lunedì 8 giugno 2026

Un Fiore che non sbocciò mai, o forse sboccia adesso



 

Un fiore che non sboccia, "Momento Sera"

Orlando Fiore, pittore, falsario, omosessuale: la storia di un artista romano sepolto due volte (dall'oblio e dall'AIDS) torna alla luce cinquant'anni dopo

Ci sono storie che non finiscono: si interrompono.

 Quella di Orlando Fiore si è interrotta l'11 ottobre 1988, a Roma, per complicazioni legate all'HIV. Aveva cinquantacinque anni, una cinquantina di quadri, qualche centinaio di disegni e nessuna voce nel panorama dell'arte italiana. Oggi, quasi quarant'anni dopo, quella storia ricomincia da una villetta di Bracciano, da una cugina erede e da una domanda che nessuno si era mai posto: chi era davvero quest'uomo?

ANTISTACHANOV, olio su tela

Settembre 2024: Sabina Maciari, collezionista romana, principale mecenate di Fiore e custode silenziosa del suo lascito, muore a Bracciano. 

La cugina Teresa Elide Pase eredita la villetta e, con essa, un nucleo inatteso di opere: trenta dipinti a olio, centinaia di disegni, fotografie, pellicole Super 8, diari manoscritti. Non un archivio organizzato: un deposito della memoria di un uomo che aveva scelto di sparire. Il ritrovamento innesca una catena di eventi che porta, nel febbraio 2025, alla fondazione dell'Associazione Orlando Fiore, con il compito di portare alla luce ciò che decenni di marginalità avevano sepolto.

Soffitta della Villa a Bracciano


Chi era Orlando Fiore? 

Nato a Roma nel 1933, figlio di un chimico farmaceutico fascista appassionato di pugilato e di una antiquaria di Via dei Coronari, Orlando cresce in un ambiente che sembra fatto apposta per soffocarlo. È omosessuale, ama l'arte, disprezza la violenza, rifugge lo sport obbligatorio. 

Il rapporto con il padre (estimatore di Mussolini, amico del pugile Primo Carnera) segnerà la sua opera in modo profondo e ironico: tutta la mitologia dell'eroe fascista, tutta l'iconografia del maschio trionfante, verrà smontata, rovesciata e reinterpretata nelle sue tele con una lucidità che fa ancora effetto.

Gio Stajano piscia su Mussolini, disegno a china e matita

La formazione è seria, non improvvisata. Studia pittura nell'atelier di Giuseppe Ciotti, poi affina la tecnica del disegno alla facoltà di architettura di Valle Giulia. Nel 1948, sedicenne, visita a Bologna la Prima Mostra di Arte Contemporanea: è il colpo di fulmine con l'astrazione. Frequenta l'Osteria Fratelli Menghi in via Flaminia, ritrovo degli astrattisti romani. Nel 1954, a ventun anni, organizza una personale nel negozio d'antiquariato della madre. La critica la demolisce. Gli astrattisti la boicottano. Fiore, ferito nel profondo, prende una decisione paradossale: abbandona la pittura ufficiale e diventa falsario.

Per vent'anni, dal 1954 al 1974, Orlando Fiore produce falsi. 

Non di seconda fila: la sua specialità è la Pop Art romana, in particolare Mario Schifano. 

È una scelta che ha un suo filo di coerenza beffarda: falsificare i propri contemporanei, quelli che lo avevano ignorato, con la stessa tecnica che avrebbe potuto renderlo riconoscibile. Nel 1974 un suo falso di Schifano diventa oggetto di indagine. Fiore, temendo l'arresto, fugge a Teheran.

La scelta di Teheran non è casuale: la madre importava tappeti persiani per il negozio, e quella città era già un territorio noto. Ma quello che Fiore trova in Iran tra il 1975 e il 1976 è qualcosa di molto più profondo di un rifugio. Lo testimoniano i diari che tiene in quegli anni (il cosiddetto Diario Persiano) ora al centro di un lavoro di edizione critica da parte dell'Associazione. In quelle pagine si racconta un uomo che riacquista sé stesso: la cerimonia del tè con il mercante di tappeti Houssein, le trattative al bazar, gli incontri clandestini con libri proibiti (Shariati, Gramsci, Fanon, Sartre in fotocopie sgualcite), la Teheran dello Scià a pochi anni dalla Rivoluzione. E soprattutto: il risveglio della coscienza artistica, lo sbocciare di una poetica matura.

«Nelle pozzanghere il mondo è rovesciato. E forse più sincero. Un falsario, lì dentro, potrebbe sembrare un artista.» 

 Orlando Fiore, Diario Persiano, 25 novembre 1975

Tornato definitivamente a Roma, Fiore compie la svolta: abbandona i falsi, imbraccia la pittura in proprio. Nel 1978 inaugura presso la Galleria Fidia la sua prima personale vera, Gita allo Stadio dei Marmi, curata da Mario Quesada. Il titolo è già un programma: lo Stadio dei Marmi è il tempio dell'estetica fascista del corpo, e Fiore lo trasforma in teatro dell'ironia. Le sue figure atletiche sono eroi svuotati di eroismo, corpi maschili che portano addosso un'ambiguità erotica mai gridata ma sempre presente. La mostra ottiene un buon successo di critica e di pubblico. È un inizio, non un'esplosione. E la carriera di Fiore rimarrà sempre in quella zona: riconosciuta da pochi, ignorata dai più.

