Come già sanno i miei contatti sui social network, a cui da giorni infliggo incessanti promemoria, Martedi 20 Ottobre alle ore 18.30 alla Libreria Notebook dell'Auditorium (viale Pietro De Coubertin, 30), presenterò il libro KEEP CALM e GUARDA UN FILM di Sebastiano Barcaroli e Federica Lippi.
Si tratta di un libro importante per il cinema in Italia.
Talmente importante che, sapendo della nostra presentazione, è stata organizzata in fretta e furia la Festa del Cinema accanto.
Certo, i maliziosi potranno pensare che è una mossa furba, ai limiti della correttezza, che tale evento approfitti del flusso di persone che noi richiameremo, giocando magari sulla confusione, pensando che in qualche modo il loro evento possa essere collegato alla nostra presentazione.
Ma siamo innocenti cultori della conoscenza, ci fa piacere che grazie a noi Wes Anderson verrà a Roma, e con l'occasione interverrà anche all'altra manifestazione.
La cultura è innanzitutto condivisione.
Il libro è gradevole, ben scritto, appassionato, ironico e, soprattutto, vivaddio, antitetico alla critica saccente e parruccona, che compie errori madornali su Tolkien, stronca un capolavoro come Mad Max- Fury Roado non capisce Zerocalcare.
(Chi può cogliere, ha già colto).
È una lettura agile, fresca, complice, che nel contempo però può farci scoprire (con la manìa enciclopedica da nerd antichi degli autori) moltissime curiosità, risvolti illuminanti, collegamenti impensabili e piani nascosti riguardo film che magari adoriamo devotamente e crediamo di conoscere approfonditamente.
Ci sarà tempo per più minuziose analisi.
Per ora: venite, comprate il libro, leggetelo, riacquistatelo e regalatelo.
E poi, magari, date un'occhiata alla piccola festicciuola che hanno improvvisato fuori la libreria.
Tutto sommato, è una gradevole appendice da integrare all'evento centrale.
Ho da tempo stretto un patto con i miei lettori.
Un patto non scritto, e in quanto tale inviolabile.
È presto rivelato: dall'apertura di questo blog ho promesso a me stesso che non avrei usato queste colonne per promuovere le attività di volontariato connesse alla meditazione, che mi vedono coinvolto con priorità quotidiana da anni.
Ne avrei parlato solo in circostanze eccezionali, quando gli eventi fossero stati oggettivamente di rilievo, o avessero segnato una tappa importante del mio percorso intellettuale.
Per questo, finora, ho incrinato il riserbo solo per raccontarvi due esperienze straordinarie: la meditazione a Scampia (QUI) e il progetto InnerPeace (QUI), che finora ha coinvolto oltre 200.000 ragazzi in tutto il mondo.
Credo che ciò di cui sto per parlarvi meriti di salire sul podio degli eventi degni di nota.
Il prossimo Sabato 10 Ottobre, alle ore 11, si terrà una manifestazione allo Stadio Olimpico (settore Monte Mario), intitolata MediTiAmo Roma.
Una manifestazione alla quale ho l'onore di lavorare, assieme a un gruppo di amici, notte e giorno da alcuni mesi.
Gratuitamente, come sempre.
Raccogliendo i dati per creare la comunicazione del progetto, ho riannodato i fili della nostra storia: ho riscoperto, quasi sorprendendomi, l'imponenza di ciò che con pochi amici in tutto il mondo abbiamo realizzato in questi anni, mossi solo dal desiderio di condividere un'esperienza importante, senza sponsor né compensi.
Abbiamo portato la meditazione nelle carceri, nelle scuole, nei campi profughi, nelle sedi Inail, nella Rai, a Scampia come in Giordania, a Sydney come a Berlino.
Ed ora, allo Stadio Olimpico.
Sarebbe facile enfatizzare il prestigio del luogo, e le suggestioni trionfali che esso evoca ("Roma diventa Capitale dello Yoga!"), ma la mia testimonianza vuole essere molto semplice e sincera.
Sarà una grande festa dell'integrazione culturale.
Sarà un evento in cui non solo si dimostrerà, a parole, come il messaggio di William Blake possa sposare quello di AdiShankaracharya, come Confucio e Socrate siano due volti della stessa medaglia universale, come l'eresia di Giordano Bruno sia in perfetta sintonia con la rivelazione di Kabir.
