lunedì 22 settembre 2014

The Sounds of The Smiths - Conversazione con Mike Joyce





La formazione storica dei The Smiths: (da sinistra) Andy Rourke, Morrissey, Mike Joyce e Johnny Marr

È una serata d'improvvisa umidità tropicale nel settembre romano.
Testaccio è immersa in un silenzio irreale, la quiete dell'ora di cena prima della tempesta del sabato sera.
Non c'è luogo migliore per parlare dei The Smiths, tutto appare un set per un film scritto da Morrissey: il luogo dell'incontro, il Big Bang, è ubicato con salomonica equidistanza tra il cimitero acattolico, dove riposano i poeti prediletti del cantautore, che ispirò la prima raccolta poetica in italiano di Pasolini e, per l'appunto, il luogo del finale di Accattone.
Praticamente, camminiamo nei primi due versi della canzone che il Moz ha dedicato a Roma.
In occasione della serata The Smiths Celebration Night, incontreremo Mike Joyce, l'ex-batterista della leggendaria band.
Ora, tutto il mondo conosce il motivo e la modalità della lite fra i due protagonisti delle prime righe di questa nota (per i pochi ignari ecco QUI).
Menzioneremo solo, per la sua tipica brillantezza velenosa, la battuta di Morrissey che fa da epitaffio a qualsiasi speranza di reunion futura: "preferirei mangiare i miei testicoli, e questo detto da un vegetariano".


È francamente dilettevole camminare per le vie dove si è cresciuti accanto ad una persona la cui arte ascolti ogni giorno.
Joyce è ora un signore dai modi squisiti e dalla disponibilità quasi disarmante, parla senza alcun rancore ma con grande rispetto dei suoi ex-compagni di strada.
A livello di cortesia e simpatia siamo in zona Guccini (il sogno di ogni fan).
Non ha il più lo sguardo sfrontato da ragazzo di vita, tanto per restare in tema, che campeggiava nelle celebri immagini storiche del gruppo.
Ma, quando sciorina, con l'eleganza del suo accento mancuniano, gli episodi e le emozioni che trent'anni fa ha vissuto nella band destinata a diventare leggenda, la scintilla dell'entusiasmo brilla ancora nei suoi occhi da punk-rocker.




Per prima cosa, volevo sottolineare quanto sia divertente e significativo incontrarti qui, a poche centinaia di metri dai Cemetry Gates oltre i quali proprio John Keats riposa in pace, accanto a Shelley...
Davvero? Non lo sapevo...beh, si credo di aver colto la tua citazione (risate)...sono stato a visitare la tomba di Oscar Wilde, ma non quella di Keats, per cui visto che è così vicino spero di poterla andare a omaggiare...




Per citare altri celebri versi che vi riguardano "I am the son and heir, of nothing in particular", credi che si possano individuare "figli ed eredi" dei The Smiths nelle band successive?
Indubbiamente, credo ci siano moltissimi gruppi che sono stati influenzati da The Smiths, non credo sia il caso di citarli per nome...ma molti gruppi ci hanno indicato tra le loro influenze fondamentali, soprattutto molte band di Manchester, gli Oasis su tutti...



Ma anche grandi band mainstream come gli U2...
Appunto, un'influenza che attraversa tutto lo spettro delle rock band...credo perché ciò che stavamo facendo era molto onesto, in verità. Molto semplice e molto onesto: basso, chitarra, batteria e voce. Una formazione musicale semplice. E la musica che suonavamo era qualcosa di unico. Non abbiamo seguito nessun altro. Ovviamente, avevamo le nostre influenze, ognuno di noi, Morrissey aveva le sue, Johnny aveva le sue, Andy le sue e io le mie, ed erano tutte differenti. Ma non abbiamo tentato mai di "suonare come" qualcun altro. Suonavamo spontaneamente, e come il suono veniva veniva. Quando abbiamo inciso Hand in Glove, che come saprai...


Fu il primo singolo, certo...
...E fu un'esperienza incredibile, con un sound unico, immediatamente individuabile. Posso riconoscere perché tutti i gruppi che hanno ascoltato The Smiths ne abbiano preso qualcosa e si siano evidentemente ispirati.

Qual è per te l'aspetto peculiare che conferisce questa unicità al sound dei The Smiths?
Fondamentalmente, il fatto che non assomigliava a nulla di ascoltato prima. Questa è la sua unicità. Alcune canzoni suonavano piuttosto punk, altri addirittura una sorta di antico vaudeville come Frankly, Mr.Shankly, altre rockabilly, altre grandi ballate, alcuni brani solo strumentali, abbiamo coperto ogni genere, fino al funk come nel caso di Barbarism begins at Home...le influenze erano molteplici, ma abbiamo creato il "nostro" sound.




Quali erano in particolare le tue influenze?
Per me erano i Buzzcoks! Per questo ho iniziato a suonare la batteria, dopo averli visti esibire dal vivo...

Ci hai anche suonato in seguito...
Ci ho suonato, è vero, direi ho avuto la fortuna di poterci suonare. quando il loro batterista storico smise di suonare con loro mi chiesero di sostituirlo...ero davvero scioccato! Il più grande evento della mia carriera musicale, dopo The Smiths...io li seguivo dappertutto come un fan, e infine ho avuto la possibilità di suonare con loro!

                                          

Un sogno!
Davvero, era il mio sogno. Sono stati la mia influenza principale.

Tornando appunto alla particolarità della vostra identità sonora, appare evidente come ci sia stata una evoluzione ben definita, pur in pochissimi anni, sancita da The Queen is Dead.  Da i primi brani come Hand in Glove, This Charming Man, What she said, These things takes time, What Difference does it make? e molte altre, che avevano una struttura quasi punk, con un riff, due strofe e un ritornello, siete arrivati a brani come How Soon is Now? o Shoplifters of the World Unite, molto più elaborati e sofisticati dal punto di vista, non solo degli arrangiamenti, ma anche proprio della struttura...
Certamente.

                                         
Come è avvenuta questa svolta?
Il primo disco era costruito attorno alla chitarra. Ma anche i brani immediatamente successivi, ad esempio l'album Meat is Murder è fondamentalmente strutturato sulla chitarra. Ma dopo di quello, Johnny (NdC Marr) ha avuto molto più tempo per esplorare le possibilità di arrangiamenti con tastiere e violini, non solo con chitarra, basso e batteria. Iniziò a sperimentare. A quell'epoca c'era uno strumento chiamato Emulator, era molto costoso affittare una sezione di archi ad esempio, per le registrazioni. Non potevamo permettercelo. Dunque, Johnny iniziò a suonare le differenti parti su Emulator, e iniziò dalle sezioni di archi. Ciò mostra il genio dell'uomo. Era il nostro Brian Jones. Qualsiasi strumento incontrasse sul cammino, lo suonava in maniera straordinaria. Il sound dunque progredì verso delle sonorità leggermente diverse dal primo album. Credo che la svolta fu l'incontro col producer  John Porter, che aveva un grande feeling musicale con Johnny Marr. In un certo senso, aprì la porta delle possibilità a Johnny, che così trovo un partner musicale con cui sperimentare.

