricordano la capacità d'introspezione dei grandi scrittori russi di fine ottocento. Ad esempio: "quel male a cui non si dà il nome, un' ossessione circolare fra la volontà ed il non potere". Versi definitivi, tratti da "Canzone per Anna", da sempre uno dei miei brani preferiti, che ho scoperto con meraviglia (come confermatomi dallo stesso Guccini) essere stato scritto assieme a un mio vecchio maestro e amico, Piergiuseppe Caporale, al quale con affetto dedico questo mio scritto.

http://www.youtube.com/watch?v=1oeH3URH4jE

Ma già nel brano precedente dello stesso disco ("Canzone delle domande consuete"), la riflessione sul tema si faceva perentoria e di grande saggezza:
"Rimanere così, annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età; è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità... ".

Brani presi non a caso dal disco "Quello che non...", in cui Guccini,  come un teologo negativo che ha smarrito la fede, elenca tutto quello che non siamo più. Nichilismo? Disillusione post-crollo delle ideologie? Più che altro consapevolezza montaliana dell'impossibilità d'affermare il vero.
 Posizione apparentemente pessimista, ma che ha le sue radici in una sapienza quasi mistica.
Qui è OBBLIGATORIO ascoltare il capolavoro "Shomèr ma mi-llailah?"

  http://www.youtube.com/watch?v=UtnAm2ok6t8

 Del resto Montale è richiamato esplicitamente fin dal titolo ("Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", versi che il suo amico Carmelo Bene diceva essere un plagio da "La Gaia Scienza" nietzcheana), ma è da sempre presenza certa nelle variazioni gucciniani sul concetto di "male di vivere".
Sul brano omonimo, c'è un dato interessante da notare: non solo la musica che accompagna l'elencazione puntigliosa del nostro non-essere è in crescendo, il cantato è pieno e fiero, ma nelle esibizioni dal vivo il Guccio è sempre sembrato energico, quasi allegro nel cantarla.
Al di là della felicità artisticà di aver cosi ben espresso la propria ispirazione, e l'orgoglio di negare ogni dogma assertivo, di qualsiasi ideologia, Guccini ci riporta al paradosso leopardiano (suo riferimento ben più di Montale), evidenziato dal De Sanctis, e già citato in queste pagine:
nel momento in cui ci dice che la vità è un  crudele inganno, ci fa innamorare con entusiasmo della bellezza dell'esistenza.
Cosa che non si può sempre dire degli altri cantautori, esaminati nell'articolo precedente, De Gregori e De Andrè.
E' famoso il giudizio di Umberto Eco su Guccini: "Guccini è forse il più colto dei cantautori in circolazione, la sua è una poesia dotta. […] Guccini è omerico, procede per agglomerazioni, ha una gran sfacciataggine nell'osare una metafora dopo l'altra...la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti: che coraggio, far rimare "amare" con "Schopenhauer"!". E chissà se il dottissimo Eco ha notato la grande finezza di Guccini: quella rima (tratta da "Il Frate") è presente in un disco dedicato a Guido Gozzano, che nel suo capolavoro, "La Signorina Felicita", aveva fatto rimare "Nietzsche" con "camicie"...
Queste raffinatezze se le sognano gli altri cantautori.
Come si sognano la profondità psicologica di "Vedi Cara", la costruzione del racconto parallelo di "Amerigo", l'erudizione sognante di "Asia", l'almanacco quasi francescano, ma di un francescanesimo profano e carnale, delle bellezze della creazione in "Canzone dei dodici mesi" (non si può non citare l'esattezza proverbiale della strofa su settembre:  "Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull' età,/ dopo l' estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità.../ Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,/ come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità..."), etc..