Sarà, soprattutto, l'occasione di esperire concretamente il silenzio supremo, la beatitudine sottile della meditazione.
Un silenzio in cui affiorano sinfonie interiori (forse, la celebre "musica delle sfere" platonica), una letizia che definire entro i limiti illusori del linguaggio sarebbe un vile insulto.
All'evento parteciperanno artisti da tutto il mondo, di tutti i generi musicali, dal soul al Qawwali, alcuni provenienti dai talent show francesi, altri dalle accademie di canto indiane.
L'evento ha il patrocinio del Coni e del Comune di Roma.
Ciò, ovviamente, ci fa molto piacere, ma il patrocinio di cui siamo in cerca è più importante: è il vostro.
Vi invitiamo a partecipare a questo evento e, a vostra volta, a invitare chiunque voi desideriate.
Si fa un gran parlare di quale gran cloaca sia diventata la Città più bella del Mondo.
Per una volta che Roma viene celebrata come crocevia di energie positive, come megafono del volontariato e ripetitore di pensieri nobili, non potete mancare.
Qui trovate tutte le informazioni possibili.
Vi aspettiamo!
Cari lettori, considerando che presto, ancor più del solito, vi infliggerò letture su temi di alta metafisica o oscuro esoterismo (su varie, prestigiose, nuove testate) ho deciso di segnalarvi un libro apparentemente leggero, ma dalle certe qualità in una prospettiva di diffusione dell'amore per la cultura tra i cosiddetti "giovanissimi".
Buona lettura
PREMESSA
So che è un'espressione forte, che evoca un sentimento estremo anche se talvolta nobile, ma fatico a cogliere degni sinonimi: generalmente io ODIO le versioni moderne dei classici.
Nel senso che mi gonfio tutto, mi va il fegato in suppurazione, divento violaceo, mi contorco per terra digrignando i denti, schiumando mentre urlo in aramaico maledizioni dal potere immutabile.
Eppure...
Eppure...
Si sa, le eccezioni si conferman regole (era tanto che non citavo C.B.).
TESI
L'operazione svolta da Mariella Martucci e Carolina Capria (le autrici nascoste dietro l'elegante pseudonimo di Cécile Deleau) è rischiosa: narrare le vicende di uno dei romanzi più celebri (e celebrati) di tutti i tempi , I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas, ambientandolo, come si suol dire, ai giorni nostri.
Ecco, dunque, la divisa in felpa e jeans, l'ipod che spara hip pop nelle orecchie, i nostri eroi che nel tempo libero giocano alla playstation...
Come faccio ancora a scrivere vi starete chiedendo, come mai non sono già preda di una crisi epilettica congiunta a una possessione da parte di Gozer il Gozeriano?
È presto detto.
Perché il libro è scritto benissimo.
Perché ti prende dalla prima riga.
Perché, forse, era l'unica formula accettabile per riproporre la storia raccontata in più di venti versioni cinematografiche e televisive, nonché in altre a fumetti, a cartoni animati e in forma di musical.
E la formula è: cambiare tutto, lasciando inalterato lo spirito essenziale.
Il libro trabocca passione e divertimento: la scelta di adottare un linguaggio da videogioco o allestire le scene da combattimento come in un film d'azione può urtare solo i puristi della domenica.
Il libro originale nasce come romanzo d'appendice, mica è un testo sacro zoroastriano.
Il testo dumasiano stesso si presta, per la sua natura avventurosa, a una rocambolesca mescolanza di forme e stili.
Certo, le nostre Deleau intervengono con determinazione sul vasto materiale ottocentesco, tagliando, sintetizzando, capovolgendo destini dei personaggi e obliterando figure narrativamente centrali, incentrando tutto su una resa moderna del celeberrimo nocciolo narrativo, interamente rivolta a destare la massima empatia nei confronti della voce narrante, lo sfortunato e ardito D'Artagnan.