A parte la nota polemica Morrissey/Robert Smith, c'erano delle band a voi contemporanee che stimavate o in qualche modo sentivate vicine, affini a livello musicale?
Veramente no. Eravamo molto "insulari". The Smiths era una gang per conto suo. Ci frequentavamo fra noi e incidevamo privatamente. Non frequentavamo, per intenderci, le molte altre band dell'epoca, ci incontravamo sempre fra di noi, Questo fu un aspetto prevalente dalla formazione fino alla fine della band.

                                             

Vi rendevate conto che stavate scrivendo la storia?
Personalmente, non pensavo potesse diventare un tale fenomeno di massa. Ma per quel che mi riguarda, facemmo la storia quando incidemmo Hand in Glove. Perché non avevamo mai sentito nulla di prima, né ho sentito più qualcosa di simile dopo. Rimasi davvero sconvolto da quanto il sound era unico e potente. Ovviamente, quando il successo arrivò così immediatamente fu esattamente quello in cui avevo sempre sperato. Ciò che mi sorprende è la longevità! Eccoci qua, trent'anni dopo a parlare ancora dei The Smiths.

Infatti, più che del successo immediato, chiedevo se vi rendevate conto di quanto sareste divenuti influenti per le band a venire?
Assolutamente. Quelle canzoni non risultano datate, tutt'oggi. Pensiamo a una canzone come This Charming Man, uscita a quell'epoca...a quei tempi per una band indie (perché noi tale eravamo, il temine nasce per definire band che pubblicavano con un'etichetta indipenndente, non identificava un sound, quella è un'accezione successiva), per una band di una piccola etichetta raggiungere un'attrazione che dura così nel tempo, beh, questo credo che sia, non dico scioccante, ma...incredibilmente soddisfacente.
Ora possiamo considerarci al livello di band come i Roxy Music o come David Bowie, che ha successo dopo 30-40 anni, come gli Stones...ebbene sono passati trent'anni e stiamo ancora a parlare dei The Smiths ora!

                                         

Cambiando argomento, è notorio che sei diventato vegetariano dopo aver inciso Meat is Murder.
 È vero.

Puoi parlarci di questa esperienza?
Avvenne quando abbiamo inciso la canzone. Eravamo in studio ad ora di cena, subito dopo aver inciso il brano, e naturalmente abbiamo discusso con Morrissey  del suo essere vegetariano. Personalmente, anche io sono un grande amante degli animali. Mi resi conto che, in realtà, l'uccisione dell'animale è probabilmente la cosa migliore che gli accade. Il modo in cui gli animali vengono trattati, in gabbia, mostra un'immenso livello d'ipocrisia da parte delle persone che si prendono cura dei cavalli, dei cani e dei gatti, ma quando si tratta di una mucca o di un agnello o di una capra o di un bue possono ucciderli tranquillamente, dopo averli trattati in un modo che è davvero disgustoso. Ne discutemmo molto e mi resi conto che ero ignorante, riguardo alla mia dieta, non mi ero mai posto alcun problema. Per me era semplicemente cibo su un piatto, non avevo mai riflettuto su come gli animali vengono trattati, a quali orribili torture e metodi vengono sottoposti. Il punto è che gli animali non possono certo protestare o lottare. Mi sono chiesto come le persone potevano fare ciò a tali meravigliose creature, cose che non farebbero mai a un cane o a un gatto. Perché va bene invece farlo agli animali che mangiamo? Dunque, quel giorno tornai a casa e dissi a mia moglie: "Beh, credo che diventerò vegetariano, Morrissey ha portato delle argomentazioni molto forti". Da allora sono vegetariano, i miei tre figli lo sono, mia figlia più grande, ora è ventiseienne, è vegetariana dalla nascita, ed mi io sento moralmente molto più forte di prima.

Sicuramente è una presa di posizione forte contro l'industria.
Esattamente. Nel nostro piccolo, facciamo quel che possiamo fare. Mi ricordo mia figlia da bambina, a otto anni, quando andammo a cena a casa di qualcuno e servirono del maiale, rimase scioccata. Si chiese come mai la carne fosse sul tavolo...sul tavolo ci mangiamo, non dovrebbe stare lì, non dovrebbe stare nemmeno nella stanza dove si mangia! Lo trovai molto interessante, era così piccola e già lo comprendeva chiaramente. Ovviamente, le altre persone a tavola non la compresero, nella stessa misura in cui io stesso non mi ero mai posto il problema prima. Sono molto contento della mia scelta di essere diventato vegetariano e di aver passato questa decisione ai miei figli.
Dunque, per questo sono grato a Morrissey (NdC il suo sorriso garbato è una lezione di diplomazia).


Quando avete inciso la canzone sapevate che stavate consegnando un inno internazionale alle generazioni future di vegetariani?
No, non all'epoca. Sapevo che avrebbe avuto un effetto, o almeno lo speravo. Mi resi conto, soprattutto dopo le prime esibizioni dal vivo, era straordinariamente potente. Un brano di grande potenza da suonare dal vivo. Ancora un volta, stiamo parlando di una canzone di trent'anni fa e sono molto contento di parlare del suo valore attuale oggi. Dal vivo era davvero potente, l'intero palco veniva illuminato in rosso, l'effetto era davvero commovente. Ed è, inoltre, un modo straordinario di affrontare l'argomento.


                                               

Recentemente ho scritto un articolo sulle liriche di Morrissey del periodo The Smiths (QUI), e ho sottolineato la perfetta costruzione dialettica dell'argomentazione. Inoltre, la melodia è davvero commovente. Anche se non sono vegetariano, ogni volta che l'ascolto divento più sensibile all'argomento e ci rifletto più profondamente. 
Questa era è proprio l'ispirazione con la quale fu composta.

Puoi provare a descriverci il processo creativo dei The Smiths?
Beh, è difficile...diciamo che fondamentalmente, molto spesso,  Johnny veniva con un nuovo riff, Andy ed io lo ascoltavamo, ci suonavamo sopra, aggiustavamo alcune parti, scrivevamo alcuni appunti, e una volta terminata questa fase passavamo il tutto a Morrissey che scriveva il testo e poi...registravamo!

L'impressione che mi ero fatto documentandomi è che spesso improvvisava la melodia cantando il testo sulla base musicale che gli presentavate, è corretto?
A volte, soprattutto all'inizio...

Hand in Glove se non erro fu scritta così..
Si. Diciamo che in seguito lui cominciò a cantare le sue parti a disco concluso. Nello studio, a nostra registrazione conclusa, lui arrivava e cantava il testo.

Ma la melodia era già definita?
La successione degli accordi, la melodia della chitarra, non la melodia vocale. Lui veniva e cantava, così anche noi ascoltavamo per la prima volta la canzone finita. Ed era una esperienza meravigliosa.

 Un'ultima domanda: puoi raccontarci qualche episodio di quegli anni indimenticabili?
Ne ho talmente tanti...sono lunghe storie, non voglio annoiarti...