Orlando Fiore allo Stadio dei Marmi, fotogramma da Super 8

In quegli anni stringe il legame decisivo con Sabina Maciari, che diventa la sua principale mecenate. I quadri realizzati per lei hanno una caratteristica stilistica precisa: sono volutamente non finiti. Parti abbozzate convivono con zone rifinite da sottili velature. Non è incompiutezza per negligenza: è un metodo. Fiore stesso lo teorizza citando i Prigioni di Michelangelo come «il più alto livello d'espressività che l'arte abbia mai raggiunto». La tensione tra il manifestato e il trattenuto è il cuore della sua poetica. Nel 1988 muore. Sabina Maciari salva quasi tutto. Il resto lo fa il tempo, nel senso peggiore: quello dell'oblio.


Anfiarao Simpatico, anno 1981

Poi arriva il 2024 e quella villetta di Bracciano. 

E con essa una catena di riconoscimenti che sembrano costruirsi da soli, con la logica dei ritrovamenti che aspettano solo di essere nominati. Nel gennaio 2026 il pittore Nicola Verlato, in un'intervista ad Exibart, cita Orlando Fiore tra i suoi riferimenti, descrivendolo come figura tangente alla Pittura Colta italiana degli anni Ottanta; un'etichetta critica che colloca Fiore in una genealogia precisa, accanto agli Anacronisti, a quel ritorno alla figura e alla mitologia classica che attraversa l'Italia degli anni Reagan. Un artista, insomma, che non era fuori dal suo tempo: era semplicemente fuori dalla vista.

Nel frattempo l'Associazione lavora su più fronti. Il Diario Persiano è in fase di edizione, un documento che promette di essere molto più di una curiosità biografica: è una testimonianza lucida e letterariamente consapevole della Teheran pre-rivoluzionaria, del mercato dell'arte clandestina, della vita gay nell'Italia degli anni Settanta. Alcuni estratti sono già stati pubblicati sulla rivista letteraria Charta Sporca, suscitando un interesse che va ben oltre gli addetti ai lavori. L'archivio viene progressivamente digitalizzato e reso accessibile su Internet Archive.


Orlando Fiore, autoritratto a matita


Ma il progetto che più di ogni altro segnala la portata della riscoperta è quello affidato alla documentarista Adele Tulli. Ricercatrice e regista di formazione Goldsmiths, con un dottorato alla Roehampton University e opere esposte alla Berlinale, al Lincoln Center, al MAXXI e alla Fondazione Prada, Tulli ha presentato il suo progetto audiovisivo su Fiore nell'estate del 2025 a Villa Medici. Il film (ancora in lavorazione) ricostruisce la vita dell'artista attraverso i luoghi (Roma, Londra, Teheran) e le testimonianze delle poche persone ancora vive che lo conobbero. 

È un'opera su un uomo, ma anche su un'epoca e su una rimozione: quella di una certa omosessualità irriverente e outsider che l'Italia dell'arte ha sistematicamente dimenticato.

Il traguardo dichiarato è una grande retrospettiva a Roma nel 2027. Una mostra in un museo pubblico, per un pittore che non è mai entrato in un museo pubblico. C'è qualcosa di giusto, e di tardivo, in questa prospettiva.


Cristo della Scopa, 1985

Cosa rimane, dunque, di Orlando Fiore? Rimangono i quadri: quella rappresentazione erotica del maschio italiano che non ha equivalenti nella pittura del Novecento nazionale. Rimane l'ironia devastante verso l'estetica fascista, praticata non con furore ideologico ma con distanza pittorica, che è più tagliente. Rimane il falsario che diventa artista: un arco narrativo che sembra scritto, e che invece fu vissuto. Rimane il Diario Persiano, che è già, nelle pagine pubblicate, un piccolo gioiello di prosa saggistica. E rimane la domanda che ogni riscoperta porta con sé: come è possibile che nessuno se ne sia accorto prima? La risposta, in questo caso, non è lusinghiera per il sistema dell'arte italiano. Fiore era omosessuale, era outsider per scelta, era morto di AIDS in un decennio in cui quella morte era già di per sé una forma di cancellazione sociale. Non fu dimenticato: fu non visto.

Adesso, però, lo si vede. E quello che si vede è abbastanza per chiedersi cosa si è perso.

Si ringrazia per i materiali l'Associazione Orlando Fiore, fondata nel febbraio 2025: Diario Persiano (estratti): Charta Sporca · Archivio digitale: Internet Archive · Opere: Galleria Fidia · Progetto documentaristico Adele Tulli: Villa Medici. Retrospettiva pubblica prevista a Roma, 2027.