Tornando al disco in oggetto, il penultimo brano è "Gli artisti", in cui l'autore tiene a ribadire la propria identità di "non artista, solo piccolo baccelliere" (da "Addio").
Una grande lezione d'umiltà ed ironia, da un artista plurilaureato ad honorem, celebrato da decenni ("io semplice essere umano,/ costretto a costretti ideali,/ sono solo un umìle artigiano e volo con piccole ali."), prima del gran finale.
Perchè di grande, degno finale si tratta.
Un' avventura finale, il culmine dell'eseperienza ulissiaca d'ogni artista autentico, nella perfetta metafora de "L'Ultima Thule", che non a caso dà il titolo all'intero album.
In questo brano, risentiamo, in una prodigiosa sintesi, tutti i pregi dei grandi capolavori gucciniani: la furia creativa della "Canzone dei dodici mesi"; la sapienza magico-filosofica di "Bisanzio" ("E qui da solo penso al mio passato,/ vado a ritroso e frugo la mia vita, /una saga smarrita ed infinita/di quel che ho fatto, di quello che è stato.");  le meravigliose suggestioni, poetiche e sonore, di "Asia" ("Io che ho doppiato tre volte Capo Horn/ e ho navigato sette volte i sette mari/e ho visto mostri ed animali rari,/l’anfesibena, le sirene, l’unicorno."); la consapevolezza disillusa di "Gulliver"(Guardo le vele pendere afflosciate/ con i cordami a penzolar nel vuoto,/che sbatton lenti contro le murate/con un moto continuo, senza scopo."); l'epica della conoscenza di "Cristoforo Colombo" ("Ma ancora farò vela e partirò/io da solo, e anche se sfinito,/la prua indirizzo verso l’infinito/che prima o poi, lo so, raggiungerò.") e, ovviamente, "Odysseus" (" Le verità non vere in cui credevo/ scoppiavano spargendosi d’intorno,/ ma altre ne avevo e giorno dopo giorno/se morivo più forte rinascevo.").
Anche se il finale è opposto al grande brano dedicato all'eroe omerico ("si perderà in un’ultima canzone/
di me e della mia nave anche il ricordo."), riecheggia in questi versi l'eternità della creazione poetica.

http://www.youtube.com/watch?v=yW2Zm488hok

Chi s'aspettava il disco d'un vecchio stanco, disilluso e malinconico, si ritrova un eterno bambino, curioso e adorabilmente disobbediente.
E' bello che il più grande cantautore italiano concluda il suo testamento enunciando a testa alta i suoi versi, e non con un commovente malinconico silenzio.
 Il disco si conclude con un tuono (al contrario dei versi celebri di un poeta da lui amato e spesso citato, il T.S.Eliot  di "The hollow men": "Questo è il modo in cui finisce il mondo/ Non con uno scoppio ma con un piagnucolio.").


E il rimbombo del tuono (che in India rappresenta l'annuncio della Verità) solenne si spegne nel mistero.

venerdì 30 novembre 2012

L'Ultima Thule (part I)




Nella scorsa settimana si sono succeduti una serie d'anniversari ed eventi che
meriterebbero un'attenta riflessione per l' innegabile impatto culturale delle figure ad essi collegate: l'anniversario della nascita di Baruch Spinoza e di William Blake, della morte di Freddie Mercury, i 70 anni di Jimi Hendrix, il ritorno di Gascoigne all'Olimpico ...
Avevo però già deciso di parlare dell'ultimo disco di Guccini, argomento che apparentemente potrebbe interessare solo i devoti seguaci del Maestrone (tra i quali fieramente m'iscrivo), ma che avrebbe comunque rappresentato un evento, considerando che il suo disco precedente risaliva a otto anni fa, e che stiamo parlando  di una figura veneranda nel nostro panorama musicale. 
Quando poi nella giornata di ieri il Guccio ha dichiarato che questo non è il suo ultimo disco in ordine cronologico, ma è proprio l'ultimo in assoluto, la scelta m'è parsa obbligatoria.
Non è una notizia che ci sconvolge a livello razionale, visto che già dai tempi di "Eskimo" (prima che io nascessi!) , aveva avvertito: "Ed io ti canterò questa canzone/ uguale a tante che già ti cantai/ ignorala come hai ignorato le altre/ che poi saran le ultime oramai".
E poi aveva ribadito, esplicitamente, il desiderio "nell'anno '99 di nostra vita",  in una delle sue 
vette assolute, "Addio"