                                     

Ma che annoiarmi?! Non vedo l'ora!
Allora, mi ricordo la prima volta che suonammo in America, davanti a un pubblico vasto,  credo 10-15mila persone. Salimmo sul palco per i bis, ma io desideravo correre velocemente in bagno perché avevo bevuto molto durante il concerto! Sono corso quindi nel backstage, e mi sono reso conto che c'erano 15mila persone che scandivano: "Smiths - Smiths - Smiths" e pensai: "Wow! Questa è la mia band! La band dove suono!". Se fossi stato in mezzo al pubblico, sarebbe stata già una sensazione straordinaria...ma io ero il batterista! Quella volta fu davvero una sensazione indimenticabile.
Mi ricordo anche quando suonammo a New York, Mick Jagger venne a vedere The Smiths. Si mise sul lato del palco. E Johnny Marr venne da me mentre suonavamo e mi disse: "Guarda un pò là...", mi voltai e vidi Mick Jagger che ballava scatenato, proprio...alla Mick Jagger !
Ballava la musica dei The Smiths. E fu davvero incredibile, perché in quel momento non stava ballando sulla chitarra di Johhny o sui versi di Morrissey, ma sulla mia batteria.
E quello veramente mi fece sentire grande.

Come dicono molti fan, citando un verso storico, è proprio vero: l'amore nei vostri confronti "non è come qualsiasi altro amore".




lunedì 8 settembre 2014

Legenda e Tacita Silva - la mostra di RITA PETRUCCIOLI



Con un tempismo magnifico, in occasione del compleanno di Ludovico Ariosto, oggi all'Hula Hoop Club, riapre la mostra di Rita Petruccioli con delle tavole dal suo nuovo libro di illustrazioni Orlando furioso e innamorato, su testi di Idalberto Fei (Edizioni La Nuova Frontiera Junior).
La mostra è la continuazione di quella inaugurata lo scorso 23 maggio, e che abbiamo raccontato già in QUESTA intervista su Fumettologica.
Ecco il breve resoconto della serata.
Protagonisti, oltre ovviamente l'autrice, Alessio Spataro e il sottoscritto.


Di Rita, della sua grazia artistica, della elegante sensibilità culturale che rende i suoi volumi per noi imperdibili, già abbiamo parlato.
Se un giorno le mie finanze mi consentiranno di premiare degnamente una tale artista, le affiderò la decorazione della mia abitazione, per vivere avvolto dalla bellezza delle sue immagini.

Alessio è un amico, lo conosco da più di venti anni.
Su di lui agisce lo stesso paradosso, in maniera diversa, che incarna Tony Sandoval (ne abbiamo parlato QUI): tanto è violento, oltraggioso, spietato nelle sue vignette satiriche, quanto di persona è un galantuomo d'altri tempi, di rarissima cortesia e, soprattutto, in grado di ispirare una grande serenità, col suo eloquio calmo e forbito.
Non si direbbe, guardando la copertina del suo ultimo libro.


Ora, non condivido esattamente le prese di posizioni politiche di Alessio, a volte trovo anche disturbante il suo violento sarcasmo visivo.
Ma è indubbiamente un autore onesto intellettualmente, che si espone in prima linea col coraggio di portare avanti le sue idee, benché radicali, con grande dovizia di informazioni e argomentazioni.
Merce non dico rara, quasi introvabile nella discarica intellettuale dell'attuale Italietta.
Inoltre, sta scrivendo il libro più bello del mondo (per i tipi di BAO), me lo sogno notte e giorno da quando me ne ha parlato: la storia di Alejandro Finisterre, l'inventore del biliardino.
Non posso dire di più, posso solo dire che nelle sue mani una biografia romanzata di un personaggio oscuro potrebbe diventare la più divertente storia a fumetti sul Novecento politico mai letta.

Finisterre con la sua creatura

Introdotti gli interlocutori, non mi rimane che ringraziare Rossana Calbi, l'infaticabile curatrice della mostra, per la passione, la competenza e il gentile invito a partecipare all'incontro.
Buona lettura!
Rita Petruccioli
Alessio Spataro:
Siamo molti stasera, nonostante la compresenza di due manifestazioni politiche di due noti partiti razzisti (NdC Alessio si riferisce al Pd e al M5s che nel pomeriggio chiudevano la campagna elettorale a Roma).
Siamo molti stasera, anche in proporzione rispetto al numero delle cose che espone Rita, oggi.
Ma ciò che deve impressionarci non è il numero delle opere, bensì il sudore profuso da Rita, non tanto nel realizzarle, ma nell'attendere che venissero stampate! Siamo arrivati davvero all'ultimo secondo utile, sempre sul filo del rasoio, ovviamente. Ma, considerando che siamo così tanti, ho un messaggio tecnico da parte delle ragazze del locale: se oggi ognuno di voi compra due copie del libro, loro possono acquistare anche il locale accanto (risate), adattare la tappezzeria, per poter avere un luogo ancora più spazioso per la prossima presentazione.
Sulla mostra di cose da dire ce ne sono in realtà poche. Nel senso che chi conosce le opere precedenti di Rita può facilmente arrivare a comprendere il punto di arrivo di quelle che stiamo presentando oggi, non solo le illustrazioni esposte ma anche il libro che è appena arrivato fresco di stampa di Bologna. È un punto di arrivo per Rita, autrice la cui produzione finora potrebbe apparire più vicina all'illustrazione che al fumetto. In realtà, anche se probabilmente lei potrà smentirmi tra poco, secondo me Rita si pone a metà strada tra le due forme, nell'incrocio delle sfumature.
Mi riferisco non alle produzioni, che sono tecnicamente illustrazioni, ma al suo approccio alla stampa. Esattamente come un fumettista lei è molto attenta alla stampa in serie. Non solo al lavoro a mano, ma al lavoro finito, a stampa. Rita, nel lavoro che presentiamo stasera, esprime il tema della metamorfosi, della trasformazione, anche materialmente riferendosi ai colori che ha scelto. Soprattutto, attraverso la scelta del materiale utilizzato. Dopo alcune verifiche con la curatrice instancabile di questa e tante altre mostre, Rossana, anche la scelta del supporto, il legno, e appunto gli abbinamenti dei colori, riguardano la trasformazione, il cambiamento. Non rappresentano soltanto una figura femminile che si sposta da uno spazio ad un altro, da uno stato liquido ad uno solido, la scelta stessa del legno, che fra qualche anno si trasformerà  naturalmente, è  significativa: è esso stesso un mezzo di trasformazione, soggetto alla trasformazione.
Non mi attarderò tecnicamente sui colori, vedo in sala un pubblico piuttosto preparato, credo che se mi avventurassi al di là della scala dei colori primari e secondari rischierei di fare una brutta figura (risate), dando ora la parola ad Adriano e poi all'autrice, possiamo anche dare spazio dopo a qualsiasi domanda tecnica.

