mercoledì 25 febbraio 2015

S.La Nave di Teseo - un affascinante feticcio della metanarrativa



S.La Nave di Teseo è un'intuizione geniale, realizzata in grande stile.
Il progetto (ideato dallo sfrontato illusionista J.J. Abrams e  impeccabilmente messo su carta da Doug Dorst) è irresistibilmente seducente: all'interno di un elegante cofanetto, il lettore trova quello che ha tutto l'aspetto di un libro preso in prestito in una biblioteca, pieno di sottolineature, timbri, diversi strati di appunti, cartoline, articoli ritagliati e ricerche parallele.
Il libro (fittizio) è del misterioso autore W.K. Straka, contemporaneo e rivale di Hemingway, autore di una serie di best-seller (negli anni della Lost Generation fino a dopo la seconda guerra mondiale), tutti uniti dalla singolare caratteristica di non presentare nessun apparato critico, né introduzione né note esplicative, a corredarne il nudo testo.
Tutti tranne l'ultimo, quello che appunto ci ritroviamo fra le mani, che è aperto da un'inquietante e ambigua introduzione da parte del traduttore F.X.Caldeira, sul quale non si hanno notizie, il quale, non contento, ha disseminato il libro di note al testo apparentemente inutili e insensate.
Nell'introduzione si accenna al fatto che il libro è rimasto incompiuto, proprio nelle ultimissime pagine, a causa della improvvisa, oscura scomparsa dell'autore.
Come ha più volte ripetuto la curatrice Francesca Martucci durante l'incontro alla Casa delle Traduzioni di Roma (QUI un resoconto), già il libro in sé (La nave di Teseo di Straka) è una lettura che vale il prezzo dell'edizione. E ha ragione, poiché la mimesi dello stile febbrile e visionario dei grandi autori inglesi e americani (da Conrad a Melville al citato Hemingway) è invero magistrale.


Ma rimaniamo nella finzione, siamo solo al primo livello di lettura di questo complesso incastro letterario.
Oltre a quella narrata del libro, presto si intuisce che la vera storia, la narrazione ulteriore e risolutiva, è quella che si può delineare studiando a fondo le note e soprattutto gli appunti presi, in varie fasi, da due accaniti lettori, Jen ed Eric (la bilbiotecaria e lo studente innamorato del libro).
Guidati dalla passione per la lettura e il gusto dell'avventura tipicamente adolescenziali, i due arriveranno a scoprire la chiave per decifrare i misteri nascosti nel codice del testo riguardo l'identità dell'autore e il vero significato del libro.


A noi lettori non rimane che immergerci in questo mastodontico ed avvincente rompicapo per ricostruire e interpretare il percorso di scoperta dei due lettori/protagonisti.
Se ci può consolare, allo stesso gioco interpretativo sono state sottoposte le curatrici per realizzare la versione italiane del libro!
Ma non ci troviamo soltanto davanti a un affascinante labirinto narrativo.
L'oggetto in sé è un gioiello cartotecnico destinato a scatenare lo sfrenato feticismo dei bibliomani.
Senza dubbio, è un'operazione romantica quanto furba (consueto connubio nel perfetto tempismo del producer Abrams) tributare un tale monumentale atto d'amore al libro in quanto oggetto cartaceo nell'era dei Kindle e degli e-book, in cui quotidianamente si annuncia che la stampa è destinata a scomparire.

Sia lode, quindi, alla traduttrice Enrica Budetta e alle curatrici Francesca Martucci ed Elisabetta Sedda (Rizzoli Lizard) che hanno svolto un lavoro immenso per farci godere in italiano di questo prodigio cartotecnico e metanarrativo.
Pensate solo a cosa può significare tradurre in italiano un testo fondato su giochi di parole e codici enigmistici in inglese.
Pensate a quanto, a traduzione effettuata, si sia dovuto lavorare sul testo per renderlo compatibile con le esigenze del gioco narrativo (ad ogni capitolo corrisponde un oggetto rivelatore e un codice da decifrare, come per intenderci se fossero i quadri di un videogioco).
Sia giusto plauso  anche allo Studio Nora di Vincenzo Filosa e Giusy Noce per il prezioso lavoro di lettering, in grado di restituire (pur disponendo di una strumentazione tecnica inferiore rispetto ai colleghi americani) lo stesso effetto realistico degli appunti presi dai lettori protagonisti che possiamo apprezzare nell'edizione originale.
Senza il grande sforzo creativo di tutti loro, compiuto in tempi relativamente brevi, non staremmo oggi vivendo, insonni e deliziati, ore e ore di appassionante lettura notturna,


