domenica 27 novembre 2016

L'IMMAGINE FEMMINILE IN SHAKESPEARE secondo Paolo Randazzo


Nell'anno del 400esimo anniversario della scomparsa di William Shakespeare, il Bardo sapiente il cui nome è sinonimo di Teatro occidentale nella modernità, innumerevoli sono gli eventi, le commemorazioni, le pubblicazioni in tributo, ciascuna dedicata ad esplorare un differente aspetto della sua imponente produzione.
Nel vasto novero di saggi e riflessioni che abbiamo incontrato, sicuramente salutiamo la pubblicazione in italiano (Superbeat) del racconto biografico del grande Peter Ackroyd, una gemma pressoché obbligatoria, come un evento festoso.


Tra le pubblicazioni in italiano, ci ha particolarmente colpito L'immagine femminile in Shakespeare di Paolo Randazzo (Edizioni Terre Sommerse), forse perché affronta con puntuale preparazione uno degli aspetti per noi cruciali e più affascinanti della storia dell'arte: i diversi volti dell'Eterno Femminino.
Già avevamo affrontato la declinazione shakesperiana del tema su queste colonne, commentando lo spettacolo Shakespeare's Women QUI e intervistandone i protagonisti del Theatre of Eternal Values QUI


Un tema insidioso, dai molti risvolti contraddittori e ingannevoli, alle cui trappole Randazzo sfugge grazie ad una meticolosa ricostruzione delle fonti.
Il libro è di grande interesse in primo luogo dal punto di vista filologico, non solo perché sottolinea il dato (ben noto) delle fonti italiane del Bardo (Matteo Bandello in primis), ma perché offre un agile confronto tra queste e l'elaborazione shakesperiana.
In questo modo, emerge la grande abilità del drammaturgo inglese di trasfigurare e rendere immortali storie precedentemente smarrite, destinate all'oblìo, il dono di saper estrarre il valore archetipico dal ritmo incessante e invariato delle vicende umane, cogliendo gli spunti più vividi e i "correlativi oggettivi" (per citare uno dei suoi grandi studiosi, T.S.Eliot) nelle infinite variazioni della "gran commedia del mondo".
Ecco, T.S.Eliot appunto rimarcava come l'opera di Dante fosse più universale, ma in Shakespeare ci fosse più varietà.

                                 

E questa varietà, ambigua, contraddittoria, sfuggente, animata da violenti contrasti eppure che appare perfettamente armoniosa ad uno sguardo superiore e panoramico, questi volti cangianti del diamante shakesperiano, ed i conseguenti giochi di specchio che essi creano, tutto ciò è la materia della trattazione di Paolo Randazzo.
L'autore, nei capitoli dedicati alle differenti eroine tragiche (Desdemona, Giulietta, Ofelia, Lady Macbeth), insiste su un punto: la grande ribellione culturale messa in scena dal Bardo, nei confronti della grettezza di un cosmo sociale ancorato a vetusti condizionamenti ormai marci, un golfo fuori dal tempo le cui acque stavano tristemente ristagnando (acque in cui, per altro, egli sapeva navigare benissimo).
Shakespeare contemporaneo (forse amico?) di Giordano Bruno, megafono (o maschera come ipotizzato?) di Bacone?
Tesi affascinante, è innegabile.
Noi ricordiamo le parole colme di saggio umorismo del maestro Shri Mataji Nirmala Devi, che in una conversazione privata disse che Shakespeare aveva avuto il ruolo di "esporre la futilità dell'insensatezza delle azioni umane". Pensiamo all'inazione di Amleto che è con tragica ironia fonte di strage, all'attaccamento folle di Romeo e Giulietta che induce al suicidio di entrambi, alla furia ottusa di Macbeth manipolato dalla sua shakti capovolta, alla cecità di Re Lear che premia l'ingiustizia e sprezza l'onestà, perdendo tutto...e potremmo continuare.
Un filo di sapienza eterna che lega Shakespeare a Omero e Dante, prima, e a Blake e Tagore dopo.
Lo sappiamo, è chiaro: c'è anche gloria, virtù, amore puro, eroismo, letizia nelle pagine immortali, immerse nel sogno, alate d'innocenza, ebbre di innamoramento delle commedie.
C'è la follia illuminata di Mercuzio, la beffarda rivelazione del Fool, la conversione e il tradimento, la vendetta e il perdono, il rancore e la santità.
Il tutto testimoniato col calmo sorriso del Sakshi.
C'è tutto, in Shakespeare, il respiro della Bhagavad Gita accennato in una battuta giocosa e definitiva: "Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti".
Come vi piace.
Per l'appunto.

                                            
                                                       
Concludiamo con una riflessione di Randazzo su Shakespeare che ci sembra possa riassumere (e invitare il lettore ad approfondire) la ricchezza dei significati del volume: "Tutto ciò che egli toccò divenne assolutamente nuovo e originale, egli fece affiorare indimenticabili immagini femminili che, nel bene e nel male, sono la mimesis della realtà più vera e profonda della donna. Inoltre rappresentò il rapporto uomo-donna facendo risuonare corde profonde che normalmente vengono paralizzare dal pensiero occidentale fondato sulla ragione".



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