Alessio Spataro, Rita Petruccioli e il sottoscritto, colto in un momento di disidratazione improvvisa

Conte Zarganenko:
Grazie.
Beh, considerando che Alessio ha esordito accennando all'attualità politica, volevo dichiarare che oggi mi sono vestito così per solidarietà ad Oscar Giannino, una voce politica che manca disperatamente in queste elezioni, come sapete è anche il referente ideologico di Alessio (risate), una voce libera tacitata dalla stampa comunista: il nostro pensiero va a lui (vivo apprezzamento del pubblico).
Chiedo scusa per i colpi di tosse, ma per calarmi completamente nel ruolo del dandy intellettuale ho contratto la tisi...sapete, il metodo Stanislavskij, no?...(risate)


In realtà, ha ragione Alessio nel dire che commentare le opere di Rita è sostanzialmente superfluo: sono così belle e suggestive che ogni commento sarebbe ridondante. Ovviamente, per chi mi conosce, per un cultore della supercazzola come il sottoscritto un titolo come Tacita Silva e un tema come quello della metamorfosi aprono praterie di possibili deliri...ma mi conterrò, non preoccupatevi!
Converrete tutti, credo, che il concetto di metamorfosi sia tra i più affascinanti e, considerando la precedente produzione di Rita...(consentitemi, libri bellissimi, mi rivolgo a chi non l'ha letti, ma soprattutto a chi non li ha acquistati...potete anche non leggerli, ma chi non li ha nemmeno acquistati, beh, ha la possibilità stasera di liberarsi dal macigno di questa colpa infame)...questi libri bellissimi, dicevo, hanno appunto come ispirazione il mito: penso, appunto ai Miti Romani, su testi di Carola Susani, o a Storie di bimbi molto antichi, sulle trasposizioni deliziose dei miti greco-romani di Laura Orvieto, o anche il recente La Mythologie grecque, pubblicato in Francia.


Parlando di mitologia e letteratura classica greco-romana, chiaramente abbiamo due giganteschi precedenti: Le Metamorfosi di Apuleio (più conosciuto come L'Asino d'Oro, ma siccome è un nome datogli da Agostino d'Ippona, non lo voglio usare per dispetto, mi piace contraddirlo anche nei dettagli!) e, ancor prima, Le Metamorfosi di Ovidio. Senza fare ora una lezione di letteratura latina a riguardo, che forse già vi ha annoiato una quindicina di anni fa, c'è un aspetto secondo me molto interessante del concetto di metamorfosi.
Esso rappresenta un simbolo molto potente della nostra evoluzione interiore, soprattutto in Apuleio.
Consentitemi di lasciar affiorare dalla mia incerta memoria la trama di questo testo straordinario.
Grazie a una trasformazione mancata, maldestra, per eccesso di curiosità, in cui viene tramutato in un asino, il protagonista Lucio ha il privilegio di poter ascoltare segrete conversazioni di inconsapevoli esseri umani, avendo così un'esperienza pressoché esclusiva della stupidità umana. Al termine di infinite peripezie, avverrà la trasformazione in positivo: dopo aver finalmente, rocambolescamente mangiato la cura magica, ovvero sia delle rose, Lucio non solo si ritrasforma da animale in un uomo, ma addirittura in iniziato.
Un illuminato a cui appare la Dea Iside.
La metamorfosi, dunque, dall'apparente crisi e smarrimento d'identità, diventa un ponte verso la conoscenza più alta. Ora, i giornali ci hanno ammorbato in questi anni di crisi economica con l'etimologia della parola, che ha in sé il seme dell'opportunità, per cui ogni crisi può essere occasione di rinascita etc. Un significato stupendo, banalizzato dalla ripetizione quotidiana dei pennivendoli.
Nelle tavole di Rita, troviamo questa armonia nella metamorfosi, questa armonia nell'incertezza, questa armonia nel divenire: è un aspetto molto affascinante, che va al di là della bellezza della singola illustrazione. E che ci porta all'altra opera che oggi presentiamo...voi prima pensavate di aver firmato la tessera dell'associazione...vi informo che era un contratto che vi obbliga ad acquistarne ciascuno una copia...(un preoccupato brusìo)

scatto futurista del maestro Stefano Simeone
Tacita Silva innanzitutto è un nome bellissimo: Silva, infatti, non è soltanto un'ottima ala del Manchester City (risate, ma soltanto da parte del pubblico maschile). E non ha nemmeno solo il significato latino immediato di bosco, da cui la dantesca "selva oscura". Silva è anche un tipo di strofa della poesia castigliana. Molto affascinante come gioco di parole, una strofa di silenzio!
Inoltre, come ci spiegava prima Rita, tacita in italiano vuol dire "silenziosa", ma etimologicamente anche "profonda": un bosco profondo, ma anche un bosco di profondità, un bosco interiore...altro che Inland Empire...insomma, per continuare a vantarmi di una conoscenza approssimativa di argomenti di pubblico dominio (silenziosa approvazione del pubblico), questa opera sappiamo è realizzata nel formato grafico detto leporello...sappiamo che questo nome deriva, nell'opera di Mozart, dalla lista del servo di Don Giovanni, Leporello appunto, la lista delle infinite conquiste dongiovannesche snocciolata crudelmente da quest'ultimo a Donna Elvira, anch'ella sedotta e abbandonata dal suo irresistibile padrone...un'origine nobile e casta, dunque.


Prima di lasciare la parola alla timida Rita, per lasciarla sprofondare in un abisso di imbarazzo di cui tutti godremo, volevo solo aggiungere che la bellezza delle opere di Rita è davvero questa attualizzazione del mito. Lei forse non lo sa, oppure lo sa ma non vuole darlo a vedere, ma compie un'operazione culturale bellissima.

Con Rita Petruccioli a Parigi nel '63


 Personalmente, lavoro al centro di Roma, contemplo ogni giorno queste mandrie di turisti ebeti, discinti in maniera oscena...le infradito a maggio, lasciamo perdere...l'ignoranza del concetto stesso di pedicure (vivo apprezzamento del pubblico)...appunto, sfilare indifferenti davanti a queste glorie maestose quali il Colosseo, ridotto ormai a uno spartitraffico...il valore dell'opera di Rita è nel rendere le suggestioni dei miti antichi assolutamente attuali. Non a caso, lei ha scelto non soltanto un concetto o un'espressione latina, ma si rifà proprio ad un'iconografia classica, per esprimere un aspetto cruciale dell'attualità. Il senso di precarietà, di metamorfosi, di necessario cambiamento non è solo un'istanza sua, magari come artista in fieri, bensì,...non voglio usare l'espressione abusata "la nostra generazione", ma è indubbiamente un momento collettivo di necessaria trasformazione. Allargando il discorso a livello filosofico, possiamo affermare che l'esistenza stessa è divenire, è costante metamorfosi, quindi questi simboli non sono qualcosa da relegare nelle musei o da imparare per imposizione a scuola, ma rappresentano l'essenza stessa della nostra cultura. Avere la possibilità, ripeto, di acquistare (risate) questi libri e queste illustrazioni, e lasciarsela sfuggire...sarebbe davvero imperdonabile...



Rita Petruccioli:
Finalmente, è giunto il momento dell'imbarazzo!
Grazie, in primo luogo, a tutti i presenti, e ad Alessio ed Adriano che mi hanno così gentilmente introdotto. Spieghiamo bene perché siamo tutti qui oggi.
In primo luogo per la mostra, che si chiama Legenda, e in secondo luogo per la presentazione del libro Tacita Silva. Le due cose sono separate apparentemente, ma in realtà collegate, poiché entrambe lavorano sulla stessa tematica. Sono manifestazioni dello stesso momento di pensiero.
Iniziamo dalla mostra. Come si è detto, il tema è la metamorfosi, il cambiamento. Quando con Rossana Calbi, la curatrice, abbiamo cominciato a pensare ad un tema che fosse per me adatto, ho subito indicato le metamorfosi. Poiché, anche nei miei lavori precedenti, anche al di là dei libri di mitologia, che sono su commissione e non mie scelte artistiche, ho comunque sempre lavorato su personaggi in evoluzione, su dei cambiamenti, anche a livello simbolico. Questo ha fatto sì che poi mi venissero commissionati diversi libri sulla mitologia. Dunque, non è una scelta ma una conseguenza della mia immaginazione, che evidentemente si sposa con quei temi.