Indubbiamente, il libro è intrigante quanto impegnativo.
Ma per chi si sta rivedendo, con scrupolo da talmudista, per la quarta volta la serie Lost,  annotandone  gli evidenti difetti, ma anche riscoprendone il miracolo di gestione narrativa delle stagioni centrali (che si infrange un po' goffamente nell'ultima), la sfida non appare certo sorprendente.
Il libro sembra progettato scientemente per destare il daimon della lettura e della filologia nei lettori occasionali: per chi ci convive dalla nascita  è come avere ingressi illimitati a un parco giochi intellettuale.
Certo, il rischio è quello presente in ogni creazione di J.J.Abrams: ovvero che il gusto della moltiplicazione metanarrativa diventi eccessivo fino alla nausea, che il filo complicatissimo dei rimandi esterni e dei collegamenti interni si ingarbugli fino a strozzare la genialità dell'idea originale, costringendo a riempire vistose falle narrative col ricorso disperato a stereotipi di comodo.
Siamo ancora visitati nei nostri peggiori incubi da Dogen, l'impresentabile guardiano del Tempio di Jacob nella sesta serie di Lost, una costellazione di banalità da record concentrata in un solo personaggio dalle poche, intollerabili battute. Un personaggio che in quel momento della storia (talmente atteso dal pubblico che Barack Obama spostò il proprio discorso per evitare che gli americani guardassero lo show)  teoricamente avrebbe dovuto  rappresentare il custode dei Misteri dell'Isola.
Una coltellata vibrata a tradimento al cuore, dopo gli indimenticabili incontri con John Locke e Benjamin Linus nelle serie precedenti.

Per ora il libro è esaltante (siamo al secondo capitolo).
Lo stiamo divorando con la foga d' un bulimico, reduce da un digiuno forzato di un mese, di fronte a un banchetto nuziale,
Ne parleremo sicuramente molto presto, con la mania filologica che siamo ormai d'uso infliggervi.
Ora lasciateci gioire, smarriti nel gioco ipertestuale, come un bimbo rapito dal balocco dei suoi sogni.

giovedì 12 febbraio 2015

TUTTI GLI ARTICOLI DI GENNAIO





Cari Lettori,
chi scrive sta vivendo settimane di singolare vertigine rocambolesca, diviso e moltiplicato tra impegni sempre più entusiasmanti e peripezie simili a quelle di Hugo prima dell'incidente aereo nella serie Lost.
Questo porta un rallentamento nel ritmo delle pubblicazioni, ma non nell'entusiasmo e nella mole di riflessioni in cantiere.
Ecco il tardivo ripasso della messe di Gennaio.


Su queste deliranti colonne vi abbiamo inflitto:

- L'omologo riassunto di Dicembre (in cui parlammo di molte cose, da Nick Cave a Zerocalcare)  QUI;



- La recensione doppia di Caligola ed Edoardo II di Andrea Foschini (QUI);



-  L'articolo in occasione dell'uscita di Golem di LRNZ (QUI).
A riguardo, ribadisco ciò che ho scritto nella postfazione, nella ormai nota intervista-fiume su Fumettologica, e ripetuto più volte nelle presentazioni romane alla Borri Books di Termini e al Kino al Pigneto: il libro non è esente da difetti, è palese una compressione narrativa dovuta alla riduzione a volume unico di una storia che nasce per essere sviluppata serialmente. Questo lascia un po' di amaro in bocca al lettore, per il mancato approfondimento di personaggi che, per tornare a menzionare una nota serie già citata in queste righe, avrebbero meritato approfondimenti monografici simili alle puntate dei flash-back di Lost. Ciò nondimeno (al di là della bellezza pittorica di alcune tavole che ha conquistato numerosi lettori), ritengo che per progettazione, spessore allegorico, varietà di stili e complessità simbolica il libro non abbia riscontri nel fumetto italiano, almeno recente. E che rimarrà negli anni come un punto di svolta;



Su FUMETTOLOGICA invece l'anno è iniziato in grande stile:

- L'analisi dei riferimenti culturali occidentali nell'ultimo lungometraggio del maestro Miyazaki, Si alza il vento (QUI), a cui teniamo invero molto;



- L'intervista a Fabio Guaglione riguardo a Il Nuovo Mondo (QUI), una mente poliedrica degna d'essere seguita con attenzione;



- La recensione di Mercurio Loi di Bilotta/Mosca (QUI), riuscito esperimento di fumetto popolare;



- In occasione della Giornata della Memoria, l'intervista a Michel Kichka, autore de La Seconda Generazione per Rizzoli Lizard (QUI);



Inoltre, abbiamo esordito su XL-La Repubblica con un'intervista che difficilmente scorderemo;

- Linsday Kemp, il maestro di David Bowie e Peter Gabriel, tra gli altri, che ci ha deliziato con aneddoti meravigliosi (QUI)


Molti articoli sono già in cantiere per il mese corrente.
Continueremo a intrattenervi, nonostante qualsiasi ostacolo, non come ma più di prima.
Buona Lettura!


venerdì 9 gennaio 2015

GOLEM di LRNZ - Bellezza e Conoscenza



Oggi è finalmente uscito Golem di LRNZ in libreria.
Un momento che aspettavo da vent'anni.

