martedì 24 giugno 2014

50 anni di The Beatles in America (anche a fumetti!)

Scrivere sui The Beatles è come scrivere su Picasso, Mozart, Churchill o la Coca-Cola.
Al di là del valore artistico, il loro incalcolabile impatto sul costume e la storia recente rendono qualsiasi possibile considerazione deformabile o vana, al cospetto della elusiva monumentalità insita nel concetto stesso di icona pop.
Tanto vale scrivere ciò che spontaneamente l'ispirazione ci detta, senza curarci di inseguire chissà quale chimerica originalità.




Approfittando delle celebrazioni per il 50 anni dell'avvento dei Fab Four in U.S.A. (per molti punto di svolta culturale pop degli anni'60), ho avuto il piacere di vedere al cinema A Hard Day's Night, lo storico mockumentary che documenta l'apice della Beatlemania.
E' l'anno chiave della svolta planetaria, l'acme di quello che nei paesi latini diverrà spirito ye-yé, il preludio al celebre incontro con il loro confessato idolo Dylan, qui raccontato con acida ironia:


Un incontro che avrà il ruolo esoterico di una vera e propria iniziazione: alla droga, all'ispirazione poetica lisergica e sfrenata, all'esplorazione infinita delle possibilità compositive.
Lennon non sarebbe stato più lo stesso, dichiarando"Dylan mostra la strada", omaggiandolo, citandolo e imitandolo nei suoi brani più grandi: da I am the Walrus a Yer Blues.
Dylan, da par suo, canzonerà  l'ingenuità di Norwegian Wood in 4th Time Around, gettando il geniale figlio di Liverpool, convinto che gli ultimi versi fossero ispirati a lui ( «I never asked for your crutch / Now don't ask for mine»,"Non ti ho mai chiesto la tua stampella / Adesso non chiedermi la mia"), in una semestrale paranoia.


Inquietante coincidenza che una delle ultime composizioni di Lennon  prima della tragica scomparsa sarà una sferzante parodia dell'ex-idolo e amico appena convertitosi al Cristianesimo.
Non potrà  non averci pensato l'anziano sommo troubadour nel suo recente, commosso omaggio

Tornando al documentario, chiarisco subito che per me The Beatles entreranno nell'Olimpo musicale solo un paio d'anni dopo, per conquistarvisi scranni dorati, senza dubbio tra quelli più in alto collocati.
Pur riconoscendo il valore di alcune gemme melodiche e il genio ritmico di brani indimenticabili (Help, Can't buy me love, la stessa title-track in questione), prima del '66 preferisco il charme sbarazzino dei The Kinks o la brillante aggressività dei The Who.
Al di là di una certa arguzia nei dialoghi e un paio di scene giustamente divenute emblematiche, il film in sé, chiaramente, è ben poca cosa.
Ciò che ci affascina è  il merito storico, certo inconsapevole, di aver colto quel momento, fascinoso e irripetibile, di impacciata transizione, di incosciente evoluzione in cui allegramente scalpitava il gruppo destinato a diventare per acclamazione la più grande rock band di tutti i tempi.
Oltre all'interesse quasi sociologico di osservare l'elaborazione a tavolino del prototipo di ogni futura (e indegna) boy band, il potere seduttivo della visione è proprio nel mancato, nel potenziale, nell'annuncio implicito e ignaro di ciò che sarà. Guccio docet: l'immortale potere dei vent'anni è "avere tutto per possibilità".
Il gruppo che ardiva al massimo desiderare di stringere la mano alla fidanzatina (I Wanna Hold your Hand), 5 anni dopo non si sarebbe certo vergognato di chiedere Why don't we do it on the Road?.
In mezzo c'era stato la rivoluzione sessuale, culturale, il movimento, il cambiamento delle menti e dei costumi: c'erano stati, appunto, The Beatles.
Ed è quella meravigliosa, leggera inconsapevolezza, del loro stesso potere e genio a venire, che c'incanta contemplando i quattro, piuttosto bruttini, ragazzi inglesi che giocano a fare i birichini, a scandalizzare, ma non troppo, i borghesi gentleman sul treno, ad ammiccare, ma non troppo, alle fan in delirio, a sfidare, ma non troppo, la goffa autorità della polizia.
Il gruppo che, tutto sommato, pochi mesi dopo avrebbe iniziato la spontanea opera alchemica che li avrebbe destinati alla Bellezza: la trasformazione giocosa in oro di qualsiasi influenza, positiva o negativa, potesse occasionalmente nutrirli. Droga, sesso, falsa conoscenza, depressione, adulterio, tutto il fango di questo mondo sarebbe divenuto nutrimento per il genio bambino di John e Paul, senza dimenticare la profondità inquieta del ricercatore George. Ringo, come già nel divertito bianco e nero del film, sarebbe rimasto l'eterno adorabile brutto anatroccolo del gruppo; vederlo agitare scioccamente la testa nelle sue smorfie ridenti, al ritmo semplice e irresistibile di quelle indimenticate canzonette, non può che farci sorridere.
Anche se quella generazione, nutrita di sogni, colori, droghe e una distorta visione dell'amore indiscriminato, costruirà un mondo non certo migliore, divenendo vittima o nel peggiore dei casi complice del marcio sistema che allegramente osteggiava, non possiamo che guardare con dolcezza e rimpianto le immagini piene di letizia dei Fab Four che corrono, inciampano su se stessi e si rotolano bambinescamente sui prati.
Il fascino dell'eterna potenzialità che giace inquieta in ogni adolescenza.



P.S.
Per chi se le fosse perse, segnalo due ottime puntate (TROVATE LA PRIMA QUI e LA SECONDA QUI) di approfondimento sul cinquantennale dei The Beatles in America, a cura di Riccardo Corbò, andate in onda su RAI TRE.
Il quale ci ha cortesemente concesso le immagini originali dei fumetti dell'epoca (alcune delle quali inedite da noi), da lui raccolti in una lunghissima ricerca, che vedono i quattro ragazzini di Liverpool come fantastici protagonisti.







Ecco la PRIMA puntata.
Ecco la SECONDA.
Guardatela, ne vale davvero la pena.










5 commenti:

  1. Un giugno caldissimo, Conte! 4 post! E questa sua 4th time around (meta-pun intended) riempie di gioia il mio animo immortalmente beatlesiano.

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  2. "Tanto vale scrivere ciò che spontaneamente l'ispirazione ci detta, senza curarci di inseguire chissà quale chimerica originalità." già dall' intro che avevo già letto dal telefono (ora sono finalmente al pc) avevo capito che il tuo approccio mi piace e anche tanto! non ringrazierò mai abbastanza Marco per avermi linkato questo articolo e in generale il tuo blog che continuerò a seguire con passione :) un bel G+1 x te a presto

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  3. Concordo su tutto Adri....nel film io ci ho anche visto qualche sottile polemica sul loro essere stati eletti a idoli incontrastati, sia durante le interviste con i giornalisti in cui davano risposte surreali, sia nel pezzo in cui George viene usato come modello di riferimento "dei giovani"...e non è poco secondo me visto che al successo c'erano appena arrivati! Un successo che infatti non impedì loro di sperimentare ed andare avanti, inarrivabili anche in questo! Marta

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