Quando mi sono messa al lavoro, non riuscivo inizialmente a trovare un soggetto adatto, un soggetto che si trasformasse in un altro. Ho capito dunque che mi interessava l'atto della trasformazione, non il risultato. Le due figure che voi vedete sono due metamorfosi in atto, che non mostrano il loro loro stato finale evolutivo. L'evoluzione è la tendenza stessa all'evoluzione, e non essere uno stato definito. In questo senso, sì, si può parlare di miti contemporanei, un processo antico che però per me è perennemente attuale. Il discorso sul nome Legenda nasce dalla mia passione per il gioco grafico. Molte persone addirittura credono che io sia una grafica. Semplicemente, amo maniacalmente giocare con la grafica. Ho dunque pensato che queste immagini potessero essere considerate sia individualmente che insieme, come un'immagine coordinata abbinata ad un quadro.


Nel caso specifico, il quadro ha tre icone che lo sintetizzano, che ne costituiscono, appunto, la legenda, come nelle cartine geografiche. In un certo senso, si tratta della ricetta della metamorfosi che avviene. Le opere le ho create nel loro insieme, ma nulla vieta che vengano separate. Secondo me, è molto interessante prendere un ingrediente di una ricetta nella sua singolarità.
Tacita Silva, invece, è un'altra storia.
Si tratta di una metamorfosi che si svolge all'interno di un libro. Un libro particolare perché in primo luogo è una produzione della Inuit, un'associazione di Bologna che si occupa di auto-produzione e micro-editoria.



Si propone di far conoscere queste produzioni in Italia, portare gli artisti italiani all'estero. Tutto questo parte da Bologna, da un negozio dove vendono queste autoproduzioni e allestiscono delle mostre, proponendo questi progetti in tutte le mostre italiane ed europee. Da poco sono diventati anche editori, invitando alcuni artisti a collaborare con loro. Con Tacita Silva inizia una serie di libri realizzati in Risograph, tecnica di stampa che avviene attraverso una macchina, la quale passa un colore per volta. Dunque, ogni avviamento di macchina va realizzato a mano e sovrapposto esattamente. Si può dire che sia un ciclostile contemporaneo!
Questo libro è realizzato con tre passaggi di colore per il fronte e un passaggio di colore per il retro, un lavoro piuttosto complesso per chi vi si approccia per la prima volta.
Geniale l'idea di sceglierlo soprattutto in tempi brevissimi...diciamo tecnicamente l'averlo portato qui stasera è un miracolo!

Alessio Spataro:
Volevo soltanto aggiungere che quando Rita mi ha parlato per la prima volta di questo lavoro, allo stato ancora embrionale, dal punto di vista proprio pratico aveva già progettato tutto.
Ora posso confessare una cosa: quando lo chiamavi libro, io ti prendevo un pò per matta! Io sono un pò coi paraocchi, fossilizzato sul supporto classico, su un certo tipo di materiale, di prodotto. Mi sono dovuto ora ricredere, ed ammettere a me stesso che il pazzo ero io, perché in realtà questo prodotto è il primo, rispetto a tutti gli altri libri di illustrazione che hai fatto, ad essere vicino al fumetto, essendo sia una illustrazione singola che una sequenza.
In realtà, a differenza dei lavori precedenti, è molto più corretto definire questo libro piuttosto che gli altri.

Rita Petruccioli:
Come libro "mio" sicuramente si. Il primo ad essere interamente pensato da me, se non per la parte ingegneristica, che è frutto del lavoro di Inuit.




giovedì 4 settembre 2014

TUTTI GLI ARTICOLI DI AGOSTO

 "Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore
 mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore..."




Mi dispiace contraddire il Maestrone in uno dei suoi capolavori, ma non solo il sottoscritto è astemio da dodici anni, si è anche permesso di violare il dogma italiota del riposo agostano.
Ecco i frutti di questa messe bruciata dal sole:

- Innanzitutto, consentitemi la ridondanza, c'è stato il recap di Luglio QUI;


- Abbiamo poi svelato il sipario sulla resurrezione da araba fenice della GRRRzetic in GRRRz, dalla quale ci attendiamo una cascata di delizie QUI;


- Abbiamo intervistato Bastian Vivès QUI, raccontando le nostre impressioni QUI


- Abbiamo per ultimo raccontato una splendida giornata a Grosseto con Daniele Gud Bonomo QUI



Nel frattempo, abbiamo accumulato una serie di spunti, stimoli, intuizioni, appunti, note e progetti da poter allestire un quotidiano.
Annuncio, per i pochi fedelissimi eccellenti lettori, una svolta dei contenuti più in senso letterario-filosofico e artistico, pur mantenendo sempre un occhio vigile sull'attualità fumettistica.
Questo, del resto, è lo spirito originario del blog.
A presto, miei cari!


lunedì 1 settembre 2014

OMAGGIO A CARMELO BENE - Conversazione con Doriano Fasoli


Carmelo Bene è stata una figura senza precedenti nella cultura italiana del Novecento.
L'impatto teorico e filosofico della sua ricerca e della sua riflessione sul teatro e più in generale sull'arte è davvero incalcolabile. Al di là del suo stupefacente talento attoriale, della sua proverbiale maestria dialettica, del fascino delle sue sprezzanti pose da dandy, al di là dico di questa seduzione superficiale, è l'essenza del suo pensiero, in grado di sfiorare le vette della mistica dall'abisso del nichilismo più nero, a meritargli uno scranno dorato nel nostro Pantheon.
Pur non aderendo alla sua filosofia del negativo, lo consideriamo una formidabile, definitiva manifestazione della pars destruens in filosofia.
Fummo folgorati dalla visione in diretta, a 15 anni, della (in seguito divenuta celebre) puntata del Maurizio Costanzo Show. Quel genio incomprensibile, apparentemente delirante, oltraggioso e trionfante, esplodeva in maniera perfetta, sputandole in faccia alla mediocrità della massa, intuizioni che già allora animavano la nostra inquieta ricerca.
Sono esattamente venti anni che lo studiamo, con discernimento e discrezione, non smettendo di trovare quotidianamente spunti, stimoli, ganci per nuove scoperte e approfondimenti.

Il nome di Doriano Fasoli è stato un leit-motiv della mia adolescenza.
Di qualsiasi cosa mi interessassi, dalla mistica alla psicanalisi, di qualsiasi figura m'innamorassi intellettualmente, da Baudelaire a De André, da Elèmire Zolla ad, appunto, Carmelo Bene, ebbene, ritrovavo il suo nome, come introduttore, interlocutore, saggista*.
Come sherpa della ricerca.
Oggi finalmente, in occasione del compleanno di Bene, ho avuto l'onore di poterlo incontrare e parlarci delle cose che volevo chiedergli da vent'anni.