Nonostante ciò, pur avendoci avvertito con 34 anni d'anticipo, e ribaditolo 13 anni fa, la notizia segna uno spartiacque improvviso nella storia della musica italiana.
Per cui dalla semplice recensione credo che il discorso possa divenire bilancio d'una intera, impareggiabile carriera, espandendo la riflessione all'intero cantautorato italiano, al suo senso, alla sua eredità.
Quindi confronteremo, per sommi i capi, i principali cantautori italiani classici (De Andrè, De Gregori e, appunto, Guccini), in relazione anche alle loro influenze ai loro maestri comuni, da Leonard Cohen ai cantautori francesi, fino, ovviamente, a Bob Dylan.

ATTENZIONE.
 Mi rendo conto di aver menzionato per la prima volta in questo blog Bob Dylan.
E' necessario aprire una parentesi esplicativa.
(Dunque, l'ho aperta: 
non sono per nulla una persona modesta, nel senso etimologico di moderarsi e contenersi. Preferisco essere umile, parola dall'etimo stupendo, che riporta all'humus, alla  Terra che sostiene e feconda; cioè riconoscere la presenza di persone migliori di me, in vari sensi, e abbassare il mio ego dinanzi a loro.
Per cui, posso pacificamente riconoscere che ci sia chi ne sa infinitamente  più di me sui fumetti; egualmente, penso che ci siano molto probabilmente persone più preparate di me sul cinema; posso senza dubbio accettare che ci sia qualcuno più esperto di me di letteratura o di filosofia, certo...
ma su Dylan NO!
In un mondo equo e giusto io sarei il detentore della cattedra di filologia dylaniana ad Harvard.
Ecco.
Volevo dirvelo.)

Mi sembra doveroso iniziare il nostro confronto proprio con Guccini.

Guccini è stato per ormai tre generazioni molto più di un cantautore.
E non parlo degli slogan roboanti di retorica: "la voce di una generazione", "il cantore della protesta"...e tutte le etichette che da 50 anni incombono come una mannaia, da Dylan in poi, su chiunque abbia preso una chitarra e provato a dire qualcosa di sensato.
Parlo di qualcosa di molto più prezioso, intimo, eppure concretissimo e presente 
per chiunque lo abbia ascoltato a fondo.

Guccini è stato la porta verso la ricerca, l'esempio nel pensiero, l'alchimista delle emozioni.
 Il maestro della parola nel momento in cui dichiara l'inesprimibilità del vero, l'umile artigiano che testimonia lo splendore dell'arte, l'amico che ti fa gioire d'ogni momento dell'esistenza mentre ne proclama l'incomprensibile vanità, l'agnostico irriverente in grado d'esplorare le profondità dello spirito.
Un cicerone paterno e divertito che ha ci ha accompagnato nella percezione dei sentimenti ineffabili, un professore logorroico ma amabile che ci ha iniziato ai capolavori della letteratura d'ogni tempo e luogo, l'intuizione che ha schiuso le porte di infiniti collegamenti culturali, una matrice inesauribile di stimoli intellettuali e interiori.
Un punto di riferimento certo proprio nel ricordarci il segno costante dell'incertezza, uno sherpa affidabilissimo nel disseminare il suo, e nostro, percorso di dubbi e interrogativi.
Più di tutto, una guida onesta e sommamente discreta nel difficile cammino di conoscere noi stessi.
E tutto questo senza boria alcuna, al contrario con l'ironia e l'umiltà di chi si sente perennemente a disagio, imbarazzato non dico dallo stare sotto i riflettori, ma dalla stessa presunzione d'affermare alcunché.