Sono mesi che parlo, scrivo, annuncio e commento riguardo l'attesissima uscita odierna.
Soprattutto, quello che ho da dire criticamente, l'ho già scritto nella postfazione del libro che ho avuto l'onore di stilare.
Non credo sia dunque necessario dilungarmi molto oltre qui, se non per alcuni brevi chiarimenti.
Per chi volesse approfondire QUI c'è la conversazione oceano, più che fiume, con LRNZ su FUMETTOLOGICA, in cui svisceriamo fino alla consunzione i diversi aspetti interpretativi dell'opera.

Mi limiterò ad alcune brevi riflessioni.
Golem, per un'anomalia tecnica nelle tempistiche di pubblicazione, è stato indicato da diversi e autorevoli siti tra i migliori libri del 2014, pur potendo arrivare tra le mani del grande pubblico solo oggi.
La pubblicazione ufficiale è avvenuta, infatti, a metà dicembre, anche se in realtà solo le redazioni giornalistiche, i presenti alle presentazione di Milano e Torino o i più tempestivi tra coloro che lo hanno ordinato tramite il sito di Bao o Amazon hanno avuto occasione di leggere il libro prima di oggi.
Ciò nonostante, molte tra le redazioni che hanno potuto valutare il libro non hanno esitato a inserirlo fra i libri imperdibili dell'anno appena scorso.
I primi siamo stati noi di FUMETTOLOGICA QUI,  sono poi seguiti WIRED QUI e altri blog e riviste specializzate, tra le quali segnaliamo Badcomics QUI.
Il libro ha attirato l'attenzione dell' Huffington Post QUI e della Repubblica nell'articolo, molto centrato, di Luca Valtorta qui riprodotto (per chi ha letto il libro l'accostamento del titolo del libro a quello del più importante quotidiano italiano ha il gusto di un sottile inside joke):


Quindi, per quanto si possano assolutamente comprendere le iniziali perplessità, crediamo di poter asserire che ci troviamo davanti a un'opera che si impone prepotentemente alla nostra attenzione.

Perché è presto detto.

Molti critici si sono soffermati sulla innegabile bellezza pittorica di alcune tavole, sulla notevole abilità tecnica di LRNZ nello svariare con eleganza tra codici stilistici completamente differenti, sulla novità assoluta, o quasi, dell'approccio narrativo.


Altri, pur plaudendo al grande impatto estetico del libro, hanno sottolineato alcuni difetti nella sceneggiatura, quali lo scarso approfondimento dei personaggi minori.
Persino Federica Lippi nella sua pur entusiastica recensione su FUMETTOLOGICA QUI muove simili rilievi.

In generale, a livello di critica, si celebra l'avvento compiuto di un talento grafico straordinario, enfatizzando questo aspetto dell'opera a dispetto del valore della storia, sminuito o, a volte, non colto fino in fondo.



Avendo seguito fin dalla genesi la ventennale, rocambolesca genesi dell'opera, mi permetto di dissentire. Posto che è assai limitante, scindere forma e contenuto (retaggio di impostazioni critiche ottocentesche), per ciò che mi riguarda, la bellezza delle immagini in Golem, di per sé evidente, è un aspetto quasi secondario, o meglio talmente lampante da risultare fruibile anche alla più superficiale delle letture.



Come abbiamo sottolineato più volte, e come LRNZ ormai ripete a mo' di mantra nelle interviste, Golem è un'opera allegorica.
Aggiungo io, di una complessità senza precedenti, almeno nella recente produzione fumettistica italiana.
Dietro ogni singola tavola c'è un'intelaiatura di simboli, una stratificazione di richiami culturali, un accesso costante e consapevole ad archetipi universali, che, per fare un esempio, si può trovare in una serie televisiva di 6 stagioni come Lost.
Solo che qui è condensata in 240 pagine, come il precipitato densissimo di vent'anni di meditazione artistica.