Tuono Pettinato ieri ha omaggiato CB con dei geniali Carmelo Meme, ispirati alle battute più celebri negli ormai leggendari scambi dialettici durante le puntate del MCS '94 e '95.
Per l'affetto e la stima che mi lega a lui, mi sono permesso di inframezzare l'intervista con questi piccoli prodigi d'umorismo.



L'occasione di questo incontro è l'anniversario della scomparsa di Carmelo Bene.
L'importanza della sua  figura, che in questi anni postumi è stata secondo me molto distorta e tirata maldestramente per la giacchetta, è di accecante evidenza.
Pensi  sia possibile in qualche modo raccogliere la sua eredità, pur parlando di una figura, come disse Piergiorgio Giacchè, dalla "singolarità assoluta"?
 È difficile rispondere ad una domanda del genere. Mi viene da dire semplicemente che era una figura straordinaria nel panorama nazionale, e probabilmente internazionale. Si era inventato una voce.
Parlare di eredità credo non sia possibile. Era unica ed irripetibile come figura. Gli altri sono registi, attori...lui era una figura straordinaria che ha realizzato cose memorabili a livello radiofonico, teatrale, televisivo e  cinematografico. Una figura assolutamente particolare, come del resto particolare era la sua cultura: un asse di pensiero che si muoveva da Nietzsche a Derrida, numerosi sono stati i suoi riferimenti. Straordinario anche come scrittore, straordinari i suoi libri, Nostra Signora dei Turchi su tutti, da cui trasse il celebre film, straordinaria la sua maschera.

Secondo te una figura così complessa e inattuale è stata compresa? Lo chiedo perché  mi ha sempre colpito un beffardo paradosso: come ci sia sempre riferiti a lui come il prototipo dell'attore "genio e sregolatezza", quando al contrario la sua invenzione della macchina attoriale intendeva proprio sterminare gli stereotipi dell'attore ottocentesco, e tutti i fantasmi identitari della filosofia occidentale (il Dio-io, l'ontologia, la metafisica etc.).  Più predicava e anelava a compiere l'esautorazione dell'io, più al contrario veniva identificato col modello dell'intellettuale egoico e provocatorio. Va riconosciuto che nelle sue memorabili apparizioni si concedeva dei compiacimenti dandystici e decadenti, ma la sua serissima teoria del Teatro era essenziale e primordiale, tutto l'opposto del Grande Attore alla Vittorio Gassmann o alla Laurence Olivier...
Assolutamente d'accordo.


Possiamo secondo te individuare qualcuno che lo abbia davvero compreso, tra i suoi contemporanei?
Secondo me si. Si erano accostate a lui figure anche che lo detestavano, critici o altri teatranti...Vittorio Gassmann (anche del quale,  per un ironico coup de theatre, ricorre oggi il genetliaco NdT) fu  molto più onesto: ne parlò con stima, ma confessò che per lui era un'algebra. E poi ci furono coloro, compreso il sottoscritto, che con grande stima e affetto cercarono di approfondirne il pensiero. Mi riferisco tra gli altri a Camille Dumoulié, a Jean-Paul Manganaro, a Maurizio Grande, a molti altri amici, che lo hanno studiato e ne hanno compreso la grandezza.
Io fui folgorato.
Sentii parlare di questa figura, per la prima volta attorno al 1968. Quindi, capitai, non dico per caso ma  senza sapere bene a cosa stessi andando incontro, al cinema Nuova Olimpia e vidi Nostra Signora dei Turchi per la prima volta. Rimasi, appunto, folgorato. Da quella volta, cominciai a rivedere quel film trentadue o trentacinque volte. Un pò meno i film successivi, ma solo perché era non venivano programmati nelle sale. Mi riferisco a Salomè, a Capricci a Don Giovanni.
Quel film toccò delle corde profonde in me. Fu fatale che lo avvicinassi e che ci incontrassimo.


Come lo hai conosciuto?
L'ho conosciuto per motivi professionali, giornalistici.  La prima volta che l'ho incontrato come intervistatore fu al Teatro Quirino, alla prima del Riccardo III. Mi catturò immediatamente.

Fu gentile?
No.
Ero accompagnato da Maurizio Grande, lui rispondeva alle mie domande, anche molto lucidamente, riguardo allo spettacolo, praticamente monologando, mentre si stava truccando allo specchio...quasi rivolgendosi a Maurizio Grande per parlare a me, dicendo appunto: "Non si parla con il Potere! Il potere non merita l'attenzione, tanto meno l'attenzione giovanile..Non si parla con Andreotti., e nemmeno con Berlinguer! Non si parla davvero con nessuno...".  E poi l'ho conosciuto in maniera più confidenziale e amichevole nel corso degli anni, l'ho intervistato varie volte...mi ero anche ripromesso di scrivere qualcosa su di lui, è rimasta una mia testimonianza su un libretto collettaneo, curato da Gioia Costa,  intitolato A CB a Carmelo Bene.
È stata una figura fondamentale nella mia vita, un riferimento assoluto.
Ciò che trovo, come suo unico lato debole, era la tendenza a voler confermare la sua forza appoggiandosi un pò troppo ai francesi...



Li ha sempre citati molto, in effetti...
È stato anche un modo di farli conoscere...ma davvero stava sempre a citare Lacan o Focault, soprattutto Deleuze, che considerava un fratello maggiore, "un auto-demolitore come me" diceva... però continuamente evocava le loro testimonianze, siccome avevano realizzato insieme Sovrapposizioni con Deleuze citava sempre la sua analisi teorica...ma in realtà, Bene bastava a se stesso. Li aveva introiettati, non c'era bisogno sempre di citarli!


Sono assolutamente d'accordo. 
Come accennavi tu, è anche vero che il sottoscritto e molti amici, abbiamo letto questi autori perché sempre indicati da CB come riferimenti...
Certo. Anche a me da adolescente ha aperto un universo, sia dal punto di vista musicale (penso a Sibelius, ad esempio), che dal punto di vista letterario, introducendomi figure  mistiche come Ernest Hello...

Come vedi, continua ad illuminarci, è un autore che non ho mai incontrato nelle mie letture...
Un autore molto importante. E poi mi introdusse a Zola, a Renan, a Huysmans, a Gautier...anche a livello musicale, come ho detto, mi ha rivelato un mondo...avevo 15-16 anni!


Anche io l'ho scoperto a quella età. Vidi in diretta la celebre puntata del Maurizio Costanzo Show, avevo esattamente 15 anni. Anche io rimasi folgorato per sempre.
 Tu, certo, hai avuto la possibilità di conoscerlo.
Hai qualche aneddoto da raccontarci?
Ce ne sono molti, ma uno su tutti...beh, mi ricordo quando gli telefonavo e gli dicevo: "Carmelo, ho visto il tuo spettacolo, complimenti! Un capolavoro..."....dall'altro capo del telefono:
 "...Pazienza!".