Ecco dunque che Constance da guardarobiera (custode dei segreti della Regina) è promossa principessa; ecco che importanti sottotrame (ad esempio, la liaison strategica tra il protagonista e Milady de Winter, prototipo degli amori ingannevoli tra spie alla 007) vengono elise; ecco che il fine e sensibile Aramis diviene direttamente una ragazza, la voce materna e responsabile del gruppo; mancano le peripezie londinesi, tutto è svolto nella Parigi postomoderna divisa tra i combattimenti clandestini nelle banlieue e lo splendore cristallizzato del centro storico...e potremmo continuare.
Ciò che conta è però quanto il libro sia cucito sulle esigenze di giovani lettori, dunque è ragionevole la scelta di potare le ramificazioni, a volte stucchevoli, dei romanzi a puntate ottocenteschi.
La lettura è intrisa di adrenalina, fomento, senso del riscatto, valore, dialettica tra orgoglio e lealtà, tutto narrato da una voce narrante che più che a uno stream of consciousness fa pensare ai pensieri di un personaggio dietro la soggettiva di uno sparatutto.
Nonostante questi limiti, impostisi consapevolmente dalle scrittrici, non mancano momenti di approfondimento psicologico.
Molto riuscita per noi è ad esempio la restituzione del Cardinale Richelieu, l'archetipo proto-andreottiano del Genio del Male machiavellico.
Non è facile dare nuova vita a un personaggio interpretato nel corso del Novecento da vere e proprie icone cinematografiche (da Vincent Price a Peppino De Filippo, da Gino Cervi a Charlton Heston, da Tim Curry a...Sergio Vastano!).
L' happy end, inevitabilmente più fiabesco dell'originale, appare la felice conclusione di un percorso fanciullesco nella scoperta dell'onore e dell'avventura.
CONCLUSIONE
Bando agli snobismi isterici.
Il libro è gradevole e istruttivo, ben più di altre prezzolate pubblicazioni Mondadori (e non solo).
Se avete figli, nipoti, figli di amici e colleghi o alunni che si arrampicano sul ciglio scosceso tra fine infanzia e prima adolescenza, non esitate, regalateglielo.
Li preparerà non solo a un approccio meno imbalsamato ai classici ma, magari, potrà far scaturire in loro la scintilla benedetta dell'amore per la lettura.
Unico salvagente sicuro in questi tempestosi mala tempora.
Cari lettrici e cari lettori,
pur avendo vissuto uno dei mesi meno riposanti della Storia dell'Umanità (come sempre, amiamo essere anticonvenzionali), non abbiamo mancato di pubblicare qualche articolo, su varie testate.
Certamente, si tratta di una messe scarna rispetto ad altri mesi.
Possiamo solo dirvi che abbiamo seminato diligentemente per offrirvi molto presto dei frutti prelibati
Questo mese abbiamo collaborato con Chicken BroccoliQUI, raccontando una nostra buffa esperienza da blogger in missione.
Sul blog invece abbiamo:
- raccolto la messe del mese precedente QUI (da Vanna Vinci a Anandita Basu)
- abbiamo esplorato i rapporti tra Qabbalah e Psicanalisi junghiana QUI (grazie ad Ivan Alibrandi).
Dopo questo articolo abbiamo ricevuto una telefonata da Moshe Idel, la più grande autorità mondiale sull'argomento.
A presto con nuovi articoli su Fumettologica, La Repubblica-XL e ovviamente questo blog.
Buona Lettura!
Conosco Ivan Alibrandi da anni. È un ricercatore incontentabile, insofferente a qualsiasi forma di irrigidimento formale o dogmatico, allergico a discipline identitarie, eppure costantemente alla ricerca di una sintesi feconda delle varie Tradizioni, che possano essere percorsi paralleli del ritorno all'Uno. Questo suo saggio dedicato alla Tradizione cabalistica, ed alle sue implicazioni affini alla psicanalisi junghiana, è un riuscito, esemplare tentativo di sintesi transculturale.
Più arduo dei cimenti è trasporre in un linguaggio secolare antiche verità esoteriche, sedimentate nei secoli in codici fissi, eppure sfuggenti, nel sussurro iniziatico, talvolta ingannevole, nel rigore immutabile di ortodossie inattuali.
Il rischio è immane quanto altamente probabile: ripetere vetuste formule invalse, inciampare nel fango essiccato degli stereotipi convenzionali, narcotizzare la ricerca nell'agio dell'uso comune.