Si scongiuri una volta per tutte ciò che io chiamo "l'equivoco giapponese"!
Si spazzi via, vi prego, la superficiale lettura: "Ah, sembra un manga!"
Abbiamo speso ore di conversazione in due interviste lunghissime (QUI su Conversazioni sul Fumetto e QUI in già quella citata su FUMETTOLOGICA) per far spiegare a LRNZ quanto segue "...il punto è che per me il manga non è questione di contenuti, ma di tecnica. In realtà, se uno andasse ad analizzare graficamente Golem in maniera approfondita scoprirebbe che non ha neanche la sfacciataggine, stilisticamente necessaria, di Astrogamma. Se cerchi le linee cinetiche, delle soggettive dinamica (tratto distintivo del manga) le trovi tre volte, l’uso massiccio delle onomatopee non è presente. Se mi dovevo chiedere come risolvere un problema grafico la domanda era: “come lo avrebbe disegnato Winsor McCay?”. Mi spiego? Ciò che mi interessava era riportare la linea chiara dentro di me, lì da dove era venuta, il più possibile incontaminata. Per dire: il primo disegnatore immenso in linea chiara è comunque McCay appunto. Nato nel 1869, non so riesco a spiegarmi. A me interessa l’universalità di quel segno. Un’universalità che fonde, in maniera molto efficiente, l’archetipo e il segno occidentale. Che può capire chiunque. Nel caso del manga. ciò che mi affascina è il rapporto col disegno completamente, drasticamente, diametralmente opposto a quello occidentale".
E ancor prima: "Se io penso ai miei referenti principali, sicuramente non sono giapponesi. Il Giappone è entrato nella mia vita con l’animazione, il fumetto, i videogiochi, ma se andiamo a vedere a fondo i miei capisaldi sono più occidentali che giapponesi, russi compresi".


Golem è un'opera che sposta l'asticella più in alto per chiunque voglia fare fumetti in Italia.
Golem è la dimostrazione che si possa fare cultura e arte col fumetto pur proponendo un'opera dal grande fascino popolare.
Golem spariglia fittizie contrapposizioni di campo, abbatte pregiudizi decennali, deride tabù artistici, mescola e gioca con categorie e generi ritenuti inconciliabili finora.
Golem  è opera allegorica, riflessione sociale, fumetto d'azione e commovente storia d'amore.
Golem è un inno all'innocenza e al potere della bellezza di incarnare la verità.
Golem può mettere d'accordo i lettori del manga e i i cultori di Andrea Pazienza, concilia Urasawa e Moebius, Otomo e Tarkovskij, Hokusai e Caravaggio, unisce gli appassionati di videogiochi e gli studiosi di cultura greca, può esaltare la mente dei lettori più colti e lasciare a bocca aperta chi cerca solo una storia d'intrattenimento.
Per un semplice motivo: perché accede a degli archetipi, che sono universali e perennemente originali, e straccia ogni stereotipo, che è la morta ripetizione del "già visto".
Al di là dei gusti e delle pur lecite opinioni, si tratta di un libro che resterà nella storia del fumetto italiano come una traccia rivoluzionaria.

Non rimane che augurarvi buona lettura.

P.S.
Se qualcuno pensa che la mia amicizia ventennale con LRNZ possa influenzarmi nella valutazione critica del libro, impedendomi d'essere oggettivo, ha indubbiamente ragione: ho tenuto talmente tanto a questo progetto che per vent'anni ne sono stato il più severo critico e censore.

mercoledì 7 gennaio 2015

Da Caligola a Edoardo II - il colto delirio antistorico di Andrea Foschini


                                            
 In calce all'intera, fiammeggiante, straripante fino ad essere respingente, opera letteraria di Andrea Foschini (di cui già concedemmo ampia e generale introduzione QUI) potrebbe essere apposta una delle più eleganti e riuscite intuizioni di Emil Ciorian: "Nella storia sono significativi soltanto i periodi di decadenza, poiché allora si pongono tutte le questioni dell'esistenza in generale e quelle della storia in quanto tale".

V'è un quid ironico nell'affrontare secondo i dettami illusori di Krònos due opere che testimoniano l'urgenza di apporre, majakovskijanamente, il proprio nihil sul Tempo stesso.

Tant'è, sia le vicende storiche che i testi di riferimento concordano nella successione.
Si inizi, dunque, da Caligola - Poeta del sangue.
                                       


Se per Caracalla era evidente il richiamo alla prosa suprema e ardente    dell' Eliogabalo d'Artaud (ben prima delle pur mirabili rielaborazioni yourcenariane delle Memorie di Adriano) e, concettualmente, al Lorenzaccio di Carmelo Bene, in questo caso appare obbligatorio riferirci al numinoso precedente: quel capolavoro tremendo che è il Caligola di Albert Camus, nero vangelo della nostra seconda adolescenza.

