martedì 18 novembre 2014

La Cura Schopenhauer


Per Camilla Crisante

Irvin Yalom è un professore di psichiatria alla Stanford University, che da anni riversa la sua decennale esperienza sul campo associandola allo studio dei grandi filosofi.
Ha finora scritto una ideale trilogia di romanzi, ciascuno dei quali incentrati sulla figura dei pensatori più congeniali alla sua ricerca: Schopenhauer, Nietzsche, Spinoza.
Per una sorprendente coincidenza, si tratta forse dei nostri prediletti (aggiungeremmo Kierkegaard e poi, fuori d'ogni etichetta, Camus e Simone Weil).
Abbiamo, dunque iniziato (grazie all'adorabile mecenate a cui è dedicata questa nota) il primo dei tre: La cura Schopenhauer.
L'assunto narrativo è presto dichiarato: un luminare della psichiatria scopre improvvisamente di avere sei mesi di vita. Lui, punto di riferimento costante dei suoi pazienti, cade in una profonda crisi esistenziale.
Decide, dunque, come forma di estrema introspezione, di ricontattare l'unico caso che non era riuscito a risolvere: un cinico apatico, schiavo di una ossessiva compulsione sessuale.
Lo riscopre collega, guarito non dalla psichiatria, ma dalla lettura del più pessimista e distaccato dei filosofi moderni: appunto, Arthur Schopenhauer.
Non rivelo altro per non rovinare la lettura, ma la narrazione continua alternando la descrizione dell'impatto della notizia sul gruppo di terapia, e della sua conseguente traumatica evoluzione, col racconto cronologico della vita del filosofo.
Il libro è un omaggio degno e profondo alla statura elevatissima del pensiero schopenhaueriano.

Friedrich Nietzsche* (il più geniale fra i suoi allievi e, in seguito, il più veemente dei suoi contestatori) fu il primo a rimarcare l'importanza pedagogica della figura di Schopenhauer come educatore, non a caso terza delle sue cruciali Considerazioni Inattuali.
Considerato da Tolstoj "il più geniale di tutti gli uomini", Schopenhauer è in primo luogo maestro di stile (anche in questo caso eguagliato e superato solo dal menzionato discepolo/ demolitore Nietzsche).
Come scrive Thomas Mann nel saggio del 1938 dedicato al filosofo (omaggiato senza menzionarlo nel romanzo giovanile I Buddenbrook), egli possedeva un "linguaggio vigoroso, elegante, preciso, passionale e arguto, di una purezza classica e di una grandiosa e serena severità stilistica, quali mai si erano viste fino ad allora nella filosofia tedesca".

uno dei più celebri ritratti di Friedrich Nietzsche

Tornando a Yalom, innanzitutto, è apprezzabile che nel libro si ribadisca come molte delle tesi freudiane siano già presenti nelle riflessioni del pensatore di Danzica, soprattutto in quel nerissimo gioiello, capolavoro a sé stante, che è la Metafisica dell'Amor Sessuale: uno squisito distillato di pessimismo antiumanista, che illustra con mirabile distacco l'intuizione leopardiana dell'amore come "inganno estremo".
Il libro rappresenta anche l'occasione per approfondire la conoscenza biografica della burrascosa vita del pensatore, lacerata tra l'impetuosa ricerca filosofica, permanenti ristrettezze pratiche e l'indifferenza dei contemporanei, ripagati abbondantemente con la scottante moneta del disprezzo.
Solo tardivamente, negli ultimi anni di vita, a Schopenhauer verranno tributati i giusti onori.
Celebri sono le sue sfuriate da libero docente all'Università di Berlino di fronte all'aula semivuota, mentre in quella accanto gli studenti si accalcavano in fila per ascoltare come un profeta l'odiato Hegel**. Yalom non risparmia nulla alla grande mente, si inchina alla sua lucidità e alla sua coerenza intellettuale ma non nasconde certo i suoi intollerabili difetti caratteriali: un cinismo sistematico, un egoismo fiero e sprezzante, non a caso proprio di colui che eresse e incarnò un monumento filosofico alla Misantropia.
Sgradevole ed esaltante insieme è il sarcasmo incendiario con cui il saggio pessimista deride e condanna gli esseri umani, o meglio i "bipedi" com'egli gli appella, alla vana insignificanza delle loro vite.
Altri, comunque, sono i pregi del libro, al di là della mera, preziosa opera di diffusione del pensiero schopenhaueriano.