Nell'Italia di Rita Pavone e Caterina Caselli (a cui comunque dobbiamo dire grazie per averlo lanciato), lui scriveva canzoni ispirate a Salinger, citava T.S.Eliot e omaggiava Gozzano.

Eppure, se chiediamo al pubblico medio, Guccini, come Dylan,  è considerato ancora il cantautore impegnato, di sinistra, un pò depressone, pesante etc...
Un pregiudizio che resiste quasi 40 anni dopo "L'avvelenata", celeberrima canzone in cui si smarcava con orgoglio e coraggio (usando il turpiloquio quando era ancora proibito) dalle etichette, dai luoghi comuni, dai paraocchi ideologici.
Uno sfogo, come si sa, scatenato da una recensione "leninista" di Riccardo Bertoncelli: "Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa/però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;/io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi:/vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso..."



A risentirla ieri"L'avvelenata", la canzone oltraggiosa, divertente, liberatoria, beh veniva quasi da piangere...riascoltando i versi finali "ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare" nel giorno in cui il Guccio appende definitivamente la chitarra al chiodo perchè, dice, "manca la voglia e l'entusiasmo" di scrivere canzoni.
Una canzone da qui però deriva la percentuale residua di luogo comune  su Guccini: il casinista ubriacone, il poeta attaccato al fiasco, santo patrono delle osterie e dei canti notturni avvinazzati. Non a caso il Guccio negli ultimi concerti metteva in palio 500 euro a chi avesse abbattuto istantaneamente chi ne richiedeva a voce alta l'esecuzione.
Ora, che il vino abbia tanto spazio nell'ispirazione, e nella vita privata, di Guccini è innegabile. Ma apprezzare le sue canzoni perché era un bevitore, sarebbe come apprezzare "I fiori del Male" perché Baudelaire era un puttaniere.

In questo ossessivo e disperato tentativo di scrollarsi di dosso etichette e miti, non possiamo non vedere la prima grande analogia con Dylan.
Se noi chiediamo a chiunque chi sia Bob Dylan, la prima risposta sarà molto probabilmente: "un cantante di protesta".
Si, il cantante di protesta, che cantava con Joan Baez contro il Vietnam.
I più informati parleranno della svolta elettrica, qualcuno addirittura si spingerà all'incidente in motocicletta. Incidente avvenuto nel 1966.
Al di là delle esagerazioni, nella mente d'ognuno (filologi pazzi come me esclusi,ovviamente) c'è il Dylan protestatario, ribelle, dallo sguardo torvo e dalla voce nasale che campeggia indignato sulla copertina di "The times they are a-changin'", il menestrello profeta di "Mr. Tambourine man", o al massimo il Dylan elettrico e mercuriale di "Like a rolling stone" e "Just like a woman", posseduto da un ispirazione nervosa e visionaria, quello per intenderci
interpretato da Cate Blanchett in "I'm not there" (un vero prodigio come una delle donne più affascinanti del pianeta sia stata in grado di incarnare credibilmente un nano rachitico!).



E' interessante notare che se Guccini scrive "L'avvelenata" nel 1976, Dylan qualche anno prima scrisse "My back pages", uno dei suoi capolavori assoluti, in cui prendeva le distanze dal falso mito di sè stesso nel ritornello immortale:"Ah, but I was so much older then / I'm younger than that now".
Era il 1964. 48, quasi 49, anni fa.