Non è mera coincidenza che a quel testo abissale sia legato l'esordio teatrale, nel '59, proprio dell'uomo destinato a incarnare con modi scandalosamente inattuali l'idea antica di Teatro nel grigiore moderno: il più volte citato Carmelo Bene.
Vale la pena di raccontare il meraviglioso aneddoto: il giovane CB, indisciplinato allievo dell'Accademia romana, si reca a Parigi per incontrare il maestro Camus, avendo egli espresso insoddisfazione per la rappresentazione parigina del suo testo, e chiedere i diritti d'autore per metterlo in scena in Italia.                                                    
Un raro scatto dal Caligola interpretato da Carmelo Bene

Per una beffa, perfettamente in accordo con i due personaggi, Camus si trovava in realtà in Italia, a Venezia, per un adattamento alla Fenice de I Demoni di Dostoevskij (vertigini intellettuali al sol pensiero!).  Non ci immaginiamo certo il giovane Bene come un tipo arrendevole, dunque giunto rocambolescamente all'albergo veneziano ove risiedeva il geniale filosofo, egli lo incontra. 
Quando a proposta ricevuta, Camus chiederà: "Chi reciterà Caligola?", il giovane Carmelo Bene risponderà: "Io non le basto, Maestro?".
Camus cedette i diritti in cambio di un posto in prima fila per la prima.
A cui come sappiamo non potette assistere, per una beffa ben più tragica del Destino, il tragico incidente automobilistico, a fianco dell'editore Gallimard, dei primi giorni del 1960.
                              
                         
Torniamo a Foschini, e alle sue pagine incendiarie e fascinosamente pericolose.
Ben lungi dalle orge patinate di Tinto Brass, qui Caligola torna a vibrare nella sua ferina potenza simbolica: Caligola che fa della Storia la sua oscena rappresentazione, che fa del Potere trionfo d'anarchia, che fa della Legge capriccio sadiano.
Come nel maestro francese, Caligola incarna l'irruzione violenta dell'assurdo nella vita.
Torna certo in mente l'apice dell'opera di Camus, il monologo rivelatore dell'Imperatore folle: "La solitudine, sì, la solitudine! La conosci tu la solitudine? Sì, quella dei poeti e degli impotenti. La solitudine? Quale solitudine? Ma non lo sai che non si è mai soli? E che dovunque ci portiamo addosso tutto il peso del nostro passato e anche quello del nostro futuro? Tutti quelli che abbiamo ucciso sono sempre con noi. E fossero solo loro, poco male. Ma ci sono anche quelli che abbiamo amato, quelli che non abbiamo amato e ci hanno amato, il rimpianto, il desiderio, il disincanto e la dolcezza, le puttane e tutta la banda degli dei!"
Stilisticamente, benché il testo sia precedente ad altre pubblicazioni dell'autore, in Caligola - Poeta del sangue il possesso narrativo appare più maturo. La cascata delirante di variazioni poetiche (a volte ridondanti, a volte riuscite, a volte magnifiche), marchio precipuo dello stile di Foschini, è qui ritmata da una punteggiatura, oseremmo dire, quasi normale.
Invece del consueto effetto da fiume di lava che tutto travolge, in questo caso le riflessioni appaiono come innumerevoli intuizioni ermetiche in serie, come se lo stile, aulico e nervoso insieme, seguisse il crescendo dei pensieri, in una serie di nerissime illuminazioni poetiche.
La nostalgia dell'Uno (da Foschini negato e ingiuriato ma dalle sue creature poetiche, almeno inconsciamente, anelato) è tema cruciale che dalla Gnosi tracima nel miglior esistenzialismo, religione d'orfani filosofici, e qui l'autore coglie accenti leopardiani: "Non si può colmare il baratro tra ciò che desidero e ciò che mi sfugge. Non posso attingere all'assoluto. Non posso danzare libero dal peso della mia divinità. Non posso essere né uomo né dio. Posso solo spalancare la bocca davanti allo specchio e vedere emergere il caos".
                            




Più singolare, ma diverso ed eguale (come amerebbe dire Guccini), il discorso su Edoardo II - Lo spirito e la forza, cronologicamente successivo ma stilisticamente più selvaggio, inospitale, follemente barocco  nel continuo inebriarsi di acrobazie retoriche.

Come è intuibile, il testo è I'ispirato all' Edoardo II del colosso Cristopher Marlowe, quasi una vulcanica variazione poetica dei versi più celebri di esso. Foschini trova invero un terreno fecondo per le sue maratone sintattiche nelle sentenze memorabili e cruente del gigantesco autore elisabettiano, l'Ombra oscura e inquietante di Shakespeare. Del resto, trattiamo d'un autore, come la leggenda nera ripete, che morì bestemmiando, ucciso alle spalle in quanto spia, e i cui primi documenti sulla sua vita attestano che la sorella (nemmeno lui!) era una nota bestemmiatrice.
Se, appunto, dai versi scolpiti nel Male di Marlowe, Foschini trae preziosissimo humus per le sue ramificazioni poetiche, è interessante confrontare la sua peculiare visione con le recenti trasposizioni popolari dell'inquieto monarca medievale.
Due punti di vista opposti e speculari.
Ritratto come un principe vile e effeminato, incapace di gestire qualsivoglia azione o di gioire della splendida Sophie Marceau in guisa di Isabella di Francia, nell'epica per destrorsi di Braveheart (quando Gibson sfogava le sue turbe glorificando gli uomini e non umiliando Dio), egli invece appare fiera e dolente icona gay nelle visioni, potenti anche se talvolta kitsch, dell'Edoardo II di Derek Jarman.