HAHAHAHAHAHAHHAHAAHAH
Grande coerenza!
Mi interessa molto il rapporto che poteva avere con altri grandi personalità che hai frequentato. Ad esempio, il rapporto, a distanza con Fabrizio De André...mi accennasti una volta che Faber stimava Bene, mentre quest'ultimo ostentava perplessità...
De André è stato un amore anche precedente.
Il legame che posso individuare è la voce. Anche De André a suo modo era uno studioso della phoné.
Per me la voce è molto importante, anche prima del valore dei testi. Carmelo Bene disse, come ricorderai: "Poesia è la voce/ Il testo la sua eco". Ovviamente, per De André non era così, i testi erano importanti. Però, la sua voce era straordinaria. Con una battuta anche abusata, si diceva che poteva cantare anche l'elenco del telefono...era vero, aveva una voce da sciamano, che catturava l'ascoltatore. Al di là anche dei testi, anche di quelli più maturi,  quelli da Creuza de Ma in poi. Considera che lui stava progettando di fare un album di cover di canzoni brasiliane, per recuperarne la tradizione, ma soprattutto un disco ispirato al cupio dissolvi, con riferimenti che andavano da Camus a Cèline...

Praticamente, un sogno!
Immagina, affidando queste musiche a Mauro Pagani e ad un altro autore di musica contemporanea. Quando qualcuno, non ricordo chi, gli chiese "Scusa, ma come fai a tenere insieme tutte queste cose diverse?", lui rispose: "La mia voce fa da collante". Aveva ragione.


Questo è il motivo per cui anche dei versi deboli di De André diventano memorabili, grazie alla sua voce e alla sua interpretazione...
Per i toni di voce, per l'inflessione, al di là dei testi..anche le prime prove, Per i tuoi larghi occhi, E fu la notte, Nuvole Barocche... Il fannullone, ad esempio è una canzone che ascolto ancora volentieri...


Scritta con Paolo Villaggio, come Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers...sono meravigliosi e divertentissimi i racconti di Villaggio sul giovane Faber, pazzo e vagabondo...
Si!
Una differenza fra i due è che post-mortem De André è stato un personaggio meno manipolabile rispetto a Bene...

Interessante considerazione, avrei detto il contrario... 
Si, perché mentre Bene non riscontrava, se non per poche persone come noi, in vita molta simpatia, De André riusciva ad arrivare a tutti...un personaggio ottocentesco che riusciva a raggiungere i giovani, un fenomeno curioso...

Non c'è liceale degli ultimi trent'anni che non sappia De Andrè a memoria...
è diventato però anche lui un santino di sinistra...
Si, ne è stata fatta carne da macello a livello commerciale. Statue, cerimonie, musei...mi ricordo mi disse che scelse la forma cantautorale proprio perché non voleva diventare né Shakespeare, né Ungaretti!!
Avrebbe fatto il poeta, no?! E poi viene definito "il più grande poeta del dopoguerra italiano"...

Va beh, quella è stata Fernanda Pivano a cui tutti siamo affezionati, ma era molto facile alle iperboli...il mio adoratissimo Dylan definito "Omero del Novecento"....peccato che poi è arrivata a parlare bene pure di Ligabue! Quindi tornando alle battute fra i due, tu che li conoscevi entrambi cosa ricordi?
Bene palesemente era più reticente, se non per quello che concerneva il suo teatro e la sua figura. De André era più di manica larga, per intenderci. Nel corso di un'intervista mi ricordo che fece trapelare interesse e stima nei confronti di Bene, mentre quest'ultimo non comprendeva perché avessi dedicato un libro a un cantautore. Mi ricordo gli dedicai il mio libro Fabrizio De André. Passaggi di tempo: "A Carmelo Bene, fin dalla prima trincea"."I testi?", mi chiese e io provai a giustificarmi: "Carmelo, i testi, la voce...".



Ma lo incontravi nella sua leggendaria casa all'Aventino, piena di statue e libri? 
Solo lì. Un bunker. Tutto nero: scrivania nera, divani neri, frigorifero nero, tutto nero. Un bunker nel cortile condominiale. Un bunker enorme, col citofono nascosto da un'edera, ben lontano da quello condominiale. Solo chi sapeva poteva accedere. Per telefono ti dava le istruzioni per trovare il citofono. Personalità come le loro era fatale che non vivessero a lungo. Carmelo Bene ha toccato i duemila, De André non ce l'ha fatta, è morto nel'99. Sono personaggi che non si possono pensare..."vecchi".

O serenamente invecchiati...
un'altra domanda che volevo porti è riguardo quel documento audio straordinario che è la tua intervista con lui su 'l mal de' fiori, una conversazione che come tutto ciò che lo riguardava diventa praticamente subito un monologo. Qual è il tuo rapporto con quel libro? Ti ha spiegato altre cose al di fuori dell'intervista? È un libro impossibile, irrespirabile...
È un libro impossibile, irrespirabile...è un libro testamentario. Scritto in quel di Otranto. Un libro molto complesso e anche molto respingente. Molti ne hanno parlato, ma pochi credo l'abbiano letto.


Un pò come l'Ulisse di Joyce che amava tanto...diceva che tutti negli anni'60 ne avevano una copia in casa, ma rigorosamente intonsa!
Quello si, lo amava.
Ho fatto anche un'altra lunga conversazione che pubblicai su l'Unità, ma si trova anche on-line (QUI).


Un'altra grande, straordinaria figura che hai conosciuto e con la quale hai collaborato è stato Elémire Zolla. Mi sono sempre chiesto se avesse avuto rapporti con Carmelo Bene...
Avevano entrambi come punto di riferimento il misticismo. Zolla ha dedicato due libri fondamentali a I Mistici dell'Occidente, ed anche altre antologie in maniera più ampliata.

Zolla come lo hai incontrato?
Nella sua casa di Via Merulana per un'intervista su un suo volume, verso la fine degli anni'80. E poi, più e più volte, nella sua casa di Montepulciano, per diverse interviste. Si fidò ed accettò perfino di scrivere un libro con me, Un destino itinerante. Conversazioni tra Occidente e Oriente, che ebbe anche un certo successo. Zolla era una grande mente, un pensiero illuminato, come non se ne trovano più. Anche con le sue debolezze...finse di non avere un io, era tutto mente. Bene e De André erano più viscerali. A Zolla non importava nulla della tua privata, si interessava solo del fronte intellettuale. Bene era cinico, sprezzante, ma nel privato ispirava una certa possibilità di apertura. Zolla mai. Ci potevi entrare in sintonia solo occupandoti di figure che interessavano anche a lui, come appunto i mistici, Walter Benjamin, Gershom Scholem o Gurdjieff, figure che entravano nel suo spettro di ricerca. Zolla era ascetico.

Si esprimeva anche nei libri presupponendo una conoscenza esoterica del lettore, era l'opposto di un divulgatore...
Anche di persona, citava autori rarissimi o semisconosciuti dando per scontato che tu sapessi tutto a riguardo. Io ovviamente bluffavo, dicendo "Certo...certo"...aveva una conoscenza talmente immensa che era impossibile seguirlo...

Molte cose magari le aveva proprio tradotte o intuite lui  per primo!
Ma poi lui era cresciuto con Praz, uno studioso dalla cultura immensa.
Inoltre, Zolla era uno studioso a tempo pieno, io mi sono sempre occupato di diverse cose, ho scritto libri con lui, con Giovanni Macchia (lo splendido La stanza delle passioni), su De André, sulla psicanalisi, su vari argomenti. Mi ricordo Ceronetti, che tu apprezzi, recensì positivamente il nostro libro su La Stampa.