Irvin D.Yalom
Per quanto chi scrive non riesca a celare un certo imbarazzo per l'atmosfera tipicamente americana delle terapie di gruppo (quella positività fittizia e sgradevole, quella superficialità di giudizio e quella scarsa istintiva conoscenza di sé che induce a confessarsi in pubblico appoggiandosi alla stampella precaria dell'approvazione altrui), Yalom conduce il gioco egregiamente, conciliando le esigenze di plausibilità della narrazione (e la conseguente presenza di banalità sciorinate da alcuni partecipanti al gruppo) con la progressiva agnizione di eterne verità filosofiche a cui il lettore è indotto.
Non sbrigativa e abbastanza affidabile è l'esplorazione delle pratiche meditative, in questo caso la vipassana, tra le più diffuse negli Stati Uniti e non solo (chi scrive non vi aderisce, ma è altro discorso).
Del resto, Schopenhauer è il pensatore occidentale che più ha attinto dichiaratamente all'oceano di saggezza della conoscenza orientale, come rivelano toni, concetti e visione di un passo del genere: "L’uomo che, dopo tanti angosciosi conflitti con sé stesso, riesce infine a ottenere una così piena vittoria, non è più altro, ormai, che un soggetto puro di conoscenza, un limpido specchio del mondo. Nulla può più angustiarlo e commuoverlo, perché egli ha spezzato i mille fili del volere che ci tengono legati alla terra: il desiderio, il timore, l’invidia, la collera, e simili passioni, che ci sconvolgono e ci dilaniano. Con volto placido e sorridente, contempla le immagini illusorie di questo mondo...".
I personaggi del romanzo, all'inizio eccessivamente stilizzati, col tempo assumono una complessità verosimile e rendono dialetticamente viva l'attualità del pensiero del filosofo.
La trama si svolge avvolgente, ritmata da colpi di scena  (alcuni prevedibili, altri meno), mantenendo alta l'attenzione della ricerca filosofica.
Di grande interesse la riflessione sull'incombenza della morte, tema di un testo cruciale di James Hillman del quale presto tratteremo.

Un libro valido, degno di una lettura attenta, che può rappresentare un confortevole viatico per addentrarsi nel pensiero di una delle più grandi menti filosofiche dell'Occidente moderno.

un celebre e tardo ritratto di Schopenhauer


* ne abbiamo parlato QUI e QUI
** ne abbiamo parlato QUI

4 commenti:

  1. Eccellente recensione-saggio, Conte. Mi permetto qualche breve, personalissimo parergon:
    – Lo Schopenhauer più durevole, meglio stagionato dai decenni, è quello che si mantiene fedele allo sguardo goethiano, sinossi erotica, attiva agnizione dell’Urphänomenon nel caleidoscopio dei sensibili: si rileggano il saggio sui colori e la visione e i testi raccolti in Sulla Volontà nella natura. Come poi Dante getta una luce gotica e quasi definitiva sui miti pagani ogni volta che li tocca e riplasma, così, con minore genialità ma sublime chiarezza d’intelletto, Schopenhauer sa accostare il lettore moderno a verità immemoriali semplicemente divagando ai margini del suo sistema con l’oziosità feconda del dilettante di primissimo ordine: si pensi al saggio sul daimon, a quello sulle apparizioni di ‘spiriti’, al testo sulla magia (ancora da Sulla Volontà nella natura). Il lascito meno caduco di Nietzsche mi sembra invece nei suoi lampeggiamenti sul crinale fra nichilismo e orientale lumen, tra il nulla dello svanimento e il Nichts eckhartiano, la shunyatà buddhista, la Notte orfica e presocratica: togli l’ambiguità, il risucchio del Maelström dal cui fondo è negato ogni scampo che non sia la teleutè-teletè, e tradisci il destino profetico del Dioniso Crocifisso.
    – I romanzi di Yalom (conosco Le lacrime di Nietzsche e La cura Schopenhauer) sono intelligenti e di buona fattura, ma confesso che l’approccio dello psicoanalista-counselor americano non mi sembra all’altezza-bassezza dei tempi (mentre credo lo sia quello di James Hillman, anche se la sua straordinaria fortuna lo ha esposto, ed espone tuttora, a una perdita di energia e sostanza durante il trasporto). La cura di sé more maiorum, da Hadot a Foucault alla generosa americanata del counseling filosofico, non fa che lucidare lo specchio della terapia psicoanalitica, perché per aprire, invece, la finestra sul mondo (sono immagini e idee hillmaniane), per ritornare degni dello sguardo di Goethe, di Giordano Bruno, di Plotino (ma anche di Schopenhauer, del miglior Schopenhauer), non si possono trascurare le fatiche d’Ercole e le peripezie ermetiche del meno caduco pensiero critico novecentesco. Se l’Ulrich di Musil osservava che oggi Francesco, per parlare agli uccelli, dovrebbe infilarsi in una stufa e schizzare sull’asfalto dalla conduttura elettrica di un tram; non è meno vero che chi voglia recuperare l’eis heauton della terapia filosofia antica dovrà non solo vincere la nausea sartriana delle radici, ma anche investire di consapevolezza cordiale e spietata le pareti della prigione tecnologica e burocratica che, lungi dal limitarsi a renderci ciechi, ci impongono sin dall’utero sensi orribilmente nuovi e alieni dalla carne.

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  2. Grazie Daniele sempre di livello siderale

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  3. Articolo e commento interessantissimi.


    (Paolo Rosati)

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  4. Grazie, Paolo, è sempre mio piacere leggerti.

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