                              
Molto più profonda e universale (nel paradosso d'essere personalissimo delirio) è la visione di Andrea Foschini. Edoardo diviene perfetta incarnazione dell'idiosincrasia antistoricistica dell'autore:
 "Regnare fu porre fine alla Storia".
La narrazione ricalca fedelmente le vicende storiche già trasfigurate da Marlowe, declinate nella pregiatissima ridondanza della prosa di Foschini.

                                
Come e prima di Caracalla, Edoardo è l'inetto, il tocco, il diverso destinato a irrompere sulla scena storica, lui orgogliosamente al di fuori di essa, a detenere il Potere, annichilendo così nella sua puerile dissolutezza Potere e Storia.
Torna, non dissimilmente dal suo Caligola, la costante metafora della corona come come peso insanguinato che grava sul capo, come una tortura, una prigione sadica per un bambino irrequieto.
L'irriducibile irresolutezza dell'individuo come polvere che inceppa l'ingranaggio cieco e mastodontico della Macchina Storica:
un tema quasi kierkegaardiano, ma senza redenzione se non nella distruzione gloriosa, nelle fiamme alte e purissime del massacro.
                                                 
Andrea Foschini

Concludendo, Andrea Foschini, pur nella fieramente proclamata osticità dei suoi coltissimi poemi in prosa, pur nella inquietante china delle sue riflessioni antiumanistiche, si conferma uno scrittore dotatissimo, quasi visitato dai migliori spiriti decadenti, che trae, spesso, oro poetico dal fango limaccioso della Storia degli uomini.







domenica 4 gennaio 2015

Tutti gli articoli di Dicembre

                                             

Cari lettori,
per la fine del 2014 non vi ho inflitto né classifiche, né boriosi bilanci di fine anno.
Abbiamo preferito andare avanti implacabilmente, scrivendo molto durante le supposte vacanze, dedicandoci non solo ad articoli destinati al blog ma a progetti ben più ad ampio respiro.

Ecco quindi, il riassunto delle fatiche dicembrine.
Consentitemi di attingere all'abusata immagine dei botti di capodanno.
                         

Su FUMETTOLOGICA abbiamo pubblicato:

- L'intervista sul ritorno a Infierno di Silvia Ziche e Tito Faraci dopo 15 anni QUI
                           
                             
- La conversazione con Zerocalcare  a Più Libri, Più Liberi, nel corso d'una delle sue proverbialmente infinite sessioni di dediche  QUI
                             

- La conversazione, più che fiume, oceano con LRNZ sui significati nascosti di GOLEM, opera imperdibile che uscirà il 9 gennaio nelle librerie e nelle fumetterie. Più che un'intervista, il riassunto, interminabile, di vent'anni di confronto intellettuale QUI
                                           

- La conversazione con Massimo Giacon e Tiziano Scarpa su Il Mondo così com'è: non capita tutti i giorni di parlare con un Premio Strega e uno dei massimi esponenti del design nostrano. QUI
                                 
     
Su queste deliranti colonne, invece, abbiamo parlato di :

- L'articolo precedente di questa serie sugli articoli di Novembre, da Schopenhauer a Leopardi, da Tuono Pettinato a Shelton a Vaughan QUI
                           

- La recensione di 20.000 days on Earth, il controverso e affascinante documentario biografico su Nick Cave QUI
                             

- La dichiarazione solenne del progetto 66 demonietti assieme a Michele Hiki Falcone, delle cui illustrazioni sto stendendo corrispondenti commenti, si oserebbe dire, poetico-filosofici QUI
                                       

- La recensione, dobbiamo ammetterlo, particolarmente apprezzata di Dimentica il mio Nome di Zerocalcare QUI
                                       

- E, per concludere, il racconto della splendida serata a S.Martino in Riparotta, in Rimini, per l'inaugurazione della chiesa illustrata da Mabel Morri QUI
                                             

Lentamente, ma inesorabilmente (come luogo comune impone), il blog sta assumendo il carattere di un diario personale in cui dedicarmi a ciò che intimamente mi avvince, la ricerca filosofica e la riflessione letteriaria.
Oltre a Fumettologica, un'altra collaborazione sta per partire.
Ma, in barba allo scientismo dominante, tacciamo per rigorosa scaramanzia.