Rischio più che mai eventuale trattando della Kabbalah: da un lato la più misteriosa e mutevole delle discipline esoteriche; dall'altro la più sottoposta a sciocche riduzioni o corruzioni mondane (vedasi la moda hollywoodiana capeggiata da Madonna). Alibrandi elude le molteplici trappole voraci disseminate sul terreno della divulgazione cabalistica, avanzando sul filo teso dell'approfondimento rigoroso, ma non sclerotizzato su preconcetti manualistici.
In primo luogo, l'autore ha assorbito la lezione dell'enorme sforzo di sintesi (tra ortodossia e misticismo) del grande Gershom Scholem, superandone però i necessari limiti d'impostazione (ogni processo sintetico comporta al suo interno innumerevoli minime forzature).
Si è addentrato nel labirinto di saggezza chassidica, insieme misterica e popolare, raccolto preziosamente da Martin Buber.
Ha poi, senz'altro, compulsato il più recente magistero di Moshe Idel, probabilmente il più grande interprete contemporaneo nell'ambito della riflessione essoterica sull'argomento.
Ma non solo di Kabbalah si tratta: la grande sfida (per noi vinta) è mostrare, senza forzature banalizzanti, i profondi legami dell'antica dottrina ebraica con l'essenza profonda della psicanalisi junghiana.
In ogni capitolo (il libro sconta la sua originalità d'approccio nel ritmo didascalico degli argomenti), alla presentazione della tematica centrale cabalistica segue una prospettiva psicologica, che cala l'apparentemente astratta configurazione simbolica di derivazione chassidica nel concreto, vivente scenario mentale d'ognuno, nello scorrere e pulsare ininterrotto della nostra psiche.
Ora, chiunque abbia occhi liberi da paramenti dogmatici, e un minimo di scienza filosofica orientale, non può che cogliere subitaneamente la coincidenza quasi sovrapponibile, ad esempio, del cabalistico Albero della Vita con lo schema del corpo sottile della tradizione yogica.
Questo è solo uno degli ambiti di ricerca sincretica intuiti ed esplorati dalla grande mente archetipica junghiana.
Aggiungi didascalia
Il libro ha il merito di una trattazione approfondita che supporta con evidenze documentali (spesso elaborate dall'autore sotto forma di schema grafico) argomentazioni di grande interesse culturale.
Non vogliamo privarvi del piacere della scoperta.
Certo, per un lettore oseremmo dire profano, digiuno di studi cabalistici, o esperienze iniziatiche, la lettura è consigliata previo acquisto di alcune scatole di Moment da porre sul comodino accanto al volume, da ingerire capitolo per capitolo.
Per chiunque, invece, nutra già un interesse consistente per tali tematiche, ma non possieda conoscenze solide, il volume è un vademecum agile ed essenziale.
Particolarmente riuscite sono le pagine sul concetto di Ombra junghiana, e sulla sua urgente necessità nella consapevolezza moderna: "L'accettazione amorevole, e la limitazione non oppressiva, che lascia all'Ombra uno spazio per esistere e vivere, seppur entro certi limiti, è quindi una maniera salutare di reintegrarla nella nostra vita. Un buon esempio che mi fu dato una volta è quello di avere a che fare con un animale feroce. Se lo si lascia libero di muoversi come lui vuole, sbrana le persone provocando gravissimi danni. Se lo si mette in una gabbia stretta e rigida soffre e con lui, presto o tardi, soffriamo anche noi, perché è sempre una parte della nostra anima (...) Se gli riconosciamo, invece, il diritto di esistere ed esprimersi, allora lo spazio che gli daremo sarà quello di un ampia area recintata in cui può giocare a sbranare, correre, provocare piccoli danni innocui. Allora sarà felice e le sue energie selvatiche e la sua felicità, essendo parte di noi, ci arricchiranno moltissimo interiormente".
C.G.Jung
Al termine della trattazione (la quale nonostante lo spazio esiguo di un testo divulgativo mantiene una viva complessità tematica), Alibrandi si divincola dai limiti dottrinali di entrambi gli approcci, per giungere a conclusioni universali.
Non è da tutti concludere un testo sulla Kabbalah con una citazione dal Cristo dei Vangeli Gnostici.
