Per Camilla Crisante
Irvin Yalom è un professore di psichiatria alla Stanford University, che da anni riversa la sua decennale esperienza sul campo associandola allo studio dei grandi filosofi.
Ha finora scritto una ideale trilogia di romanzi, ciascuno dei quali incentrati sulla figura dei pensatori più congeniali alla sua ricerca: Schopenhauer, Nietzsche, Spinoza.
Per una sorprendente coincidenza, si tratta forse dei nostri prediletti (aggiungeremmo Kierkegaard e poi, fuori d'ogni etichetta, Camus e Simone Weil).
Abbiamo, dunque iniziato (grazie all'adorabile mecenate a cui è dedicata questa nota) il primo dei tre: La cura Schopenhauer.
L'assunto narrativo è presto dichiarato: un luminare della psichiatria scopre improvvisamente di avere sei mesi di vita. Lui, punto di riferimento costante dei suoi pazienti, cade in una profonda crisi esistenziale.
Decide, dunque, come forma di estrema introspezione, di ricontattare l'unico caso che non era riuscito a risolvere: un cinico apatico, schiavo di una ossessiva compulsione sessuale.
Lo riscopre collega, guarito non dalla psichiatria, ma dalla lettura del più pessimista e distaccato dei filosofi moderni: appunto, Arthur Schopenhauer.
Non rivelo altro per non rovinare la lettura, ma la narrazione continua alternando la descrizione dell'impatto della notizia sul gruppo di terapia, e della sua conseguente traumatica evoluzione, col racconto cronologico della vita del filosofo.
Il libro è un omaggio degno e profondo alla statura elevatissima del pensiero schopenhaueriano.
Friedrich Nietzsche* (il più geniale fra i suoi allievi e, in seguito, il più veemente dei suoi contestatori) fu il primo a rimarcare l'importanza pedagogica della figura di Schopenhauer come educatore, non a caso terza delle sue cruciali Considerazioni Inattuali.
Considerato da Tolstoj "il più geniale di tutti gli uomini", Schopenhauer è in primo luogo maestro di stile (anche in questo caso eguagliato e superato solo dal menzionato discepolo/ demolitore Nietzsche).
Come scrive Thomas Mann nel saggio del 1938 dedicato al filosofo (omaggiato senza menzionarlo nel romanzo giovanile I Buddenbrook), egli possedeva un "linguaggio vigoroso, elegante, preciso, passionale e arguto, di una purezza classica e di una grandiosa e serena severità stilistica, quali mai si erano viste fino ad allora nella filosofia tedesca".
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| uno dei più celebri ritratti di Friedrich Nietzsche |
Tornando a Yalom, innanzitutto, è apprezzabile che nel libro si ribadisca come molte delle tesi freudiane siano già presenti nelle riflessioni del pensatore di Danzica, soprattutto in quel nerissimo gioiello, capolavoro a sé stante, che è la Metafisica dell'Amor Sessuale: uno squisito distillato di pessimismo antiumanista, che illustra con mirabile distacco l'intuizione leopardiana dell'amore come "inganno estremo".
Il libro rappresenta anche l'occasione per approfondire la conoscenza biografica della burrascosa vita del pensatore, lacerata tra l'impetuosa ricerca filosofica, permanenti ristrettezze pratiche e l'indifferenza dei contemporanei, ripagati abbondantemente con la scottante moneta del disprezzo.
Solo tardivamente, negli ultimi anni di vita, a Schopenhauer verranno tributati i giusti onori.
Celebri sono le sue sfuriate da libero docente all'Università di Berlino di fronte all'aula semivuota, mentre in quella accanto gli studenti si accalcavano in fila per ascoltare come un profeta l'odiato Hegel**. Yalom non risparmia nulla alla grande mente, si inchina alla sua lucidità e alla sua coerenza intellettuale ma non nasconde certo i suoi intollerabili difetti caratteriali: un cinismo sistematico, un egoismo fiero e sprezzante, non a caso proprio di colui che eresse e incarnò un monumento filosofico alla Misantropia.
Sgradevole ed esaltante insieme è il sarcasmo incendiario con cui il saggio pessimista deride e condanna gli esseri umani, o meglio i "bipedi" com'egli gli appella, alla vana insignificanza delle loro vite.
Altri, comunque, sono i pregi del libro, al di là della mera, preziosa opera di diffusione del pensiero schopenhaueriano.
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| Irvin D.Yalom |
Non sbrigativa e abbastanza affidabile è l'esplorazione delle pratiche meditative, in questo caso la vipassana, tra le più diffuse negli Stati Uniti e non solo (chi scrive non vi aderisce, ma è altro discorso).
Del resto, Schopenhauer è il pensatore occidentale che più ha attinto dichiaratamente all'oceano di saggezza della conoscenza orientale, come rivelano toni, concetti e visione di un passo del genere: "L’uomo che, dopo tanti angosciosi conflitti con sé stesso, riesce infine a ottenere una così piena vittoria, non è più altro, ormai, che un soggetto puro di conoscenza, un limpido specchio del mondo. Nulla può più angustiarlo e commuoverlo, perché egli ha spezzato i mille fili del volere che ci tengono legati alla terra: il desiderio, il timore, l’invidia, la collera, e simili passioni, che ci sconvolgono e ci dilaniano. Con volto placido e sorridente, contempla le immagini illusorie di questo mondo...".
I personaggi del romanzo, all'inizio eccessivamente stilizzati, col tempo assumono una complessità verosimile e rendono dialetticamente viva l'attualità del pensiero del filosofo.
La trama si svolge avvolgente, ritmata da colpi di scena (alcuni prevedibili, altri meno), mantenendo alta l'attenzione della ricerca filosofica.
Di grande interesse la riflessione sull'incombenza della morte, tema di un testo cruciale di James Hillman del quale presto tratteremo.
Un libro valido, degno di una lettura attenta, che può rappresentare un confortevole viatico per addentrarsi nel pensiero di una delle più grandi menti filosofiche dell'Occidente moderno.
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| un celebre e tardo ritratto di Schopenhauer |
* ne abbiamo parlato QUI e QUI
** ne abbiamo parlato QUI
















