Buona Lettura!

lunedì 22 dicembre 2014

Il miracolo di Mabel Morri - un anticlericale sul pulpito



Una battaglia iniziata nell'infanzia

A 10 anni rifiutai fieramente di fare la comunione.
Non per incipiente ateismo, attenzione, ma per l'intuizione infantile della ricerca spirituale che presto avrebbe ispirato il mio percorso intellettuale.
Preferivo di gran lunga rimanere a casa ad ascoltare, all'epoca, Prince o i Kool & the Gang piuttosto che appassire di noia al morto odore delle candele, ascoltando le tediose, vuote prediche a cui eravamo sottoposti.
Ricordo che un pomeriggio ero particolarmente contrariato, avevo già saltato numerose "lezioni", mi recai quasi di scatto alla parrocchia, con piglio risolutore.
Non per caso, il teatro fu la Basilica di Paolo, il Grande Deformatore.
(Curioso come il karma ci spedisca a combattere a testa alta nel cuore della roccaforte nemica).
Ascoltai nervoso il grandioso racconto gnostico della Genesi distorto e ridotto a storiella innocua e, una volta giunti alla maledizione di Caino, alzai la mano e chiesi alla, pur gentile, catechista:
"Mi scusi, il racconto inizia dicendo che Dio ha creato Adamo ed Eva. Dopo la cacciata dal Paradiso, essi mettono al mondo Caino ed Abele. Caino uccide Abele e viene maledetto.
Dunque, egli fugge a Nord e fonda una città.
Con chi? Chi erano le altre persone? Se erano stati creati solo Adamo ed Eva e loro erano gli unici figli, come è possibile?"*.
La catechista, indubbiamente spiazzata, farfugliò una classica risposta sull'autorità indiscutibile del testo rivelato, al che sbottai: "Non siete in grado di rispondere a una domanda di un bambino di dieci anni. Non avete nulla da insegnarmi".
E me ne andai, chiudendo per sempre il mio rapporto con il Cattolicesimo, e destando non poco clamore in una famiglia il cui nonno paterno era cresciuto a Borgo Pio, il rione costruito attorno alla Basilica di S.Pietro (e sventrato dall'idiozia del Duce).
Si, lo so cosa state pensando: già a quell'età eri un bel rompiscatole.

Rashi di Troyes, il più celebre esegeta biblico in ambito ebraico

Solo anni dopo consultati l'esegesi di Rashi di Troyes che giustifica l'incesto dei due fratelli con le gemelle rispettive per far proseguire la specie e, soprattutto, l'interpretazione cabalistica del termine Adam come "genere umano" (da cui la figura straordinaria dell'Adam Qadmon, l'uomo primordiale allegoria dell'Albero della Vita... nome sacro appioppato ora alle pagliacciate complottiste sui canali di regime).

Uno schema cabalistico dell'Adam Qadmon

Perché, vi chiederete, questa premessa biografica?
Per raccontarvi, in armonia col periodo natalizio, un miracolo avvenuto in una chiesa.




Un invito inatteso

Alcuni mesi fa sono stato contattato da Mabel Morri per invitarmi a presentare la più imprevedibile delle presentazioni: l'inaugurazione ufficiale della Chiesa di S.Martino in Riparotta, a Rimini, integralmente illustrata da lei a fumetti.
Un onore, non solo per la stima gentilmente espressami  da Mabel, ma anche per la eccezionalità dell'evento.
                       

                     
Come si è pervenuti a questa collaborazione culturale ce lo racconta lei QUI.
In occasione della presentazione realizzammo  QUESTA intervista in cui spiega bene tutta l'evoluzione cronologica del progetto (in seguito ci farà entrare nel suo studio, finora unico caso su Fumettologica, con un'intervista disegnata che trovate QUI).
Dunque, non mi addentro ora nell'analisi della rilettura della tradizine che Mabel ha avverato, con rispetto ma anche con libertà creativa: spiega tutto molto bene lei nella nostra conversazione.
Preferisco raccontarvi cosa mi ha atteso a Rimini, oltre a una indimenticabile piadina ed alla cortesia di Mabel.


Una sinfonia di coincidenze **

Una serie di illuminanti sincronicità mi ha accolto maternamente, facendomi subito sentire a casa.
i versi sublimi che aprono il 33° canto del Paradiso, la sublime preghiera che Dante fa recitare da Bernardo di Chiaravalle alla Vergine, campeggiano nel loro intatto splendore sull'altare (unico caso credo al mondo):

Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio...




E poi, la più illuminante delle coincidenze...
                                       
Carl Jung avrebbe sogghignato

Mi ha sempre dato fastidio la visione del crocifisso.
No, non sono posseduto dal Demonio (almeno credo).
E non è nemmeno una forma di sdegnosa fierezza come il gesto finale di Giordano Bruno sul luogo del suo martirio laico.