Non è un caso che il libro sia inserito nella collana La via di Hermes della casa editrice Libri per Evolvere: Hermes non è solo patrono della ricerca ermetica, ma archetipicamente protettore delle intelligenze veloci e fuori dagli schemi.
Hermes/Mercurio del Giambologna
Intelligenze in grado di vedere le tracce scintillanti dell'Uno nella melma dell'apparenza crudele, come nell'ultima pagina del libro: "Espandendo la propria coscienza, l'essere umano va incontro ad una serie di funzionamenti che travalicano i confini, prima dell'Io, poi del corpo e infine della percezione che ha del Sé e della realtà circostante, in un continuo crescendo di cedimenti di limiti, fino a giungere, in un momento improvviso, e non da lui (coscienza personale e razionale) controllabile, ad uno stato privo di ogni barriera e confine, un livello di coscienza in cui non esiste più, per lasciare il posto ad ogni cosa: presente, futuro, passato, sé, altri, fusi in un continuum privo di barriere, in un amalgama indifferenziata in cui tutto e nulla sono presenti come sola cosa".
Pur nei limiti di un'opera teorica (per noi è l'esperienza fondamentale in questi ambiti), si tratta di un libro di grande interesse, in grado di aprire la mente dei ricercatori più desti.
P,S.
Per chi volesse esplorare le nostre ricerche meditative proponiamo alcuni approfondimenti: QUI QUI QUI
P.P.S.
Ecco il link richiesto da molti per acquistare il libro QUI
Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone,
riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione... Francesco Guccini, Canzone dei dodici mesi
Cari pazienti lettori,
ecco il raccolto del mese più caldo degli ultimi 250 anni.
- Il mio contributo al catalogo Dylan Dog BlackstageQUI
Per quanto possibile, tenteremo prossimamente di rendere questo luogo virtuale non sono un'agenda delle varie attività svolte, ma in primo luogo un'occasione di approfondimento ricerca, critica e scoperta culturale, affrontando temi sempre più marcatamente filosofici o letterari.
Buona lettura!
Quando da ragazzino, pressoché dodicenne, lessi i primi versi di CharlesBaudelaire su Dylan Dog (prima illuminazione della mia vita), non avrei mai pensato che un giorno avrei potuto raccontare quell'esperienza su un catalogo dedicato alla testata.
Grazie dunque al curatore Marco Nucci per avermi invitato a collaborare, soprattutto per avermi lasciato completa libertà nella mia testimonianza (il mio rapporto con DD è di amore/odio).
Ecco di seguito, quindi, il mio contributo al catalogo 2015 Dylan Dog Blackstage, prodotto dall'Associazione Culturale Officina>15.
Buona lettura
P.S. Tale era l'emozione che mella stampa è rimasto un refuso (il numero menzionato, La Clessidra di Pietra, è il 58 e non il 63, come corretto nel testo in calce).
P.P.S. Il catalogo (impreziosito da interventi di Bacilieri, Ambrosini, Nanni Cobretti, Nicola Mari,Paola Barbato, Bilotta, Grassani, Montanari, oltre ovviamente ai curatori della testata, e molti altri che potete leggere nella foto) si può ordinareQUI.
P.P.P.S.
La citazione evocata dal titolo è ovviamente di Bob Dylan, tratta da una considerazione su Joan Baez nel documentario di Martin Scorsese NO DIRECTION HOME.
DI SAGGI E INNAMORATI
Dylan Dog per me è stato il primo amore, col quale in seguito ho litigato furiosamente, ma che ora posso incontrare come un vecchio amico che mi conosce bene. Dunque, questo non è un canto celebrativo, ma una confessione sincera, dacché la sincerità è il tributo più alto che si possa tributare all'amicizia che ci lega con i compagni di una vita.
A 11 lessi i miei primi versi di Charles Baudelaire.
La strofa centrale di Elevatìon:"Fuggi lontano da questi morbosi miasmi,/ vola a purificarti nell'aria superiore,
e bevi, come un puro e celestiale liquore, / il chiaro fuoco che colma i limpidi spazi."
Quell'invito semplice e sublime agì sulla mia svanente innocenza come il più potente dei mantra.