Ora è vero che nel caso di Dylan (ed è valido anche per Guccini), il potere di questi luoghi comuni immarcescibili deriva anche dalla dirompente forza e bellezza dei suoi esordi.
Dylan (come il Welles di "Citizen Kane") è stato condannato dalla benedizione di aver raggiunto l'eccellenza assoluta subito.
Avendo goduto di una connessione Fastweb con l'Inconscio Collettivo per i primi anni della sua carriera (in pochi mesi tra il '63 e il '64 ha sfornato un numero di capolavori tali da riempire 7 carriere gloriose), egli ha passato gli ultimi 45 anni della sua carriera a sfuggire la condanna di divenire il poeta alessandrino di sè stesso.
Un'intera carriera passata a sputare sul proprio mito, a resistere alle sirene che lo volevano imbrigliare nelle definizioni di icona generazionale.
Definizioni da lui divertitamente elencate nello stupendo primo capitolo del suo vero ultimo capolavoro, la sua autobiografia "Chronicles":  "Leggenda, Icona, Enigma (Buddha vestito alla Europea era il mio favorito), Profeta, Messia, Redentore".
Un grido collettivo magnificamente espresso da Bowie in "Song for Bob Dylan",  (tratta da "Hunky Dory",il disco di "Changes" e "Life on Mars?" per intenderci): "Give us back our unity/Give us back our family/ You're every nation's refugee/ Don't leave us with their sanity".




Un gemma di Bowie incastonata fra gli omaggi mimetici ai suoi altri due grandi ispiratori, Andy Warhol (nell'omonima canzone, a quanto pare odiata dal destinatario), e Lou Reed (in "Queen Bitch", probabilmente la canzone più cool della storia, in cui l'ammirazione da fan si trasforma in rivalità fra checche imperiali ).



E' interessante notare come solo dopo aver pacificato i fantasmi dei suoi idoli con aperti tributi, Bowie saprà liberarsi dalla loro ombra ingombrante, e manifestarsi finalmente  nel doppio leggendario di Ziggy Stardust.

Dylan per sfuggire a questa prigione concettuale farà veramente di tutto:  inscenare la famosa svolta elettrica di Newport, tempio del folk di cui era l'eroe e il dio, del'65 (gesto più punk della storia, perchè sputo rivolto non alla autorità di altri, ma alla propria); pubblicare appositamente un disco bruttissimo per allontanare i fan da sè, l'infausto"Self-portrait" (celebre il commento di Greil Marcus: "What is this shit?"); concedere l'autorizzazione a una banca per usare in uno spot l'inno profetico "The times they are a-changin'" (beffa suprema, cantato da Richie Havens, il cantante simbolo di Woodstock che su quel palco improvvisò "Freedom"); apparire in una reclame di Victoria's secret; guidare trasmissioni radiofoniche su tutta la musica antecedente agli anni'60, cioè al proprio avvento artistico, cancellando di fatto la sua rivoluzione etc...
Sul gesto più clamoroso (molti di voi avranno già capito) vale la pena sottolineare una coincidenza illuminante: tutti conosciamo "Fear and Loathing in Las Vegas" il romanzo di H.T.Thompson (da cui è tratto l'omonimo film-culto con Johnny Depp e Benicio del Toro) .
Libro, tra l'altro, dedicato proprio a Dylan, per aver scritto "Mr.Tambourine Man".

A un certo punto, per commentate sarcasticamente la devozione dei Beatles per quello che si sarebbe rivelato un falso guru, Thompson chiosa con una battuta:
"Era come se Dylan fosse andato in Vaticano a baciare l'anello del Papa."
Come dire, la cosa più assurda del mondo.
Sappiamo tutti che ciò è successo, nel '97 (io c'ero, per Dylan ovviamente, fui visto da molti in televisione mentre facevo gestacci tra le mandrie inneggianti di Papa Boys).
Molti potranno commentare la cosa come il compimento spettacolare di un tradimento, la consacrazione che Dylan si è "venduto".
Per me, invece, si è trattato della massima manifestazione della natura, come già detto, mercuriale di Dylan
L'intuizione del film "I'm not there" (per quanto progetto dichiaratamente incompiuto e non riuscito) di rappresentare il cantautore americano con sei personaggi differenti, in quanto personalità troppo molteplice e sfuggente per essere inscatolata in una figura unica, è brillantemente corretta.
Dylan è il Bagatto dei Tarocchi. 
Ed è un emblematico, incorreggibile Gemelli.
Proprio come Guccini.

FINE DELLA PRIMA PARTE.