È proprio per rispetto del valore universale della figura cristica che non ne sopporto la visione.
Perché celebrare un dio risorto immortalandolo nel momento di massima sofferenza e umiliazione?
Perché enfatizzare il momento, transitorio e subordinato, della morte e non quello, trionfale e definitivo, della Resurrezione? Perché non sottolineare la sua specificità divina nel superare i limiti della materia, invece di congelarlo nella sofferenza comune a tanti uomini?
Certo, il motivo è chiaro: costruire un impero sul senso di colpa.
Chi scrive preferisce la rappresentazione michelangiolesca de il "Cristo la Tigre" di T.S. Eliot (o il Leone risorto di C.S.Lewis). glorificato in tutta la sua Potenza, a quella lacrimevole o morbosa di derivazione grunewaldiana (il cui apice intollerabile è stato messo in scena dalle ossessioni di Mel Gibson).


Non crediamo che Il Cristo, se tornasse sulla terra, apprezzerebbe.
Ne dà splendida rappresentazione, pur con un linguaggio ben poco solenne, il geniale Bill Hicks in questa gag:

                                       

Ebbene, per un contrattempo tecnico, quella sera alla Chiesa di S.Martino la croce di legno non è pervenuta.
Rendiamoci conto: in una chiesa, appena inaugurata, non è arrivato il crocifisso di legno.
Dunque, il corpo del Cristo appariva libero,  rapito, sospeso nella sua ascensione celeste.
Libero dal peso di duemila anni di menzogne.

                                     
Gnosi e Resurrezione in Caravaggio
Un paradossale onore

Aver avuto la possibilità di fare queste riflessioni ad alta voce, dal pulpito di una chiesa, è stato davvero un'esperienza culturalmente straordinaria.
Il livello degli interventi è stato molto alto.
Ho apprezzato in particolare l'intervento dello storico dell'arte Alessandro Giovanardi, che ha illustrato con grande competenza il valore allegorico ed esoterico dell'arte.
Un plauso va anche all'ingegnere Pino Ferri, di fatto lui "scopritore" di Mabel come potenziale illustratrice della chiesa.
                               
S.Martino visto da Mabel Morri

Un doveroso ringraziamento

A questo punto, da fiero anticlericale che ha tra i suoi auctores campioni del cattolicesimo quali Chesterton  e T.S.Eliot, devo porre i miei omaggi a un esponente, uno finalmente degno, della "squadra avversaria".

                                        

-  Considerando che l'opera precedente di Mabel era Cinquecento milioni di stelle, una sentita celebrazione dell'amore lesbico e in generale del diritto ad amare chi si desidera, al di là delle convenzioni sociali;

                                      

- Aggiungendo che la volta della chiesa è stata commissionata a Eron, il noto street artist, eccellenza riminese ma non certo un chierichetto modello;
                                     
La volta di Eron

-  Testimoniando, in conclusione, come nella presentazione si sia liberamente parlato di Gnosi, meditazione e ricerca spirituale esterna alla Chiesa ...
Beh,  indubbiamente, invito  tutti a levarsi il cappello davanti all'apertura mentale di Don Danilo Manduchi. Per una serata, ha reso vivi i versi (idealmente sublimi ma grottescamente smentiti dalla realtà) de I Cori da "La Rocca" di  T.S.Eliot:

Deserto e vuoto. Deserto e vuoto. E tenebre sopra la faccia dell'abisso.
È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità, o è l'umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Quando la Chiesa non è più considerata e neanche contrastata, e gli uomini hanno dimenticato
Tutti gli dei, salvo l'Usura, la Lussuria e il Potere.

                                       
Il grande T.S. Eliot

Soprattutto, il vero miracolo è stato ridare alla parola "chiesa"(divenuta sinonimo da secoli di un'istituzione marcia, distante fino ad essere contrapposta al messaggio originale del Cristo) il suo stupendo significato etimologico (affine a quello di sinagoga, religione, Yoga): ἐκκλησία, ekklēsía, ovvero "assemblea del popolo".
Un autentico dono essere stato l'anfitrione culturale di un tale evento.
Grazie Mabel.

* ho recentemente scoperto, con mio sommo onore, che la stessa obiezione venne posta dal giovanissimo Baruch Spinoza durante le lezioni di Torah.
                       


(Bonus track)**

Un incontro illuminante

Questo paragrafo sarà volontariamente frammentario, lasciando tutto per implicito.

Nel seguire il percorso le mie riflessioni a voce alta, dal pulpito, dicendo cose che qualche decennio fa mi avrebbero guadagnato un processo per blasfemia, ho menzionato come riferimento assoluto nella mia ricerca Shri Mataji Nirmala Devi.

A fine serata, Luca Genovese mi parla di una sua storia a fumetti di 10 anni fa, Sahasrara.

L'articolo di Mabel, in cui racconta la storia del progetto, è del 5 maggio.

Unite i puntini.