Decisi di dedicare la mia vita alla ricerca spirituale, di sputare sulle convenzioni sociali, di sprezzare fatiche e ambizioni sociali, per votarmi unicamente a quell'unico supremo obiettivo.
Tutto era vano e inutile, a meno che mi avesse condotto a realizzare la promessa di quei versi.
La mia vita aveva un senso, quello di dissetarmi di Bellezza e nutrirmi di Verità.
Lessi quei versi su un albo di Dylan Dog, il numero 58, La clessidra di pietra (Chiaverotti/Roi).
Ho recentemente avuto occasione di ringraziare in privato lo sceneggiatore Claudio Chiaverotti per aver inserito quella citazione lo faccio ora pubblicamente.
Per una mente inquieta, che dal selvaggio stupore dell'infanzia approdava al confuso fermento dell'adolescenza, Dylan Dog fu una delle porte regali, direbbe Florenskij, della ricerca interiore.
Sfogliando le pagine fragranti di nera meditazione dei primi albi, la mia immaginazione fu accompagnata a smarrirsi nei disperanti labirinti kafkiani, nelle cattedrali borgesiane delle infinite possibilità, nell'occulta illuminazione dei versi di Blake.
Attendevo ogni nuova storia come un iniziato attende sulla soglia della loggia il comandamento rituale da eseguire. Arrivai al punto di vestirmi come Dylan, cercando nei mercatini dell'usato giacche nere e camicie rosse più possibilmente fedeli al vestiario del personaggio.
La passione era tale da trasfigurarsi nella più ingenua delle identificazioni.
Ma cominciando a frequentare le alti voci della letteratura, le mie inclinazioni si elevarono, i gusti si raffinarono, il palato intellettuale s'abituò al nettare.
Quello che segue non è un giudizio critico, è la testimonianza di un'esperienza emotiva, e come confessa il sommo cantore americano che dà il nome al Nostro: "non si può essere saggi e innamorati allo stesso tempo".
Come eccessiva era stata l'esaltazione, così bruciante fu il distacco.
Del resto, per un ragazzino è difficile avere l'equilibrio di un pensatore stoico: tutto è emozione, intuizione, scoperta tremante, amore o avversione, passione fanatica o disprezzo superficiale.
Con tutto il rispetto per le grandi firme della testata, alcune delle quali consegnate alla storia del fumetto italiano d'autore, cominciai a notare uno schema reiterato, una melodia già conosciuta.
C'era una ricetta per preparare con mestiere quello che fino a poco prima consideravo un nutrimento magico.
Mi sentii tradito, abbandonato, ferito.
Per anni, con l'irremovibile diniego dell'innamorato disilluso, non volli più frequentare Craven Road.
Dylan Dog visto da LRNZE ora?
Per quanto abbia sia sempre ritenuto la dialettica hegeliana un artificio mentale lontano dalla realtà vivente del divenire, la sintesi sembra possibile: ora i tempi sembrano maturi per riconciliarmi con il vecchio Dylan.
La nuova direzione, cioé quella di conciliare il ritorno all'essenza originale con l'innesto di autori provenienti dall'underground, mira a restituire a Dylan Dog il suo dono peculiare: immergere il lettore nel perturbante.
Una sfida difficile, ambiziosa, ma certo degna d'essere sostenuta. Quando vedo la copertina di LRNZ per il Dylan Dog Color Fest, oppure alcune tavole di Giorgio Santucci per una prossima storia di Mauro Uzzeo apparse sui social, sento in me il brivido che mi attraversava da undicenne e mi spingeva a piantonare l'edicola più vicina prima dell'orario d'apertura.
Una tavola della prossima storia disegnata da Giorgio Santucci su testi di Mauro Uzzeo
Le collaborazioni annunciate con autori come Ratigher e Akab (tra i più grandi interpreti attuali dell'orrore reale) credo possano destare l'interesse anche del più scettico dei detrattori.
Dunque, senza incensamenti preventivi né trionfalismi pubblicitari, saluto con piacere il nuovo/vecchio Dylan Dog.
Perché è inutile trincerarsi verso il facile cinismo (atteggiamento uguale e contrario al buonismo, egualmente stucchevole): non c'è nulla di più bello che ritrovare un amico.