Erano amici Zolla e Ceronetti, non è vero?
Erano fratelli.
C'era questo gruppo di base: Calasso, Mario Bortolotto, Cristina Campo, Pietro Citati, Zolla e Ceronetti...

Tutte menti eccezionali.
Vorrei ricordare soprattutto Mario Bortolotto, una mente eccezionale, un grande musicologo dalla cultura eccellente, l'ultimo dei sopravvissuti.

Tornando a Bene, parlavate di cinema? Tu ami molto Orson Welles, ne avete mai parlato?
No, ma credo non potesse non averne grande considerazione. Lui era un furbacchione, diceva che non andava al cinema mai, ma in realtà secondo me conosceva tutti gli autori benissimo.
Non lo avrebbe mai ammesso, ma secondo me il suo primo cinema, nel taglio delle immagini, deve qualcosa a Godard...

Anche se poi dichiarò in una delle ultime interviste, che non gli piaceva...
Si, è vero che lo disse. Ma il taglio delle immagini in Nostra Signora dei Turchi, anche un certo rigore, non possono non far pensare a certe cose di Godard.  Ammise, invece, un'ammirazione per Glauber Rocha.


Certo, apparì in una scena memorabile di Claro!
Appunto.

Amava anche Buster Keaton....
Molto, rispetto a Chaplin.


Del resto, Artaud amava i Fratelli Marx. Mi ricordo, proprio in occasione di una conferenza in onore di Artaud gli posi una domanda su Rimbaud e mi rispose un pò svogliato che a volte gli piaceva, altre volte gli faceva schifo. Con grande sorpresa, alla fine disse che il poeta francese che prediligeva e teneva sempre sul comodino era Francois Villon. Imprevedibile, in un certo senso ci riporta a De André...
 I suoi riferimenti però fondamentali erano, chiaramente, Laforgue e Tristan Corbière.

Non a caso, gli ispiratori del primo T.S. Eliot. L'Amleto di Bene, soprattutto da Homelette for Hamlet in poi è solo Laforgue, di Shakespeare non c'è più nulla...
Certo.
Figure del suo livello, della sua cultura, non ci sono davvero più.
Ripensandoci, Bene ebbe una sventura: la cerimonia in suo onore al Teatro Argentina fu tenuta dal suo nemico, Giorgio Albertazzi.


"Ho due cani, uno si chiama Giorgio e l'altro Albertazzi....". Una cosa che mi ha colpito, ricostruendo il suo rapporto con la critica  à rebours, visto che abbiamo citato Huysmans, è vedere come ancora nel 1995,  la seconda puntata lunga  da Costanzo,, ma in realtà sono tre, c'è un breve intervento precedente




 dopo centinaia di articoli, conferenze, articoli, interviste in cui egli aveva esplicitato il suo pensiero, gli vengano poste domande assolutamente superficiali e inopportune. 



Ora, a parte l'effetto cercato da Costanzo di contrapposizione tra il genio incomprensibile e la massa grossolana, mi riferisco proprio ai critici teatrali. Sono pochi quelli a porre quesiti pertinenti: Sandro Veronesi, che lo aveva intervistato sul cinema, Marco Lodoli gli pone una domanda molto interessante sul rapporto tra il suo teatro e la filosofia orientale, ad esempio la Bhagavad-Gita (domanda che lui elude un pò)...anche ammiratori intelligenti come Marco Giusti o Pietrangelo Buttafuoco gli pongono delle domande su visioni limitate della sua figura, il cinema o l'attualità politica...



Beh, io mi ricordo la prima puntata da Costanzo, Acquario del '78 (la trovate QUI), in cui c'era una femminista, Costanzo gli si rivolse dicendo: "Maestro, si sta appisolando, ma la sta seguendo?", e lui rispose: " Si, si...la seguo...la mia idea!". Alla fine, dopo aver rovinato la serata trasmissione secondo i canoni televisivi, Carmelo Bene si alzò, e quando Costanzo citò per l'ennesima volta la frase di Baudelaire "Sento l'ala dell'imbecillità posarmi sulla mia spalla", rispose: "Mi faccio garante dell'imbecillità di questa serata!".

Qual è lo spettacolo teatrale che hai amato di più a teatro di Bene?
Io vidi anche la versione teatrale di Nostra Signora dei Turchi. Ma al di là di questo, mi viene in mente il Riccardo III...

Solo a livello meramente tecnico è impressionante....
Ma anche l'Hamlet Suite! Piangevo a teatro:
"Ed io non voglio più essere io!
Non più l'esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista...
Ed io non voglio più essere io!"


Geniale inserire i versi di Gozzano all'interno di un monologo di Laforgue...con la gente che si aspettava di sentire Shakespeare!
Poi ci sono spettacoli come il Lorenzaccio o la Pentesilea, più ostici, forse dovessi scegliere menzionerei il Riccardo III.

Si, quelli sono più concettuali, non c'è l'abbandono, l'apertura musicale degli spettacoli su Campana o Majakovskij. Il monologo del Riccardo III, tecnicamente mostruoso, quando alla fine riesce finalmente a compierlo, lo indicò come esemplificazione della macchina attoriale. Il tutto nella cornice paradossale del salottino di Luciano Rispoli!


Esatto.
 Anche gli spettacoli su Majakovskij ebbi la fortuna di vederli dal vivo. Uno spettacolo davvero unico.



La preghiera a Maria da La Nuvola in Calzoni, di una bellezza inenarrabile, con le fiamme sullo sfondo...Quattro modi di morire in versi fu una delle cose più belle mai fatte in televisione....



Un modo davvero rivoluzionario di fare televisione. Quaranta minuti di primo piano e rimani incollato. Un mio amico mi disse che la mamma di 85 anni rimase calamitata davanti allo schermo, da questo personaggio unico. Vedi, figure come Flaiano, Arbasino, Angelo Maria Ripellino erano in grado di comprendere il genio di Bene. Arbasino ora parla di Scalfari e Umberto Eco, ma anni fa scrisse un libro fondamentale come Sessanta Posizioni, in cui introdusse in Italia Pierre Klossowski....

Amato da Bene!
Appunto.


Se io penso che per radio si potevano sentire Carmelo Bene e Guido Ceronetti fare le Interviste Impossibili, recitare Oscar Wilde, Dostoevskij....sembra davvero un sogno...
Queste figure mancano terribilmente al giorno d'oggi nel nostro paese.
Bene rimarrà come una personalità unica ed irripetibile.


*
Chi volesse approfondire il patrimonio eccezionale di interviste e approfondimenti di Doriano Fasoli può averne un saggio QUI .

P.S.
In quell'incontro al Teatro Argentina, quando posi la domanda su Rimbaud (resa incomprensibile in parte dall'assenza di microfoni), all'inizio Bene mi rispose infastidito: "È l'anniversario di Artaud, non di Rimbaud!"
Con l'impudenza dell'ammiratore giovanile, gli risposi: "Ma come, dice sempre che il Tempo non esiste, e ora mi parla di anniversari?!".
Questo omaggio, nel giorno del suo compleanno, lo porgo con la consapevolezza filosofica che davvero il Tempo è relativo.
E che quindi, come diceva Leopardi, proprio le persone che sono consapevoli di questo, sono quelle che più sono attente a ricordare anniversari e celebrazioni.